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Cucchi, il mare e le cose. L’intervista, la Transavanguardia, le quotazioni

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di Enrico Giustacchini

Enzo Cucchi (Morro d’Alba, Ancona, 1949), grande nome della Transavanguardia, è tra i protagonisti assoluti della pittura internazionale contemporanea. Dopo una significativa esperienza nel campo della poesia, dall’età degli anni Settanta inizia la sua avventura artistica accanto a Sandro Chia e Francesco Clemente, nucleo della corrente teorizzata da Achille Bonito Oliva nel 1979, e che comprenderà pure Mimmo Paladino e Nicola De Maria. Cucchi ha esposto da allora e fino ad oggi nei principali musei di tutto il mondo: dal Guggenheim di New York alla Tate Gallery di Londra, dalla Kunsthalle di Basilea al Centre Pompidou di Parigi. In Italia, da citare almeno la personale dedicatagli nel 1997 dalla Biennale di Venezia e quelle del Castello di Rivoli (1993), di Palazzo Reale a Milano (1995), del Museo di Capodimonte di Napoli (1996).

cucchi31Maestro, parliamo di sacro. In una sua recente mostra milanese, “Il secondo giorno”, lei si è prefisso di ampliare il concetto di sacralità dell’arte, coinvolgendovi il complesso del sistema, a partire dalla struttura espositiva. Come mai?
Ritengo importante che un evento artistico oltrepassi l’aspetto formale per divenire un momento in cui si circoscrive la sacralità. Il mio sforzo era ed è inteso alla creazione di occasioni di sacralità: visitare una mostra alla stessa stregua dell’entrare in un luogo sacro, insomma, acquisendo il senso di far parte di una “tribù”.
< La sua pittura propone archetipi della cultura e della vita comune, secondo un’iconografia evocativa e simbolica. L’immagine dunque come strumento – per dirla con Bonito Oliva – “contro l’impersonalità, neutralità e oggettività dei procedimenti dell’arte concettuale”…
Ho definito l’immagine “l’ultima speranza del mondo”. Un mezzo per mantenere il contatto con la realtà, pur nella problematica condizione in cui tutti viviamo. Non credo alle suggestioni, tanto meno alle fantasie. Quel poco che conosciamo sono le cose che ci circondano: e sono queste ad essere al centro della mia riflessione d’artista. Intendiamoci, io non cerco di decrittare o di interpretare la realtà: io mi pongo in uno stato di attenzione, per riuscire a captare emozioni capaci di far scoccare la giusta scintilla.



L’arte ha un ruolo, un significato?
L’arte non si occupa, né deve occuparsi, del futuro. Chi ne ha sostenuto la capacità di sviluppare certe interazioni, a mio giudizio sbagliava. L’arte non è per le interferenze; in realtà da sempre, eternamente, non fa che mettersi in relazione con le proprie cose.
Da qualche anno, lei lavora spesso con Ettore Sottsass, uno dei maggiori architetti contemporanei. Nei mesi scorsi, ad esempio, si è tenuta un’importante mostra di vostre opere a Siracusa. Ce ne vuole parlare?
La mostra ha avuto luogo alla Civica Galleria di Arte Contemporanea di Montevergini. Sottsass ed io non ci siamo mossi solo in qualità di “ideatori di oggetti”, ma pure come “ideatori di luoghi” da abitare e trasformare. Ettore ha realizzato un contenitore per due sculture greche del V secolo a.C.; io mi sono ispirato al papiro, pianta che a Siracusa cresce spontaneamente, per dar vita ad un lavoro pittorico di grandi dimensioni che aveva come supporto proprio due stuoie di canne fluviali. Inoltre, sempre in quell’occasione abbiamo presentato i anteprima “I disuguali”, quattro tavolette di ceramica create in collaborazione e prodotte a tiratura limitata: una sorta di “libro-opera”, o meglio ancora di numero primo di una pubblicazione periodica le cui pagine-tavolette verranno eseguite di volta in volta da autori diversi.



Un altro evento espositivo che l’ha vista ultimamente protagonista è stata la personale “Quadri al buio sul mare Adriatico”, alla Pescheria di Pesaro. Il mare – ed in particolare, per un marchigiano come lei, l’Adriatico -, che importanza ricopre nella sua pittura?
L’Adriatico è il “mare della pittura”, di tutta la pittura che conosciamo. Mi rifaccio a quanto ho scritto nel volume realizzato per l’occasione con Ludovico Pratesi ed Emanuela Nobile Mino: “Tutte le cose vanno verso il mare. L’Adratico è il mare più piccolo, e i pesci più buoni sono nei mari piccoli… Quindi anche la pittura qui è più buona. L’Oceano Indiano è pieno di meraviglie, di colori, di creature variopinte, ma cosa ha prodotto? Qualcosa di altrettanto speciale sicuramente, ma relativo alla decorazione. Non voglio dire che l’acqua dell’Adriatico è acqua santa, ma è l’acqua che ha rinfrescato tutte le cose. Piero della Francesca si è sciacquato gli occhi in quest’acqua. Tu pensa se Tiziano si fosse lavato il viso nell’Oceano Indiano, pensa cosa sarebbe uscito dalle sue mani!”
Stile arte, 1 marzo 2002)

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