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Davide Monaldi –

DAVIDE MONALDI E LE OSSESSIONI IRONICHE

I protagonisti delle tue opere sono spesso rappresentati secondo le modalità del doppio, della specularità, della reiterazione anche ossessiva. I volti talora si ripetono assolutamente identici, in una sorta di clonazione, talora vengono sottoposti a deformazione, talora scompaiono da corpi diventati all’improvviso acefali. Ci spieghi il perché?

Io sono una persona ossessiva, è nella mia natura: spesso ho la sensazione che all’interno del mio corpo abitino altri me stesso che io non conosco, e che – prima o poi – questi possano prendere il sopravvento e distruggermi. Cerco di difendermi da tali demoni dando loro una forma fisica attraverso le mie sculture; è un modo per sapere che faccia abbia il mio nemico.

 

I tuoi disegni sono in bianco e nero. Le tue sculture, invece, sono colorate, come antiche statue policrome. Si tratta di una scelta determinata da esigenze estetiche-stilistiche o prevale, in essa, il portato simbolico?

Attraverso il disegno cerco di arrivare all’essenza. Per me è importante essere il più sintetico possibile. Il bianco e nero è la mia tendenza minimale, è l’anima del mio lavoro. Le sculture invece sono oggetti che hanno una loro consistenza e un loro peso. Il colore li completa e li qualifica come concreti.

 

L’ironia è un aspetto fondamentale della tua poetica. Si tratta di un’ironia a volte anche “noir” – penso alla donna che legge tranquillamente accomodata su una sedia elettrica -, spesso micidiale e anticonformista, ma mai urlata, mai in realtà segnata dal dramma. Sei d’accordo?

Sono d’accordo. In particolare, mi piace molto la definizione “noir”, sono un appassionato di questo genere in tutte le sue declinazioni, dal cinema alla letteratura. La mia sensibilità artistica è sicuramente noir, ma la vivo in maniera piuttosto distaccata e senza prendermi troppo sul serio: nelle mie opere capita di raccontare storie maledette, ma sempre con il sorriso sulle labbra.

Paola Donato e Loris Schermi, nel testo critico del catalogo della tua mostra a Roma, parlano, a mio avviso giustamente, di “essenza del minimo”, di “barocco privato dell’apparato decorativo”. In che misura il Barocco ha influenzato la tua produzione? E ci sono altri movimenti o artisti, del passato o contemporanei, a cui ti senti debitore?

Se si elimina dal Barocco il suo apparato decorativo si toglie il superfluo. Io cerco proprio questo, eliminare il surplus per liberare l’essenziale. Direi quindi che l’unica influenza che il Barocco ha avuto sul mio lavoro è stata la reazione ad esso, alla decorazione ridondante e soffocante che vela la semplice verità. Io punto all’essenziale nascosto.

Per rispondere alla seconda domanda, non c’è un artista in particolare a cui mi sento legato: è ovvio che ce ne siano alcuni che prediligo, ma cerco sempre di essere il più onesto possibile con me stesso e creare qualcosa che davvero rappresenti un mio stato d’animo. Quando lavoro non penso a ciò che fanno gli altri ma solo a me, il mio approccio all’arte è profondamente istintivo.

 

Le tue opere sono da considerarsi anche come una riflessione sulla realtà. Credi che l’arte possa avere, oggi, un ruolo sociale?

Sicuramente sì. Nei miei lavori passati la critica sociale era più evidente: penso, ad esempio, al disegno in cui Carl Lewis corre su una pista da atletica inseguito da un branco di naziskin che cercano di prenderlo. L’ironia è la mia forma di difesa da ciò che mi spaventa, è il distacco che mi dà sicurezza: io parlo della realtà in cui viviamo, delle paure e delle angosce.

 

Tu sei attivo pure nel campo della scenografia. Vuoi raccontarci, in breve, questa tua esperienza?

Sono stato contattato da Luca Tommassini, direttore artistico di XFactor, con il quale ho realizzato una puntata del programma e ho cominciato a collaborare. E’ stato interessante poter vivere da dietro le quinte il mondo televisivo, si è trattato di un’esperienza che mi ha arricchito molto e mi ha permesso di far conoscere una parte del mio lavoro a persone che altrimenti non avrei mai raggiunto.

 

 

 

Davide Monaldi è nato nel 1983 a San Benedetto del Tronto (AP). Vive e lavora a Roma.

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