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Bernard Aubertin – Quotazioni gratis, l’intervista, i periodi, l’autobiografia. Concerto per fiamma e materia


aubertin

di Paolo Pietta

2_2Ordine e disordine: nelle sue opere l’orizzonte geometrico dell’astratto entra in conflitto con i segni liberi e violenti della combustione. Fuoco e materia, quindi. Prevedibile la geometria, imprevedibile il fuoco. Ciò significa mettere in dubbio le certezze geometriche? Significa affermare che l’imponderabile o il caos presiedono il nostro universo di grandi ordinatori?
Io non sono un artista della geometria. I miei quadri di chiodi rossi hanno dato vita a quadri di “fuoco” pieni di fiammiferi, disposti a intervalli regolari e vicini l’uno all’altro. Si tratta dell’esposizione del principio dell’addizione, della ripetizione di strutture su un supporto di alluminio. Accendendo i fiammiferi posti al bordo inferiore del quadro di fuoco, tutti gli altri iniziano a bruciare. Ogni fiammifero comunica la propria fiamma a quello vicino, ed il fuoco che si presenta è un fuoco controllato. E’ tutto il contrario del caos. Io non cerco di mettere in dubbio le certezze della geometria, non voglio evidenziare che l’imparzialità ed il disordine presiedono il mondo universo di grandi ordinatori. C’è contrasto tra l’ordine obbligatorio della disposizione in serie dei fiammiferi per permettere la comunicazione delle fiamme tra di loro e la violenza del fuoco devastatore. Ciò che i fiammiferi delineano è un universo psichico che si situa tra materialità (il supporto di alluminio, i fiammiferi) e l’immaterialità: il fuoco.
Può brevemente raccontare ai lettori di “Stile” il suo percorso? Da che punto è partito, e quali sono stati i principali snodi del suo cammino?
E’ dopo aver incontrato Yves Klein, nel 1957, che sono diventato pittore monocromo (Klein, 1928-1962, sviluppò la sua ricerca su interessi di carattere esoterico e filosofico, giungendo all’eliminazione della rappresentazione pittorica a vantaggio di una rigorosa monocromia, ndR). Prima di questo incontro, io rimanevo indifferente alle opere dei miei contemporanei. Nel laboratorio di Yves provai la mia prima grande emozione plastica degli anni ’50. Fu con grande entusiasmo che aderii poi al Gruppo “Zero”, nel 1961. Yves aveva parlato del mio lavoro a Mack e Piene. Ma vediamo di percorrere i diversi periodi. 1958-59. Primi quadri monocromi rossi. Quadri monocromi rossi realizzati con parafuoco, con strati di carta incollati su tela e tagliati con forbici. 1961-68. Numerosi quadri di fuoco, grandi libri di fuoco, libri bruciati e da bruciare, performance con fuoco in lievitazione, strade di fuoco nello spazio. 1969. Prime opere della serie “Valanga”: telai di legna, sacchi di plastica, detersivi, acqua, riso, terra, polvere, colore in polvere, grani, residui di lavoro manuale come la segatura e la limatura, prodotti casalinghi di ogni genere, ceneri di libri bruciati. Sono questi i materiali delle sculture, impostati sul movimento ed il rumore, sul tempo e sullo spazio. Funzionano con l’aiuto di un movimento rotativo manuale. Queste opere necessitano dell’intervento dello spettatore. 1987. Quadri “Buchi di chiodo”, cartoni tagliati a ugnatura o sgancio e bucati, dipinti in rosso ed incollati su tela. 1988. Opere della serie “Parpanig”: quadri monocromi rossi, realizzati con dei punti in rilievo. 1990. Nuove opere della serie “Parpanig” (scatole in legno di diverse dimensioni). Il primo settembre 1991 mi sono trasferito a Reutlingen, e nel gennaio successivo ho prodotto numerosi quadri e scoperto uno strumento, la spatola, il “coltello per dipingere” col quale lavoro ancora oggi. Io non utilizzo mai il pennello, dipingo con la spatola. Non so dire quali siano state le tappe più importanti del mio lavoro. Io non credo di avere opere principali (al singolare o al plurale), anche se ho realizzato dei pezzi di grandissima dimensione, come ”Le deuxième mur” e la serie “Plein rouge”(1993-95).
La sua adesione al Gruppo “Zero”: riesce a definire rapidamente le finalità e le caratteristiche di questi pittori? A chi tra i suoi colleghi si sentiva più vicino?
A Yves Klein, ma sono distante dalla teatralità di cui egli dava prova. Anche quando facevo funzionare i miei apparecchi di fuoco in pubblico non sono mai stato enfatico. Come Klein io credo al vuoto ed al silenzio, soprattutto al silenzio. Il monocromatismo occupa un posto centrale nelle opere del Gruppo “Zero”, perché pone con molta esattezza il problema dello spazio che esprime la purificazione e la liberazione dal colore, escludendo il gesto soggettivo. Il quadro, per gli artisti “Zero”, è uno spazio dinamico, produttore di energia. In più questi artisti si interessano di scienza e di tecnologia. Lavorano in opposizione all’arte informale ed al neoespressionismo. Con “Zero” il quadro non è più una modalità d’espressione. Arte e tecnica, movimento, vibrazione, luce, vuoto, silenzio ed elementi naturali come acqua, aria e fuoco: ecco le caratteristiche delle realizzazioni e del pensiero “Zero”.
