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Da Stile Arte New York: ma chi l’ha detto che West era violenza? Ecco le tele di Bingham


di Stefano Maria Baratti

La mostra  Navigating the West: George Caleb Bingham and the River,  in programma presso il Metropolitan Museum of Art di New York fino al 20 Settembre 2015, presenta alcune opere del pittore americano luminista  George Caleb Bingham (1811-1879) che ritrae storie di cacciatori di pellicce (“trappers”)  lungo il fiume Missouri nel pieno della fioritura del western, un genere di frontiera nei luoghi ancora selvaggi del Nuovo Mondo. Questo genere, spesso associato a scene di feroci scontri nelle vaste praterie tra indiani e cowboys, banditi che assaltano banche o diligenze, oppure mortali sparatorie nelle strade o nei saloon, viene invece ritratto da  Bingham  con toni intensamente pacati , dove chiatte o piccole imbarcazioni, trasportano, attraverso le placide acque del grande fiume, operai che giocano a carte, o che ballano al suono di violini.  Questi motivi, che in definitiva possono ricondursi all’ideologia romantica, formano le basi del “luminismo” (termine coniato per definire lo stile del pittore belga Émile Claus), una forma di neo-impressionismo che opera all’aperto e che dà un’importanza fondamentale alla luce ed ai suoi effetti, come la presenza costante di una barca sulla battigia, uomini e donne in contemplazione, acqua marina o lacustre, superfici lucide e riflettenti, le medesime contemplate da Henry David Thoreau in Walden: “Il lago è l’elemento più bello ed espressivo del paesaggio. Esso è l’occhio della terra; guardando dentro di esso l’osservatore misura la profondità della propria natura.” E sarà proprio il trascendentalismo,  movimento filosofico sviluppatosi nel Nord America nei primi decenni dell’Ottocento, nel quale si esprimeva una reazione al razionalismo e un’esaltazione dell’individuo nei rapporti con la natura (con i suoi maggiori esponenti Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Hawthorne e Henry David Thoreau), ad avvalorare le tematiche di George Caleb Bingham.

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Gli elementi iconografici dei dipinti luministi, tra i quali l’acqua – simbolo dell’ideale contemplativo trascendentalista tra microcosmo e macrocosmo- nutrono la metafora del viaggio interiore del paesaggio: assistiamo ad un west più docile, meno rumoroso, dove la tensione drammatica degli avvenimenti, secondo uno schietto e incisivo realismo – come nel dipinto The Jolly Flatboatmen del 1846 (“Gli Allegri Battellieri”) – sembra attenuare gli atteggiamenti stereotipi del western attraverso un’apparente bonarietà degli uomini, delle donne e dei bambini. Ne nasce una certa coesione di gruppo, solidarietà di un tessuto sociale dove domina il candore e la gioia della gente, che sembra guardare al futuro con molto ottimismo ed esultanza, rappresentando scene di vita che esaltavano il ruolo positivo dei coloni del Nuovo Mondo nella loro opera di costruzione della civiltà nei territori selvaggi.  La provenienza di questo dipinto, considerato un capolavoro del genere luminista americano (acquistato nel 1986 per sei milioni di dollari dal collezionista Richard Manoogian ed oggi proprietà del National Gallery of Art di Washington) possiede una lunga tradizione di provenienza tra collezionisti, enti privati, aste e perfino come premio in palio di una lotteria  di beneficenza organizzata dalla American Art Union in New York City, quando finì nelle mani di un macellaio.  Le cause di questa varietà di provenienze sono riconducibili al fatto che Bingham, un tempo pittore quasi del tutto dimenticato ed oggi considerato uno dei massimi artisti americani dell’800, fu casualmente  “riscoperto” nel 1930 in un negozio di antiquariato sulla Madison Avenue a New York.

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Un altro dipinto considerato uno dei massimi esempi del genere luminista, Fur Traders Descending the Missouri (Battellieri sul Missouri), del 1845, ripropone  dei cacciatori di pellicce, solitari uomini di frontiera (forse anche esploratori e conoscitori dei costumi degli indiani), in un’atmosfera cremisi di grande serenità e quiete lungo il fiume Missouri, sotto la stessa luce che la storica dell’arte Barbara Novak ha definito “fredda e non calda, dura, e non morbida, palpabile piuttosto che fluida, planare piuttosto che fluida”. I personaggi, ritratti quasi con un rigore esecutivo e linearità di gusto antico (che richiama sotto certi aspetti Nicola Poussin), conversano tra loro fumando pipe dal lungo cannello. Nella loro trasandatezza testimoniano un’esistenza povera e precaria, in seguito ad una estenuante giornata di lavoro.  I due uomini, testimoni della devastante epopea delle pelli, sembrano guardarci in  perfetta sintonia con la metafora emersoniana dell’artista come “pupilla trasparente”, ora testimone di un fenomeno che nel 1845, stava già entrando nel passato remoto.

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