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Munch – “Così ho sentito l’urlo”. Storia, genesi e analisi del quadro


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L’urlo, o anche Il grido, è un celebre dipinto di Edvard Munch (titolo originale in norvegese: Skrik). Realizzato nel 1893 su cartone con olio, tempera e pastello, come per altre opere del pittore espressionista è stato dipinto in più versioni, quattro in totale. In alcune composizioni poetiche l’interprete dell’espressionismo nietzschiano racconta l’origine del celeberrimo dipinto: una passeggiata con amici portò in evidenza il dolore atroce di ogni segmento di vita di fronte alla natura matrigna. E quel volto contorto che deforma il mondo con un suono deflagrante conferma la posizione dell’uomo senza Dio: un’immensa sofferenza che diventa grido di sconfitta al cospetto del nulla, del nulla che avvolge, che torce le forme, che comprime la psiche dell’uomo, trasformando il suo volto, comprimendo il teschio fino ad evidenziarlo drammaticamente sulla pelle. Munch cerca di frapporre tra il nulla e sè, le proprie mani, come se il silenzio immane di una natura matrigna penetrasse insopportabilmente negli orecchi.

munch-lurlo

Sapete perché è subito consolatorio tornare su Edvard Munch? Perché, essendo uno dei sofferenti più esposti, dona un senso alle nostre sofferenze, le abbraccia, le soffoca, ci grida sopra e noi gridiamo con lui. Anche in questo consiste la coralità e l’universalità del suo urlo, del nostro urlo. 

Munch scrisse e dipinse L’urlo. Fu aggredito da voci, atterrito da colori che si rompevano nella mente: e li raccontò con le parole, prima di affidarsi alla tela. In trenta righe, tra poesia e prosa – le ritroviamo nel volume Edvard Munch, Frammenti sull’arte, Abscondita, 154 pagine, 19 euro -, registra l’attacco profono.
Scrive: “Una sera camminavo / lungo un viottolo in collina / nei pressi di Kristiania / con due compagni. Era / il periodo in cui la vita / aveva ridotto a brandelli / la mia anima. / Il sole calava, si era / immerso fiammeggiando / sotto l’orizzonte. / Sembrava / una spada infuocata / di sangue che tagliasse / la volta celeste. / Il cielo era di / sangue sezionato / in strisce di fuoco, / le pareti rocciose infondevano / un blu profondo / al fiordo scolorandolo / in azzurro freddo, giallo e / rosso. / Esplodeva / il rosso sanguinante lungo / il sentiero e il corrimano, / mentre i miei amici assumevano / un pallore luminescente. / Ho avvertito / un grande urlo, / ho udito, / realmente, un grande / urlo, i colori della / natura mandavano in pezzi / le sue linee, / le linee e i colori / risuonavano vibrando, / queste oscillazioni della vita / non solo costringevano / i miei occhi a oscillare, / ma imprimevano altrettante / oscillazioni alle orecchie, / perché io realmente ho udito / quell’urlo – e poi ho dipinto / il quadro L’urlo”.

 La stessa scena fu descritta da Munch anche con alcune righe scritte sul diario , mentre era malato a Nizza, nell’Ospedale di San Caterina di Osvaldo:
« Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”.

La narrazione è in parte shakespeariana e in parte da prefazione all’Inferno dantesco, il confronto è con le visioni dei martiri, con le apparizioni dei beati. Del resto, Edvard Munch (1863-1944) appartiene alla schiera sterminata dei martiri e dei beati della follia, ipotizzando per un’estrema ragione della speranza che la follia sia una forma di santità e divenga, in ogni secolo, uno strumento d’arte.

Ispirazione purissima e soffertissima e molto condivisa nella storia della pittura, al punto di pensare che si debba frequentare il pianeta della follia e del patimento per esprimere, più che la bellezza, un’estetica del pensiero da conservare come memoria e patrimonio. Di nuovo, si conferma l’aiuto di Munch allorché indica l’appartenenza a un destino comune, alla condivisione di un lembo del sudario.

