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Desolazione! O mia patria sì bella e perduta


V. VELA, La Desolazione. Monumento Gregorini Bingham, 1875, marmo di Carrara, Bologna, cimitero della Certosa, choistro della Cappella

V. VELA, La Desolazione. Monumento Gregorini Bingham, 1875, marmo di Carrara, Bologna, cimitero della Certosa, choistro della Cappella


Nella consapevolezza che scrivere riguardo a uno dei massimi artisti dell’Ottocento, quale è Vincenzo Vela, non è impresa consigliata, così tanto meno raccomandato è scrivere di una delle sue opere più celeberrime e intense quale è la Desolazione, .Noi diamo l’avvio con una delle testimonianze più intese e struggenti sull’opera, uscite dalla penna avvolgente di Antonio Fogazzaro: “Una giovane donna, bellissima, dai capelli scomposti, dalle vesti cadenti, siede là sopra un alto seggio, piegato il busto gentile in avanti, puntati i gomiti alle ginocchia, strette le guance fra i pugni chiusi, fissi gli occhi torbidi nel vuoto. Il volto rivela un’intelligenza forte che affonda nella follia. Nessuna cura stringe più costei né del mondo né di sé. Nessun vivente presuma, per esserle stato caro, poterle recar conforto. Ella non torcerebbe un momento gli occhi suoi avidi dalla visione di angoscia che impietra; e tuttavia ci balena che possa repente balzar dal seggio con uno strido, avventurandosi là dove guarda, tanto potente vita spirò nel marmo il grande artista che le pose il nome di “Desolazione”.  

Nel  1851, Vincenzo Vela conclude su commissione di  Giacomo e Filippo Ciani, al fianco dei quali aveva combattuto durante le Cinque Giornate di Milano, il monumento in memoria dei genitori (Lugano, Giardino di Villa Ciani). L’opera è portata in mostra all’esposizione braindense, insieme alla statua colossale dello Spartaco, lo schiavo ribelle che riesce a rompere il gioco della tirannia, e  sia Carlo Tenca sia Andrea Maffei, che le dedica uno splendido sonetto, colgono nell’immagine femminile, dal titolo La Desolazione, un’allusione politica all’Italia sconfitta e affranta a seguito degli esiti dei moti del 1848.  Lo scultore decide di avvicinarsi all’iconografia funeraria in modo assolutamente inedito, sottraendosi dalla raffigurazione delle consuete immagini femminili consolatorie e rassicuranti, personificazione di virtù ideale, scegliendo invece di mettere in scena un dolore più che mai reale e tangibile a cui non è possibile dare nessuna risposta. Nel marmo, replicato poi successivamente per il monumento funebre dedicato a Adelaide Gregorini-Bingham (Bologna, cimitero della Certosa) e per il barone Von Derwies (ubicazione sconosciuta), Vela riesce a muoversi su due diversi registi tematici ed emotivi sovrapponendo al sentimento di dolore e di incapacità umana di accettare la morte, il dramma, altrettanto forte e lacerante, della caduta degli ideali e del successivo “ritorno all’ordine”, celando e nello stesso tempo urlando gli uni attraverso gli altri. Una sintesi in cui magistralmente l’opera diventa portatrice di molti messaggi espressi con diversi codici, per diversi destinatari.

NEL FILMATO LA DESOLAZIONE DI VELA A LUGANO


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