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Così parlò Mimmo Rotella: “La mia vita e Lucio Fontana, i décollage e Marilyn Monroe” – L’intervista


intervista di Enrico Giustacchini

“Stile” intervistò Mimmo Rotella (Catanzaro, 7 ottobre 1918 – Milano, 8 gennaio 2006)nel suo studio milanese. Per comprendere le sue opere e il suo percorso rileggiamo insieme questo ottimo lavoro.

Mimmo Rotella in studio

Mimmo Rotella in studio

Maestro, Pierre Restany ha definito la sua opera “una delle più potenti immagini poetiche della cultura urbana nella sua perenne modernità”. Ma dove, quando nasce la grande intuizione del décollage? Lei mi pone una domanda cruciale, a proposito dell’origine della creatività. Quando scocca la scintilla? Da giovane ero un tipo estremamente meditativo. I miei amici mi tiravano in giro. Dicevano: “Rotella pensa, pensa sempre. Che cosa pensa?”. La mia volontà innovativa, la mia tensione verso soluzioni inedite nasce proprio dalla meditazione. E’ da essa che, in un momento estremo, si sprigiona l’illuminazione. Leonardo da Vinci era un illuminato, e parlava con Dio. Il nostro sogno è riuscire a parlare con Dio. Nel 1952 tornavo a Roma da un soggiorno negli Stati Uniti, a Kansas City, dove mi ero recato grazie a una borsa di studio della Fondazione Fulbright. L’esperienza era stata molto interessante, ma io mi trovavo adesso in un momento di crisi profonda. Non volevo più dipingere. Ritenevo che, dopo Duchamp, tutto fosse stato fatto. Finché, uscendo di casa una mattina, il mio sguardo incontrò al di là della strada, sul muro di fronte, un manifesto lacerato. E fu l’illuminazione. Di notte uscivo per le vie della città a strappare quei manifesti colorati, destinati a diventare opere d’arte. Fu Emilio Villa a convincermi definitivamente del valore del mio lavoro, quando affermò: “Con questi strappi tu inventi un nuovo spazio, come sta facendo Fontana con i tagli”. Lo stesso Villa mi organizzò una mostra a Roma, nel 1955.

Una mostra a cui ne sarebbero seguite tante altre. Pensiamo a “Cinecittà”, a Parigi nel 1962, che segnò la sua definitiva consacrazione internazionale; o agli eventi di cui è stato protagonista negli Usa. Mi può spiegare il perché della prevalenza, nell’ambito del décollage, dei manifesti a soggetto cinematografico? Il cinema è stato il mio primo, grande amore. Io sono calabrese, ho vissuto l’infanzia in Calabria. Ebbene, ricordo che a sei anni scappavo di casa per andare al cinematografo. Quelle immagini mute mi affascinavano. Adoravo Keaton e Chaplin, ma anche Tom Mix, o le pellicole di Maciste. Si è trattato di esperienze che hanno inciso indelebilmente sulle mie scelte artistiche future.

“A qualcuno piace caldo”, 1962

“A qualcuno piace caldo”, 1962

E cinema significa Marilyn Monroe, protagonista principe delle sue creazioni. Le sue Marlyn sono state paragonate per importanza a quelle di Andy Warhol. Nella memorabile mostra che gli Stati Uniti hanno realizzato in occasione dei cent’anni del cinematografo le vostre opere aventi per soggetto l’attrice sono state esposte di fianco l’una all’altra. Quali sono le differenze tra le vostre due interpretazioni? Warhol – indiscutibilmente il caposcuola della pop art -, essendo americano, ha proposto una lettura intrisa della cultura del suo Paese. I suoi lavori sono espressione della logica del consumismo e della riproducibilità di tutto, anche dei miti. Inoltre in lui – come in molti dei suoi colleghi e compagni di avventura – la tecnica prevalente era la serigrafia, ossia una tecnica eminentemente pittorica. Le mie Marilyn invece sono quelle strappate dai muri, lungo le strade. Noi europei – e mi riferisco in particolare all’esperienza riconducibile ai Nouveaux Réalistes – proveniamo da Duchamp: ci affascina più il ready-made che non il gesto pittorico.

