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Così gli angeli spiccarono il volo. Quando e perché misero le ali?

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di Federico Bernardelli Curuz

angeli4   Una creatura dal manto candido, con ampie ali, riccioli dorati, avvolta da un’aura divina. Tale descrizione ricorrerebbe alla mente di ciascuno, pensando ad una figura angelica. Una convenzione iconologica molto lontana dal concetto di angelus di età paleocristiana. Tra la fine del secondo e gli inizi del terzo secolo dopo Cristo, presero il via, infatti, i primi dibattiti teologici atti a definire la figura dell’angelo. Secondo i testi sacri queste creature, chiamate mal’akim, ovvero messaggeri, svolgevano appunto il compito di intermediari tra l’uomo e Dio.

Tale sostantivo veniva attribuito a qualsiasi soggetto al quale fosse assegnata una funzione di “mediatore” tra la realtà terrena e quella celeste: sia ad esseri ultraterreni, quindi, che a profeti, o comunque a mortali investiti di questo importante compito. La prima rappresentazione angelica ci giunge dagli oscuri corridoi delle catacombe, attorno alla metà del III secolo. Siamo nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria – annota Cecilia Proverbio nel volume La figura dell’Angelo nella civiltà paleocristiana, Tau editrice, 160 pagine-, uno dei nuclei più antichi delle catacombe di Roma: qui, inserito in un ambiente impreziosito da affreschi effigianti sequenze bibliche e da elementi appartenenti alla sfera pagana che assurgono ad emblema di rigenerazione e rinascita, emerge una scena celeberrima che sarà ripresa innumerevoli volte sulle tele: l’Annunciazione. All’interno di tre cerchi concentrici punteggiati, lungo il perimetro, da regolari marcature, occupano la scena due figure viste di scorcio. Nonostante le condizioni di conservazione dell’opera non permettano una chiara visione di ciò che sta accadendo, è possibile, attraverso un’analisi dettagliata, discernere elementi che consentono un’interpretazione precisa e affidabile della scena in questione. La silhouette sulla destra è quella di un uomo; tale certezza deriva dal fatto che la capigliatura e la lunga tunica impreziosita da clavi (strisce di porpora che marcano verticalmente la parte anteriore e quella posteriore del candido abito e che contornano l’orlo delle maniche, tratto distintivo di magistrati o importanti figure a livello pubblico) erano “accessori” attribuiti a personaggi maschili. L’uomo è in piedi, e con il braccio destro indica la persona di fronte a lui. Questa, seduta, indossa una veste ampia che le cinge il seno e la spalla (un lembo di tessuto, utilizzato dalle donne romane, che veniva apposto sulla testa e che andava a coprire le spalle).


Il gesto compiuto col braccio dalla figura a destra e la posizione dinamica del corpo, che palesano l’intenzione di instaurare un colloquio, conducono al passaggio, nel Vangelo di Luca, nel quale Maria riceve da un angelo l’annuncio della futura nascita del Salvatore: ciò è confermato dal confronto di tale immagine con due cicli della catacomba dei santi Pietro e Marcellino. L’angelo è individuabile comunque solo grazie alla narrazione biblica della vicenda, in quanto non esistono ancora elementi che ne contraddistinguano l’identità. Solo nel IV secolo è possibile stilare un elenco di caratteristiche che si presentano costanti nella maggior parte delle rappresentazioni dei messaggeri divini: innanzitutto la tunica a maniche lunghe chiamata dalmatica (diffusa soprattutto nel III e IV secolo), e le suddette fasce rosse, indice di rilevanza politica e sociale, i clavi, poi il pallium, ovvero un manto di lana dal filato spesso che veniva cinto intorno alla vita. Altro elemento ricorrente è la barba che, al pari del vestiario, compare con frequenza in molte raffigurazioni: e proprio questo dettaglio conferma il fatto che per i nostri antenati più lontani il sesso degli angeli non fosse assolutamente oggetto di dibattito. Ciò dovette avvenire dopo. Sono i primi passi verso la definiva versione di figura angelica che, nonostante tali accorgimenti, se estrapolata dal contesto prettamente biblico non sarebbe del tutto distinguibile. Nascono così le “didascalie” inserite nell’opera.

Come è possibile notare all’interno dell’ipogeo di Vibia a Roma, la defunta – Vibia, appunto – viene invitata al banchetto dei beati da un uomo definito, dalla scritta a lui sovrastante, angelus bonus, a sottolineare l’identità e il particolare ruolo svolto da questa figura, la quale presenta abiti e connotati analoghi a quelli poco sopra riferiti. Il gradino successivo, che segna lo sviluppo dell’immagine dell’angelo, coincide con la comparsa del nimbo – ovvero l’aureola, diafana e, probabilmente, invisibile all’uomo -, emblema della grazia divina. Il passaggio conclusivo, verso la fine del IV secolo, è lo spuntare delle ali. Quest’ultima esigenza nasce da intuizioni e teorie formulate a cavallo tra il II ed il III secolo, periodo ricco di dibattiti sulla natura angelica, che doveva distinguersi sia dalla Trinità che dai mortali. Ciò porta i teologi ad attribuire all’angelo un corpo leggero, sospeso, composto da una materia eterea paragonabile all’aria e al fuoco. Tali idee permisero a Tertulliano di affiancare queste entità agli spiriti, spiriti che venivano rappresentati con le ali, mezzo che… garantiva loro maggiore rapidità e la possibilità quindi di viaggiare in una ridottissima quantità di tempo.

Circa duecento anni più tardi, a non troppa distanza da Costantinopoli, una delle capitali imperiali, sul sarcofago del Principe, rinvenuto a Sarigüzel verso gli inizi degli anni trenta del Novecento, compaiono due angeli che sorreggono un cristogramma. I due indossano la tunica e il pallium, sparisce la barba irsuta ed in più, dalla schiena, nascono ampie ali che consentono ad entrambe le figure la posizione orizzontale, atta a riprodurre un volo trionfale. L’opera viene ripresa nella porta lignea di Sant’Ambrogio a Milano, poi sempre sul portale della chiesa di Santa Barbara al Vecchio Cairo. L’immagine dell’angelo, prima del V secolo legata quasi esclusivamente a produzioni di tipo funerario o strettamente correlata ad episodi biblici, ora viene “utilizzata” – oltre che per oggetti sacri (tra i quali, per esempio, le pissidi, i contenitori di reliquie o dell’eucarestia) – a scopo propiziatorio, come abbellimento per anelli e lucerne. E’ l’inizio di una tradizione iconografica in grado di resistere fino ai nostri giorni.
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