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Degas, le donne spiate


di Anita Loriana Ronchi

a_5Edgar Degas (1834-1917) viaggiò moltissimo in Italia, attratto come numerosi suoi compatrioti dalla cultura e dall’arte del nostro Paese. Egli stesso era di origine partenopea (il padre, un ricco banchiere, era infatti nato a Napoli) e, grazie anche alla disponibilità finanziaria della famiglia, visitò a lungo le città di Perugia, Assisi, Orvieto, Viterbo, Arezzo, Firenze, Napoli. In modo particolare la sua permanenza a Firenze, nel giugno del 1858, gli permise di dedicarsi alla copia delle opere conservate nei musei, folgorato dal “culto dei primitivi”, come erano definiti i pittori italiani del Quattrocento.

Questo legame profondo con le radici culturali della Penisola rimase una costante del suo lavoro ed una delle ragioni della sua inclinazione al dialogo con gli artisti di casa nostra. Si trattava di una corrente di scambio reciproca, considerato che le caratteristiche delle sue opere ispirarono in maniera vivida e indelebile alcuni pittori e scultori italiani che risiedevano a Parigi durante gli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento, soprattutto Giovanni Boldini, Federico Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis e Medardo Rosso. Non c’è dubbio che il portato rivoluzionario della ritrattistica di Degas, con il suo audace senso della composizione, l’impiego di un tratto sicuro e la sperimentazione di varie tecniche artistiche, ne distinguessero la produzione da quella dei colleghi impressionisti.


Inevitabile, quindi, che la sua pittura divenisse in un certo senso il faro che illuminava la via parigina di un manipolo di artisti alla ricerca di qualcosa di innovativo e desiderosi d’inserirsi nel più galvanizzante circuito dell’arte europea. Furono in parecchi ad intraprendere la strada per la capitale francese, ed alcuni di essi divennero protagonisti di spicco di quel clima. Ciascuno di loro rispose in maniera autonoma e originale alle suggestioni del grande maestro francese: mentre Zandomeneghi e De Nittis si dedicarono per lo più ai temi urbani di vita moderna dipinti da Degas, Boldini condivise soprattutto il suo interesse per la figura umana e per le testimonianze del passato. Un esempio fondamentale per tutti fu rappresentato dal paradigma nella tecnica del pastello e dell’incisione. Affascinante ed in buona parte ancora inesplorata, per quanto riguarda la scultura (e se ne occupa, colmando finalmente una lacuna, la mostra ferrarese) la relazione tra le figure in cera del francese e le radicali innovazioni apportate da Medardo Rosso nella modellazione della cera e del gesso. Concentriamoci sulla triade Boldini, De Nittis e Zandomeneghi, tre figure che tante esperienze ebbero in comune: condivisero amici illustri, lavorarono e vissero conoscendo alterne fortune. Il richiamo nella capitale è probabilmente dato dall’Esposizione universale del 1855, che costituisce un evento unico in quanto catalizzatore di personalità e di movimenti.

 

Il rapporto più precoce con gli impressionisti è quello avviato da De Nittis, che partecipa alla prima mostra del gruppo e che per tutta la vita resterà vicino anche idealmente ai suoi esponenti, come testimonia la similitudine tra le vedute dipinte en plein air dell’artista pugliese e il Degas paesaggista. Quanto a Boldini, non esiste una sostanziale corrispondenza stilistica della sua formula con quella impressionista; tuttavia fu proprio il pittore ferrarese a misurarsi con la capacità di cogliere con apparente naturalezza il momento più intimo del soggetto, una delle peculiarità di Degas rispetto agli altri impressionisti. “Per voi ci vuole la vita naturale, per me la vita artificiale” diceva lo stesso Degas, marcando questa sua cifra costituiva, che manifestava nella passione per le icone della vita moderna come le ballerine, le cantanti o i caffè parigini. Il più “impressionista” degli italiani residenti a Parigi fu probabilmente il veneziano Zandomeneghi, non solo per i contatti diretti e produttivi avuti con la scuola, ma proprio per il timbro espressivo, la tavolozza, l’andamento della pennellata e della composizione. A partire dalla metà degli anni ’80 l’attenzione di Degas si spostò verso uno studio meticoloso del nudo femminile, colto da un punto di vista totalmente diverso, cioè come se si presupponesse l’assenza dello spettatore e la modella venisse guardata “dal buco di una serratura”. Gli italiani s’interessarono a questo nuovo genere di osservazione, che implicava anche una sperimentazione delle tecniche del pastello e del monotipo largamente impiegate da Degas. La splendida “Donna che si fa pettinare” della Nasjonalgalleriet di Oslo, per citare un caso, trova eco in opere quali “Nudo di donna che si asciuga i capelli” di Zandomeneghi.

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