Si può parlare pure di un maggior coinvolgimento emotivo rispetto agli americani? Sam Hunter, in un saggio a lei dedicato, suggeriva questa chiave di lettura, raffrontando, a titolo di esempio, l’“imparzialità” di Rauschenberg ed il “sentimentalismo” che pervade la produzione europea.Condivido l’opinione di Hunter. Aggiungerei, semmai, che noi siamo anche più creativi. Sì, vedo più creatività rispetto a loro. Questione di cultura, come sempre: di storia, di tradizione, di interiorità.

Roma, una performance rotelliana di “poesia epistaltica”

Roma, una performance rotelliana di “poesia epistaltica”

E’ in questo peculiare contesto che va vista l’elezione, da parte sua, di Marilyn Monroe ad icona della pagina probabilmente più acclamata, in una dimensione planetaria, del suo lavoro artistico? Certamente. Parlavo un momento fa di creatività: ebbene, Marilyn è stata e rimane per me uno strabiliante esempio di creatività. Se la guardiamo ballare, o cantare nei suoi film, non possiamo che rimanere stupefatti di fronte a quella sua naturalezza che ha del miracoloso. Certo, era una donna bellissima: ma io l’ho sempre ritenuta pure una donna estremamente intelligente. La sua tragica fine ne ha amplificato il mito, l’ha consegnata all’immortalità. Se dovessi tuttavia definire la Monroe con un solo aggettivo, sceglierei ancora una volta “creativa”.

L’esperienza del décollage si è sviluppata in forme diverse: oltre al décollage vero e proprio, lei è ricorso spesso al doppio décollage, o alla sovrapittura. Talvolta le mie opere sono stati puri ready-made; talvolta mi servivano elementi dalle caratteristiche diverse – per esempio, tracce di colore più intenso -, ed allora intervenivo in questa direzione successivamente, ossia sul manifesto già strappato e riportato sul supporto. La sovrapittura – il gesto pittorico finale apposto sul manifesto – va intesa nel contesto filosofico del “messaggio sul messaggio”: ed appartiene ad un periodo più tardo rispetto al décollage tradizionale, agli anni Ottanta.

Ciò che viene sovente sottolineato a proposito di questa tecnica è il perfetto equilibrio che lei riesce a conseguire tra rigore compositivo e casualità, la casualità implicita nello strappo. Le rispondo con una parola: questa parola è “magia”. La magia è un elemento importante nell’azione artistica. Non tutti i pittori ne sono provvisti. Io ho avuto la buona ventura di nascere nella terra che fu, in passato, la Magna Grecia. Pitagora viveva a Crotone, a pochi chilometri da casa mia. Da allora sono passati millenni, ma l’humus è lo stesso. La magia, noi, l’abbiamo in dotazione, come bagaglio genetico. Boccioni è nato a Reggio Calabria. Ma gli esempi che potrei fare sono diversi. Ecco, credo che si debba fare riferimento al dono grande che è la capacità di suscitare magia.

“Cinecittà”, 1963

“Cinecittà”, 1963

Segno, colore, materia. Che importanza attribuisce a queste tre componenti della creazione artistica? Cominciamo dal segno: apparentemente marginale, si potrebbe credere ad una lettura superficiale dei suoi décollage, ed invece esplicato con forza nei frammenti di immagine o delle parole scritte. E’ corretto stabilire un collegamento, in tal senso, con l’esperienza di espressione sonora, ossia della pratica della “poesia fonetica” da lei attuata a partire dagli anni Quaranta? Restany definì quest’ultima un’“esplosione del suono”, mentre per i manifesti lacerati scrisse di “esplosione della forma”.Sì, questo collegamento esiste. Esiste un’analogia fra poesia e pittura. L’invenzione linguistica, lo stravolgimento in senso creativo e innovativo delle parole, può consentire al poeta di innescare un’“esplosione” non meno potente di quella permessa al pittore.