Munch nasce coi nervi fragili, con morti vicine, malattie che lo rendono orfano. Gli rimane l’eredità di un’arte anch’essa da possedere nell’angoscia. E si tiene l’esclusiva dell’uomo di cultura, del vero uomo di cultura, il quale si convince a espiare, solitariamente e rumorosamente, la sua stessa solitudine. L’urlo rompe l’accerchiamento e diminuisce lo spavento del nemico.

Solo, Edvard Munch, riporta l’indignazione con la propria terra, malata di distrazione nei suoi confronti. E’ un’altra particella di urlo. Sentite: “Un giovane pittore tedesco, Macke, caduto in guerra, mi ha scritto: ‘Noi ti portiamo avanti sulle nostre spalle’. Qui in Norvegia nessuno mi porta sulle sue spalle. Mi stritolano tra scudi”. Fotocopiate questa sorta di ballata di Munch e donatela ad un artista bravo, vicino di casa. Vedrete, sarà sollevato, convinto di non essere sotto il tiro del mondo. Si rasserenerà. Almeno per qualche giorno, prima di tornare a credere che i suoi non lo porteranno avanti sulle loro spalle.

Appena dopo, in un’altra “ballata”, Munch prende in prestito il destino amaro di Raffaello: a differenza di Hogarth, che dipingendo immoralità “è morto serenamente in seno alla famiglia”, Raffaello, “il pittore della beltà e della purezza, morì di sifilide (così riteneva Munch, ma questo particolare non corrisponde alla realtà, ndr)… L’artista è un giglio gettato”. Forse all’artista puro è riservata una sorte più crudele?
Di Edvard Munch, tra i molti frammenti esistenziali oscurati, va segnalata la relazione con Mathilde Tulla Larsen, bella e viziata, padrona di una vita più che libera e ricca. Lei, innamoratissima, lui abbastanza stanco di una storia che gli accresceva la psiconevrosi.

Un bel giorno, Tulla, per poter recuperare l’amore di Edvard, diede incarico di annunciare la propria morte, si fece trovare composta in una bara e quando lo vide si alzò trionfante: “Sapevo che saresti venuto”, disse.
A quel punto saltò fuori un revolver e partì uno sparo. Diverse le versioni. I nervi di Munch si ritrassero ulteriormente così come l’orgoglio, abbattuto pure dalla relazione di Tulla con un pittore impressionista.

Un pittore che sentiva il mondo – e l’arte – come una realtà serenamente agli antipodi rispetto al Nostro. La rabbia gli procurerà la forza creativa per la creazione di un portfolio litografico intitolato Alpha e Omega. Le descrizioni poetiche che accompagnano le diciotto litografie, legate alle concezioni di Kierkegaard, Schopenhauer e Nietzsche, ironizzano sul rapporto tra i sessi e alleggeriscono la pressione di Tulla sul cuore e soprattutto sul cervello dell’artista norvegese.


