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Come funzionavano le botteghe degli arazzi, dal cartone all’opera finita. Il caso Raffaello

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Il cartone della Pesca miracolosa, opera di Raffaello Sanzio, e più sotto, l’arazzo da esso ricavato
cartone della pesca miracolosa

cartone arazzo Palazzo Ducale, Pesca miracolosa

Gli arazzi? Capolavori d’arte a servizio della decorazione delle stanze dei potenti. Con un vantaggio ulteriore, rispetto alle pitture: quello di poter essere in qualsiasi momento staccati e trasportati altrove, dove la loro presenza era richiesta per abbellire e impreziosire una parete. Veri e propri “affreschi mobili”, insomma.
E’ nel Rinascimento che l’arazzo raggiunge il suo massimo splendore. Grazie a collezionisti ed estimatori al limite del fanatismo, come, ad esempio, a Mantova, i tre figli di Francesco II Gonzaga e di Isabella d’Este: Federico II, primo duca e committente di Palazzo Te, il cardinale Ercole e il condottiero Ferrante. I tre fratelli Gonzaga non badavano certo a spese, quando si trattava di tale articolo. L’inventario dei beni di Federico, stilato dopo la morte di questi, cita 315 arazzi. Quello degli eredi di Ferrante ne cita 172. Nel 1614, l’inventario generale dei duchi di Mantova arriva a 386. E scusate se è poco.
Quali erano i soggetti preferiti dai committenti? In testa alla classifica, senza alcun dubbio, le scene campestri. Forse perché, nella stagione più fredda, quando era giocoforza restarsene al chiuso, con un po’ di fantasia ci si poteva illudere di trovarsi al centro di un lussureggiante e consolatorio giardino d’inverno.
Ma non mancavano altri temi, sacri (scene tratte dalla Bibbia, soprattutto) o profani (episodi ispirati alla storia antica od alla mitologia). Molto dipendeva, naturalmente, dal luogo e dal contesto a cui il manufatto era destinato.
“All’epoca – ricorda Guy Delmarcel, storico dell’arte che ha dedicato a questo ambito studi approfonditi – i Paesi Bassi meridionali erano i maggiori produttori di arazzi, con Bruxelles come epicentro e con Anversa come principale centro di vendita grazie al porto più grande del Nord Europa, sede di un mercato apposito, il cosiddetto ‘tapissierspand’ dove, a partire dal 1554, molti maestri arazzieri e commercianti potevano prendere botteghe in affitto. I clienti stranieri potevano acquistarvi delle serie già pronte, oppure commissionarne di particolari, da tessere sulla base di cartoni da essi stessi procurati.
La predominanza fiamminga dei manufatti era dovuta alla superiorità progettuale e tecnica e all’organizzazione dell’‘industria artistica’ di Bruxelles. La maggior parte dei tessitori rimangono senza nome, anche se i loro prodotti sono contraddistinti dai marchi di bottega, obbligatori dopo il 1528. A quel tempo, infatti, quasi un terzo degli abitanti della città era impiegato nella produzione di arazzi”.
Va aggiunto tuttavia che “arazzieri fiamminghi erano in attività anche in Italia. Federico II, per esempio, assunse nell’ottobre del 1539 il tessitore oriundo di Bruxelles Nicolas Karcher, attivo presso la corte ferrarese fin dal 1517 circa. Karcher lavorò al suo servizio, quindi a quello del cardinale Ercole fino al 1545, quando si trasferì a Firenze, ivi chiamato dai Medici. Tornò a Mantova nel 1553, e vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1562”.


Solo una piccola parte del tesoro di arte tessile dei tre figli di Isabella è ancora esistente: cinquantadue pezzi, di cui diciotto conservati nella città virgiliana, mentre gli altri sono “dispersi” nei musei di tutto il mondo. La maggioranza di essi è stata fu riunita in una straordinaria mostra curata da Delmarcel, Gli arazzi dei Gonzaga nel Rinascimento. Da Mantegna a Raffaello e Giulio Romano, ospitata “naturalmente” nelle sale di Palazzo Te
Tra i pezzi esposti,la celebre Annunciazione di Chicago (1470-71 circa), che rievoca la Camera degli Sposi di Mantegna ed è il più antico arazzo di gusto rinascimentale sopravvissuto, tessuto per Ludovico II e utilizzato come ornamento del pulpito della cattedrale; alcuni esemplari di serie differenti di Giochi di putti, tra cui un pezzo conservato nella galleria Raffaele Verolino di Modena, accompagnato da un disegno preparatorio di Giulio Romano e bottega proveniente dagli Uffizi; tre arazzi della serie Fructus Belli (da Bruxelles ed Écouen) ed otto della Vita di Mosè (da Châteaudun e dal Museo del Duomo di Milano); la Storia di Giasone, con le armi di Alfonso I, tessuto a Firenze nell’Arazzeria medicea (da Novellara); il misconosciuto ciclo Cefalo e Procri (da Écouen e dai Musei Vaticani); quattro esemplari delle Storie di Alessandro Magno (da Monselice).
Unica, tra le opere in rassegna, a non far parte di quella che fu la collezione Gonzaga fu La pesca miracolosa, il cui cartone originale venne dipinto da Raffaello tra il 1514 e il 1516: l’arazzo fu tessuto a Bruxelles da Pieter van Aelst negli anni immediatamente successivi, ed era destinato alla decorazione della Cappella Sistina.
In occasione della mostra, Skira ha pubblicato un volume monografico di notevole interesse, che raccoglie tutti gli studi e le scoperte più recenti.

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