Veniamo all’importanza del colore. Lei ha affermato una volta: “E’ la molla emotiva del colore che fa scattare la mia volontà di lacerazione”. Torniamo dunque a discorrere di emozioni e di sentimenti, come dato imprescindibile della sua arte. Eh, non ci si scappa: si ricomincia a parlare di radici. Il caldo della Calabria, il vento del Mediterraneo… I miei colori non potevano e non possono essere che questi: colori caldi, mediterranei. Quando non li trovavo, quando non li trovo, me li vado a cercare. Sì, l’aspetto dell’invenzione cromatica è sempre stato fondamentale nel mio lavoro.

Infine, l’importanza della materia. Lei, specialmente agli inizi della grande stagione del décollage, utilizzava spesso anche il retro dei manifesti strappati. E’ vero. Ed ho sempre attribuito a tali interventi pure una valenza per così dire archeologica. Sì, perché con i manifesti abradevo dai muri della vecchia Roma frammenti di intonaco, reliquie di mattoni, granelli di terriccio… A ciò si mescolavano, come per una mistura alchemica, i colori delle stamperie, i neri, i grigi, con esiti cromatici e materici davvero stupefacenti.

Rotella a Parigi con César

Rotella a Parigi con César

Quali sono gli artisti italiani della sua generazione che stima ed apprezza maggiormente? Un nome su tutti: Lucio Fontana. Mi sento accomunato a lui – oltre che dall’amicizia e dall’affetto che ci univa – dalla convinzione di avere entrambi, come intuì Villa, inventato uno spazio nuovo. Naturalmente non dimentico altre figure di assoluto rilievo, a cominciare da Burri, che fu però, soprattutto, un ricercatore, un ricercatore della materia.

E tra le generazioni successive? Mi piacciono alcuni esponenti della Transavanguardia. Sandro Chia, ad esempio, per le sue soluzioni nell’ambito del colore e della forma.

Quali sono i suoi progetti per l’immediato futuro?  I progetti sono davvero tanti. Per i sessant’anni dell’Onu, in giugno sono stato invitato, unico italiano, ad una rassegna ospitata nel palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra. In quella stessa sede, ad ottobre, si terrà una mia personale curata da Germano Celant. Tra dicembre e gennaio, poi, inaugurerà al rinnovato Palazzo delle Esposizioni di Roma un’antologica delle mie opere, destinata in seguito a viaggiare in molte capitali europee.

Ci aggiorni, per concludere, sull’attività della prestigiosa Fondazione che porta il suo nome. La Fondazione Mimmo Rotella è nata nel 2000 ed ha sede a Catanzaro, mia città natale, e Milano. E’ diretta con passione e competenza da Piero Mascitti, e sta svolgendo un’attività intensissima. Mi piace citare, tra le realizzazioni più recenti, il film “L’ora della lucertola”, a me dedicato, prodotto da Mascitti e diretto da Mimmo Calopresti, presentato con ampi consensi alla 61.a Mostra internazionale del cinema di Venezia. E’ inoltre in fase di ultimazione il catalogo generale della mia opera, curato da Celant, mentre si sta procedendo nella campagna di digitalizzazione dello stesso corpus dei lavori, immessi in archivio ciascuno con sei immagini fotografiche accompagnate da immagini video e dal corredo critico e bibliografico relativo. Una “fatica” che una volta conclusa consentirà a chiunque lo desiderasse di accedere con facilità ad una sterminata mole di materiale relativo alla mia vita ed alla mia attività artistica. Da segnalare poi che il progetto dell’archivio-magazzino della Fondazione è stato selezionato ed esposto alla Biennale di Architettura di Venezia dello scorso anno.

“Made in Italy”, 1965

“Made in Italy”, 1965


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