Perchè Munch urla, nel dipinto, assumendo in sé la funzione d’immagine specchiante della civiltà occidentale? Il suo grido di dolore non è quello che si conosceva, fino a quel momento, nell’arte. Statue e dipinti rappresentavano il grido della Madonna di fronte a Cristo morto, la disperazione e l’urlo dei Giganti travolti dalle pietre dell’Olimpo (Giulio Romano, Palazzo Te), il dolore fisico delle anime dell’inferno. Il dolore era suscitato da un evento ben preciso. L’urlo di Munch è invece suscitato da nulla e dal Nulla. E’ il grido dell’uomo moderno che la filosofia positivista e il darwinismo hanno collocato in una dimensione puramente materiale, biologica, animale, destinato all’oscurità di una morte senza consolazione. Il panico si sviluppa pertanto non per una causa di dolore diretta, tangibile, ma per il perdersi d’ogni Senso dell’esistenza, per secoli dominata da una precisa idea del trascendente. L’uomo ridotto a una solitudine senza conforto viene schiacciato dal peso di un mondo deformato, all’interno del quale egli non conta più nulla. Ogni reazione positiva pare impossibile poichè la vita appare come una semplice condanna. Resta la disperazione esistenziale. Se in precedenza il pensiero negativo di Schopenauer trovava, nell’arte la pace, inglobata nella contemplazione estetica del nulla stesso – come avvenne in Leopardi – ora nemmeno l’arte è motivo di ordinata consolazione. Kafka asseconda, con l’estetica dell’espressione caricata, l’orrore e l’opera non svolge alcuna azione consolatoria, ma scava nella disperazione stessa, fino a emanare in direzione dello spettatore una luce apocalittica, quella dei bagliori sinistri che avvolgono il nero profondo del Nulla. Negli anni successivi alla realizzazione dell”Urlo,  Kafka portava ai vertici della letteratura novecentesca quel nichilismo, quella morte di Dio, quell’assurdo che spingono un’umanità senza una guida in labirinti, in castelli d’incubo, in processi incomprensibili; ciò che manca è la figura del Padre buono  –  che è Dio -, del quale è rimasto solo un gigantesco calco. Cioè la presenza costante di un’assenza, causata da un vuoto incolmabile, da un’orfanità senza consolazione.

Sotto il profilo medico, si può rilevare una stretta connessione tra l’Urlo di Munch e un forte attacco di panico, con ansia, giramenti di testa, dolore e senso di vuoto e di angoscia avvertito nella regione toracica, fotofobia, deformazione della realtà, amplificazione insopportabile di ogni rumore. Alcuni pazienti che soffrono di attacchi di panico e di ansia affermano che il sole basso all’orizzonte, il cielo striato di arancione e il contrasto con zone cromaticamente fredde – come il mare del fiordo o la pianura che imbrunisce – provocano un senso acuto di malinconia, che si trasforma in quel senso di  vuoto e caduta che precede il caos e il malore.


LA RIPRESA DELL’URLO DA PARTE DI FRANCIS BACON

Il dominio di Innocenzo X, nell'ambito del ritratto che fu dipinto da Velazquez, citato da Francis Bacon nel proprio dipinto, si trasforma qui in caduta nel vuoto e in urlo. Lo stesso Papa non solo dubita di tutto, ma si apre alla disperazione. Oltre a citare Velazquez, maestro della divina compostezza dell'uomo, Bacon ricorda l'urlo di Munch, ma attraverso il grido di un'anziana donna, nel fotogramma tratto dal film La Corazzata Potemkin. Il volto del papa dipinto soltanto a metà e la delineazione di strisce verticali conferiscono alla figura un senso di caduta nel vuoto

Il dominio di Innocenzo X, nell’ambito del ritratto che fu dipinto da Velazquez, citato da Francis Bacon nel proprio dipinto, si trasforma qui in caduta nel vuoto e in urlo. Lo stesso Papa non solo dubita di tutto, ma si apre alla disperazione. Oltre a citare Velazquez, maestro della divina compostezza dell’uomo, Bacon ricorda l’urlo di Munch, ma attraverso il grido di un’anziana donna, nel fotogramma tratto dal film La Corazzata Potemkin. Il volto del papa è dipinto soltanto a metà e la delineazione di strisce verticali conferiscono alla figura un senso di caduta nel vuoto

QUANDO L’URLO ERA GENERATO DA UN DOLORE REALE O ERA UN GRIDO DI GUERRA

Come abbiamo notato in precedenza, l’Urlo di Munch si configura come reazione violenta alla violenta azione della natura, che imprigiona l’uomo per poi condurlo alla morte. E’ un dolore interno, non causato da un lutto o da una reazione fisica. E’ un lacerante dolore esistenziale, che viene esteso all’intera umanità. L’osservazione delle opere in cui appare l’urlo, nel passato, ci consente di comprendere compiutamente questo concetto.

