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Debora Hirsch, So What (Dama con Ermellino and Valentina)
Debora Hirsch, So What (Dama con Ermellino and Valentina)

Debora Hirsch. Lunga vita alla pittura

Quando il computer  diventa ausilio prezioso dell’atto del dipingere, strumento che consente di immaginare e sviluppare l’idea che l’artista consegnerà poi alla tela. “Sono fermamente convinta” afferma Debora Hirsch “che anche in futuro la pittura continuerà ad avere molto da dire”

intervista di Jacqueline Ceresoli

Stile ha intervistato Debora Hirsch.

 Lei è brasiliana. Perché ha scelto l’Italia, e in particolare Milano, per vivere e lavorare?
Ho vissuto in diverse città più grandi o più dinamiche ed attente allo sviluppo culturale, come New York o la stessa San Paolo. Milano, tuttavia, ha un ampio potenziale di sviluppo, c’è lo spazio per nuove iniziative. E poi Milano è una città dove si lavora molto, e a me lavorare, lavorare tanto è sempre piaciuto. E’ qui che trovano concretezza i progetti che di fatto nascono quando sono da qualche altra parte del mondo.


 Quando e perché ha deciso di dedicarsi all’arte?
Ho incominciato ad esporre nel 1999, ho venduto tutto, la stampa ha incominciato a parlare di me. Il percorso nasce molto prima, ma finché sei invisibile al resto del mondo, poco importa. Prima ho fatto una veloce carriera nel business, a poco più di trent’anni ero il capo-paese di una multinazionale. Anche se risulta difficile crederlo, queste due attività hanno parecchio in comune.

Debora Hirsch, So What (Hokusai and Jack Kirby)

Debora Hirsch, So What (Hokusai and Jack Kirby)

 Che cosa significa oggi fare l’artista?
Mi vengono in mente due risposte. La prima è: fare l’artista significa portare alla luce cose, rivelare dettagli nascosti, togliere il velo di assuefazione che copre la percezione del mondo.

La seconda è che non posso dare una definizione univoca e stabile nel tempo.

 Da dove deriva la scelta di affrontare determinati temi?
Vorrei chiarire innanzitutto che per me il tema è il risultato di più lavori che puntano nella stessa direzione. Il tema è una classificazione, ex post, di idee avute singolarmente. I temi sono comuni a tanti artisti e creativi: tempo, memoria, morte, comunicazione, linguaggio, istanze sociali.

 Video, fotografia, pittura: quale linguaggio la affascina maggiormente?
In genere sviluppo idee nude, slegate da un linguaggio specifico. Il passo successivo è però scegliere il medium. Che, appena definito, impone immediatamente dei vincoli espressivi, che richiedono un nuovo sforzo creativo. Sono sempre tante ore di lavoro. Ho lavorato su tutti i linguaggi, perché altrimenti avrei dovuto rinunciare a certe idee, o realizzarle con media inadatti. L’idea alla base del video ETIX, per esempio: a partire dalla parola etica, una sequenza di sinonimi che, paradossalmente, terminano nel suo contrario, anti-etica. Era necessario un video, due persone che pronunciassero alternativamente le parole, come per associazione mentale. Doveva essere un video di animazione perché non volevo che lo spettatore venisse distratto dall’interpretazione da parte di attori. Tante settimane di lavoro: io delego pochissimo, curo molto i dettagli.

E’ così anche per diverse fotografie, dove intervengo a lungo in post-produzione. Forse il medium più difficile è la pittura, però. Non per la tecnica, ma perché devi fare i conti con la storia dell’arte, migliaia di anni, non qualche decina come per gli altri due media.

Debora Hirsch, Showers

Debora Hirsch, Showers

 Lei lavora sulla comunicazione in generale. E’ ancora convinta che il medium sia messaggio?
Marshall McLuhan ci parla dell’importanza dei criteri strutturali di ciascun media e di come la struttura comunicativa di ogni medium lo rende non neutrale, perché essa suscita negli utenti-spettatori determinati comportamenti e modi di pensare e porta alla formazione di una certa forma mentis. Credo che chi utilizza un medium non possa prescindere da tale osservazione, ma, in ogni modo, senza contenuto ci sarebbe il nulla, e questo è un fatto. Si tratta di un tema complesso, ma ne ho dedotto alcune sintetiche indicazioni operative. In primo luogo, evitare che l’utente-spettatore percepisca il medium utilizzato come il messaggio è un punto di attenzione fondamentale per un artista. Ma non è valido tuttavia l’estremo opposto: se il medium viene trascurato, l’utente-spettatore potrebbe rifiutare l’opera, e quindi non prendere in considerazione il messaggio.

 I suoi codici massmediali trasversali lavorano sull’identità, il corpo, l’antropologia dei luoghi e gli spazi urbani. Come e perché ha maturato questa scelta?
L’antropologia dei luoghi e gli spazi urbani sono direttrici che ho sviluppato utilizzando persone e scenari del Brasile. Non sono certo temi esclusivi di questo paese, ma è in Brasile che più facilmente trovo situazioni emblematiche. E’ un paese che naturalmente conosco bene, ma dove non vivo più. Una condizione ideale per condurre una ricerca distaccata anche se con forte partecipazione emotiva.