Che cosa rappresenta il Gruppo “Zero” nell’ambito dell’arte contemporanea?
La posizione del Gruppo “Zero” nell’arte contemporanea è quella di un’avanguardia storica internazionale degli anni 1950-60. La Germania, l’Olanda, la Francia, l’Italia sono presenti nel Gruppo.
Recentemente si sono sviluppate violenti polemiche intorno al nuovo modo di fare arte, un’arte sempre più vicina agli stereotipi della Biennale di Venezia. La scomparsa progressiva dei quadri, il dilagare del concettuale e del video, la provocazione fine a se stessa, hanno spesso trasformato il fenomeno artistico nel luogo delle mancate comunicazioni. Ritiene che dietro questa cortina si nasconda molto spesso un’incapacità di fare pittura?
Io non ho mai visitato la Biennale di Venezia e non sono al corrente delle polemiche che essa ha fatto nascere attorno ad un nuovo modo di fare arte. Ho semplicemente inteso dire che c’era un grande spazio dedicato alle opere “video”. Ho visitato raramente le esposizioni, essendo del parere che un artista debba proteggersi, proteggere la propria opera. Siccome non è indispensabile avere uno sviluppo artistico coerente e conseguente, penso che bisogna aprirsi la propria strada senza lasciarsi distrarre dall’arte degli altri. Ciò che posso dire è che sono decisamente ostile all’introduzione del linguaggio nelle arti plastiche, fortemente ostile alla scomparsa del quadro. Io sono convinto della necessità di essere pittore monocromo. Sono convinto che c’è un solo concetto che esprime il pensiero del secolo nel quale noi viviamo, ed è quello della monocromia. Tutti gli altri concetti, senza eccezione, rimandano al “dare a vedere”. Sono certo che essere realista è essere pittore monocromo, perché costui non dà niente a vedere. Si tratta di un dato nuovo. E ciò non vuol dire che io non sia d’accordo con Klein quando afferma: “Al presente i miei quadri sono invisibili…”. Per me la conquista dello spazio è la realtà del XX secolo e quella del XXI. E l’arte che io faccio è la realtà attuale. Sì, io sono un realista.
Oggi, a cosa sta lavorando? Quali aspetti tecnici e tematici intende seguire?
Durante gli anni ho cercato di visualizzare l’energia: quadri monocromi rossi, quadri-chiodi rossi, quadri-fili di ferro rossi, quadri-buchi di chiodi rossi, quadri di fuoco, eccetera. Dopo parecchio tempo mi sono lanciato nell’analisi dei colori del fuoco. Ho lavorato con il nero della calcinazione ed il grigio della cenere. Ora proseguo la mia analisi dei colori del fuoco, lavorando con i gialli e gli arancio delle fiamme, i marroni ed i grigi. Sto realizzando la danza della morte del fuoco, un’opera dallo sviluppo illimitato che ho intitolato “Il fuoco defunto” e che incorpora il bianco destinato a simboleggiare la morte, coprendo con la propria verginità silenziosa il colore, con un gioco d’accostamento di piccoli quadri mobili posti gli uni davanti agli altri. Dipingo questi piccoli monocromi con la spatola su cartone da pittura. L’opera finale si presenterà come una infinita varietà di colori (eccetto i toni del verde e del blu), colori sempre nascosti dal bianco. Ad ogni piccolo monocromo nero, marrone, grigio, giallo, rosso, arancio, corrisponde un piccolo monocromo bianco che lo ricopre. Lo schema

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Aubertin sceglie la monocromia perché ritiene, attraverso il silenzio, di raggiungere la verità della materia, senza interpretazioni soggettive e senza sentire la necessità che il quadro “dimostri qualcosa”. Per questo si ritiene un pittore realista.

Gli artisti che, come lui, tra gli anni Cinquanta e Sessanta aderirono al Gruppo “Zero”, nonostante la cornice spiritualista e teosofica tracciata di Yves Klein, furono molto interessati a temi relativi alla scienza e alla tecnologia. Da qui il discorso compiuto sulle sequenze e sulla produzione d’energia all’interno del quadro.

Il fuoco ha rappresentato uno dei principali centri di interesse per Aubertin. Esso è immateriale, ma è suscitato dalla materia. E’ fondamentale energia. L’energia-fuoco è vicina al pensiero che, pur essendo suscitato dal cervello, rappresenta la proiezione immateriale di un quadro anatomico.

aubertin firma

Firma a matita su carta o cartoncino

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Firma autografa con pennarello su cartoncino assorbente

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Firma autografa con pennarello sottile su carta

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