 

Niccolò Dell'Arca, Compianto sul Cristo morto,1463-1490 circa, terracotta, Bologna, Chiesa di Santa Maria della Vita. Maria e Maddalena giungono correndo, disperate, nei pressi del corpo di Gesù, dopo la Deposizione. Il loro dolore è causato dall'immensità della perdita a cui sono chiamate ad assistere

Niccolò Dell’Arca, Compianto sul Cristo morto,1463-1490 circa, terracotta, Bologna, Chiesa di Santa Maria della Vita. Maria e Maddalena giungono correndo, disperate, nei pressi del corpo di Gesù, dopo la Deposizione. Il loro dolore è causato dall’immensità della perdita a cui sono chiamate ad assistere

Antonio Pollaioio, Ercole e Anteo, 1475, tempera grassa su tavola, Firenze Galleria degli Uffizi. L'opera rappresenta l'urlo del guerriero aggredito. La ragione fisica del suo grido è doppiamente motivata dallo schiacciamento della parte finale della cassa toracica da parte dell'avversario. La causa è pertanto fortemente materiale

Antonio Pollaioio, Ercole e Anteo, 1475, tempera grassa su tavola, Firenze Galleria degli Uffizi. L’opera rappresenta l’urlo del guerriero aggredito. La ragione fisica del suo grido è doppiamente motivata dallo schiacciamento della parte finale della cassa toracica da parte dell’avversario. La causa è pertanto fortemente materiale

 

Leonardo da Vinci, Studio per la battaglia d'Anghiari. L'artista rappresenta un giovane uomo che chiama o che grida, in un atteggiamento attivo, come durante un attacco armato

Leonardo da Vinci, Studio per la battaglia d’Anghiari. L’artista rappresenta un giovane uomo che chiama o che grida, in un atteggiamento attivo, come durante un attacco armato

Leonardo da Vinci, Testa di uomo urlante. L'artista studia gli effetti di un grido aggressivo sulla fisionomia dell'uomo

Leonardo da Vinci, Testa di uomo urlante. L’artista studia gli effetti di un grido aggressivo sulla fisionomia dell’uomo

San Valentino (con il committente del dipinto), di Lucas Cranach, Galleria delle arti figurative di Vienna, particolare, 1502. La figura si lega probabilmete a una grazia ricevuta dal committente che, grazie al santo vescovo, ha vinto l'epilessia

San Valentino (con il committente del dipinto), di Lucas Cranach, Galleria delle arti figurative di Vienna, particolare, 1502. La figura si lega probabilmete a una grazia ricevuta dal committente che, grazie al santo vescovo, ha vinto l’epilessia

Giulio Romano e aiuti, La sala dei Giganti (particolare). 1532-1535. L'urlo dei giganti è provocato dal terremoto e dalla caduta dei macigni causati dall'ira di Zeus

Giulio Romano e aiuti, La sala dei Giganti (particolare). 1532-1535. L’urlo dei giganti è provocato dal terremoto e dalla caduta dei macigni causati dall’ira di Zeus

Clemente Zamara, Compianto sul Cristo morto (particolare, Maddalena), 1520-1530, legno intagliato, Bagnolo Mella, Santuario e Disciplina di Santa Maria della Stella

Clemente Zamara, Compianto sul Cristo morto (particolare, Maddalena), 1520-1530, legno intagliato, Bagnolo Mella, Santuario e Disciplina di Santa Maria della Stella

Clemente Zamara, Compianto sul Cristo morto (particolare, Maddalena), 1520-1530, legno intagliato, Bagnolo Mella, Santuario e Disciplina di Santa Maria della Stella

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Agostino Carracci (attribuito, Contadino che grida. L'opera rientra in una ricerca delle forme espressive che fu praticata tra la fine del Quattrocento e il Seicento. Il contadino, come dimostrano i suoi occhi sembra gridare per chiamare qualcuno lontano o per "alzare la voce". Nella suo volto non c'è disperazione