So What (Andy Warhol and Hulk).

So What (Andy Warhol and Hulk).

 Ci descrive la sua tecnica di confronto tra arte virtuale e pittura?
I miei dipinti sono quasi sempre progettati al computer: sono i miei bozzetti, che cambio diverse volte prima di arrivare all’idea finale. Al computer, utilizzo un software di elaborazione grafica e, quando mi serve la tridimensionalità, dei software di animazione 3D.

La mia pittura si basa su di una tecnica personale, che muta spesso, da quadro a quadro. E’ un mix di altre tecniche, da quella antica delle velature alle superfici piatte della Pop art.

Devo precisare che l’immagine generata al computer costituisce solo un riferimento per disegnare e quindi dipingere sulla tela. Di conseguenza, il risultato è a volte molto simile al progetto, a volte molto diverso.

 Le sue fonti d’ispirazione sono molteplici. Come definirebbe il suo percorso?
Sia nel mio lavoro fotografico che in quello pittorico, stabilisco riferimenti spesso espliciti e dichiarati al Rinascimento e alla Pop art, ma anche alla letteratura, al cinema, ai media, alla musica, al fumetto. Il mio percorso artistico si muove sulle tracce del significato di Tempo e Verità, sulla loro transitorietà, sulla metamorfosi di un tempo senza memoria e di una verità senza certezza.

 Ricorda la sua prima mostra?
Ricordo i miei primi lavori, ritratti dipinti da fotografie o a memoria, enormi close-up, resi personali da una pittura quasi astratta, considerando le singole parti di ogni quadro. Rappresentavano l’intensità emotiva del mio rapporto con quelle immagini, il romanzo della memoria che è sempre e solo individuale, intimo; e nemmeno l’immagine più nota e universale può spegnere i sogni di uno sguardo unico e irripetibile.

So What (Pope Innocent X and Silver Surfer)

So What (Pope Innocent X and Silver Surfer)

 Secondo lei, la cultura digitale ha modificato od influenzato la pittura?
Credo che la pittura permetta l’utilizzo della tecnologia umanizzandola per perseguire finalità al contempo estetiche e concettuali. Il passaggio dalla cultura degli oggetti e della stabilità alla cultura del flusso e dell’instabilità genera una produzione artistica pervasiva e poliforme, reinventando format canonici.

 Lei si definirebbe una pittrice affascinata dalla tecnologia o un ingegnere sedotto dalla pittura?
Il computer ha iniziato ad avere un ruolo centrale nel mio lavoro pittorico perché, come detto, mi permette di svilupparlo in diverse forme prima della realizzazione. Inoltre, nei video o nelle installazioni, con la tecnologia si superano i limiti dello spazio convenzionalmente assegnato alla fruizione artistica, si va verso l’intrattenimento, il mondo dell’informazione e della scienza.

 Quali sono gli artisti contemporanei le cui opere vorrebbe nella sua collezione privata?
Sono tanti… Warhol, Bacon, Duchamp, Manzoni, Meireles, Oiticica, Kosuth, Beuys, Paolini, solo per citarne alcuni.

 Lei è attratta dalle figure, dalle forme, dai colori. Per lei esiste l’astrazione?
Sono attratta dalle immagini che non si rivelano, ambigue, e che possono dare margine a molteplici interpretazioni. Non ho coscientemente deciso di non dipingere in modo astratto.

Debora Hirsch, Uphill

Debora Hirsch, Uphill

Lei è passata dal lavoro sull’identità del corpo-linguaggio all’analisi del sociale, dei luoghi dell’abbandono, del degrado. In entrambi i casi l’uomo è al centro della sua indagine.
Sì, è così. Credo proprio che le mie origini brasiliane mi abbiano spinto in quella direzione. I luoghi, che all’inizio nel mio lavoro erano quasi casuali, sono diventati protagonisti perché contribuiscono a stabilire relazioni.

 Non le sembra che a volte l’eccesso di formalismo o di ricerca di perfezione estetica possa essere un limite?
Sono molto attenta alla qualità della realizzazione dei miei lavori e non ho mai percepito questo come un limite… tranne per il fatto che forse mi rende più lenta, anzi di sicuro mi rende più lenta. Di conseguenza ho diversi progetti nel cassetto che non sono mai stati realizzati.

 La pittura è ancora attuale nell’ipertecnologico XXI secolo?
Certo. Sono sempre stata interessata, naturalmente, alle opere dei maestri che ci hanno preceduto. E’ impossibile realizzare un dipinto che non si ricolleghi in qualche maniera ad altri e con qualche aspetto della storia dell’arte. Adesso, pensiamo ai grandi progressi del web. Nel web, il passato è obsoleto, anche se è stato parte del percorso necessario per arrivare al presente.

Voglio pensare che, pur con materiali e tecniche che non evolvono più da tempo, la pittura abbia potenzialità espressive future ancora molto importanti. (2007)

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