Agostino Carracci (attribuito, Contadino che grida. L’opera rientra in una ricerca delle forme espressive che fu praticata tra la fine del Quattrocento e il Seicento. Il contadino, come dimostrano i suoi occhi sembra gridare per chiamare qualcuno lontano o per “alzare la voce”. Nella suo volto non c’è disperazione

 Giovanni Bernardino Azzolino (o Azzolini), noto anche con il nome di Bernardino il Siciliano (Cefalù, 1572 – Napoli, 12 dicembre 1645), Anima dannata


Giovanni Bernardino Azzolino (o Azzolini), noto anche con il nome di Bernardino il Siciliano (Cefalù, 1572 – Napoli, 12 dicembre 1645), Anima dannata. Il grido è suscitato dalla prigionia sotterranea che lo spettatore percepisce come carica di un infernale, oscuro calore e dalla privazione della libertà



LE ORIGINI DELLO STILE E DEI DIPINTI DI MUNCH
TRA STORIA PERSONALE, FILOSOFIA E SCIENZA

munch

Anche se il tracciato biografico non deve assumere un valore di connotazione assoluta delle opere di un artista, non va dimenticata, nel delinineare l’esistenza di Munch (1863-1944) un’immane sofferenza infantile, provocata dalla tubercolosi dalla quale è colpito, come i suoi familiari, che muoiono a causa di questa malattia. Accanto ai devastanti effetti della Tbc su un bambino – Munch ricorderà, nei diari, un’angoscia costante e la presenza di sangue che usciva dalla bocca – modula uno stile, prima simbolista, poi apertamente espressionista, grazie allo studio e all’esame di artisti e autori che lavorano attorno al pensiero negativo e alla morte di Dio.
Se pertanto l’espressione artistica potesse essere ridotta a una sorta di formula chimica, potremmo dire che in Munch è orientata da:

Forte sofferenza fisica e psichica, con percezione costante di persecuzioni messe in atto da parte di galleristi e colleghi, legata all’isolamento. Devastanti attacco di panico.
Allontanamento da ogni forma consolatoria e dall’impressionismo, abbracciato agli inizi della carriera perché ritenuta una modalità superficiale di dipingere. Allontanamento da ogni forma decorativa dell’arte, che tende a portare una sensazione di benessere allo spettatore.
Ricerca di una dimensione simbolista del dipinto, che non colga tanto l’epidermide della realtà, ma il suo respiro profondo.
Scoperta del pensiero di Nietzsche, letto come assoluta solitudine dell’uomo di fronte all’universo e acquisizione di alcuni concetti della psicanalisi freudiana, che trasformano il concetto di anima in psiche, dominata dall’intreccio di formule ossessive
Lettura e incontro con il drammaturgo Ibsen, che esamina l’assoluta impossibilità dell’uomo di sottrarsi alle tare genetiche, che sono il vero elemento di predestinazione.
Osservazione del tormento e della deformazione dei quadri di Van Gogh, da lui considerato un genio assoluto e l’autentico padre dell’espressionismo.
Percezione delle scoperte scientifiche sulla diffusione delle onde radio, che percuotono la materia senza essere viste; onde che egli dice di aver visto per la prima volta, attraverso le intuizioni rispetto al dominio della linea curva, nello Jugendstil, cioè il Liberty austriaco-tedesco. Movimenti che egli percepisce non più come eleganza e flessuosità, ma come flagellazione dei corpi, da parte di un’energia invisibile e ostile

In sintesi: Edvard Munch è un esponente della cultura nordica, di derivazione tedesca, basata sul pensiero negativo, come evoluzione e conferma delle opere di Schopenhauer, i cui esiti nichilisti sono accresciuti dalla ricerca scientifica, dalle analisi di Nietzsche sulla decadenza, dalla psicanalisi, dall’interpretazione degli studi darwiniani sull’evoluzione, dai drammi di Ibsen e dall’esempio tormentato della pittura di Van Gogh. All’uomo non resta che gridare, ma senza che possa ottenere nulla, il proprio dolore, di fronte a una natura indifferente e leopardianamente matrigna.

 

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