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Di Francesco, in quel buio c’e’ un barlume

di Anna Maria Di Paolo

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Pierluigi Di Francesco (1951) si è laureato in architettura specializzandosi con Giorgio Grassi e Paolo Portoghesi. Da un ventennio si dedica esclusivamente alla pittura. Recentemente ha esposto a Milano alla Galleria Cortina. Nella presentazione in catalogo, Martina Corgnati definisce antropomorfe le sue immagini rispondenti al doppio requisito di “far decantare l’elemento umano” dall’inessenziale e di renderlo al contempo “più ambiguo e problematico” confinando la figura in una dimensione fantascientifica del possibile o in quella di una libera presenza sul palcoscenico della realtà. Di Francesco coglie infatti la variabilità e la vitalità pulsante dei protagonisti immersi nell’asprezza degli avvenimenti e delle situazioni, rappresentandoli con vigore di stile e con commossa partecipazione.

Come è avvenuto il passaggio da architetto a pittore?
Pur essendo attratto dalla pittura, ho dovuto, a causa della mia tradizione familiare borghese, “ripiegare” sull’architettura, che comunque sembrava soddisfare in qualche misura la mia creatività. Condivido l’intuizione di Le Corbusier, secondo cui l’architetto è colui che sa appropriarsi, nella sua opera, anche del colore. Io ho sempre avvertito, infatti, il piacere di esprimermi col colore. Nel mio lavoro ero tuttavia condizionato dalle committenze e dai vincoli, in stretta correlazione con la razionalità abitativa contemporanea, spesso attenta ad utilizzare il minimo spazio per un massimo di persone e con scarso rilievo per i colori: per cui ho deciso, circa vent’anni fa – pur non dimenticando l’architettura -, di dedicarmi esclusivamente alla pittura. Mi mancava, insomma, la libertà di esprimermi come desideravo, cosicché ho preferito confrontarmi con la tela bianca.
E il confronto è stato soddisfacente…
All’inizio, poiché sono autodidatta, mi accostavo alla tela con estrema umiltà anche perché gli autori che amavo ed amo sono giganti della pittura: da Michelangelo a Caravaggio, da Delacroix a De Chirico, dei quali ammiro in particolare l’uso della luce e del colore. Successivamente ho cominciato a sentirmi più sicuro. Da qualche tempo, nella rielaborazione delle figure, che rappresento in una forma stilisticamente conchiusa, mi piace dar corpo a suggestioni e riferimenti percettivi e umani profondi, derivanti da una poetica oscillante tra la creatività e la conoscenza, che mi inducono a rivedere i profondi dualismi dell’esistenza – vita e morte, gioia e dolore, amore e odio – con lenti nuove, forgiate dall’imponderabilità degli avvenimenti stessi, che spesso superano la più fervida fantasia.
I temi della sua pittura sono rigidamente prefissati?
In genere non me li prefisso, ma li lascio scaturire dalla mia concezione della vita e dell’arte, che sono strettamente correlati – penso ad opere come “Famiglia”, “Prigioniero”, “Prostituta”, “Icaro stanco”, “Chiaro di luna”, “Droga” – nel rapporto fra uomo ed esistenza, fra trascendenza e straniamento. In tal senso mi piace collocare le figure che dipingo in una luce intensa, che con difficoltà mi fa distaccare dalla lezione di Caravaggio. Il fascino di questo genio è correlato per me alla considerazione della debolezza e della contraddizione umana dalla quale egli è riuscito a trarre, evidenziando la luce dal buio e l’azione dall’inerzia, una sintesi equilibrata tra i personaggi nell’essenza dell’autenticità della vita e il modo di rappresentarli.
Come si rapporta con la pittura contemporanea?
Della pittura contemporanea ammiro la possibilità di raccontare in forme nuove la condizione esistenziale dell’individuo. Non considero invece rilevanti talune contorte elucubrazioni che spesso sono alla base di una mancanza di rigore. Voglio dire che, accanto alle sensazioni ed agli stati d’animo essenziali per qualsiasi ricerca, sono altrettanto fondamentali lo stile, il metodo della rappresentazione, che fanno riflettere, anzi a volte inchiodano in una disciplina tecnico-formale, che alla fine è tutt’uno col risultato estetico. Io amo il risultato estetico forte, incentrato sul cromatismo, la composizione definita e la prospettiva, perché mi viene spontaneo partire da una solida motivazione. Lo stile vigoroso di “Cristo”, “Filosofo” o “La via smarrita”, ad esempio, è attenuato dalle forme, rappresentate da corpi senza volto che rimandano ad una condizione atemporale e aspaziale.
E’ l’individuo a prevalere tra i soggetti che sottopone ad osservazione?
Essenzialmente sì. Non rappresento mai la natura o una visione urbana, mi piace che lo sfondo rimanga indistinto per meglio focalizzare l’individuo, di cui cerco di cogliere le contraddizioni – ecco, ad esempio, il binomio angelo-diavolo – per arrivare ad un equilibrio. In verità, ogni volta è una nuova sfida, che di fatto non vinco mai. Mi sembra che, nonostante l’elevata tecnologia del “villaggio globale”, tutti siamo più soli di fronte alle solite, millenarie questioni irrisolte che oggi, forse ancor più che in passato, premono sull’inesorabilità della vita e della morte.
Quali sono i cambiamenti artistici sopravvenuti nel tempo nella sua ricerca?
I cambiamenti sono avvenuti sia in contrapposizione al conformismo e alla superficialità tecnico-formale, che in sintonia con la maggiore comprensione della condizione di solitudine dell’umanità sofferente e tesa al superamento delle proprie angosce. E’ un itinerario naturale, che porta a meglio dominare ed esprimere le emozioni, le sensazioni, le apparenze. Anche i colori e il chiaroscuro contribuiscono in tal senso a rafforzare la mia considerazione della realtà: amo infatti la cromia calda e brillante dei rossi, dei verdi, dei blu cobalto, degli ocra che risaltano nella luce centrale sul buio del fondo, offrendo l’impressione di un’assenza di limiti di luogo, di tempo e di spazio.
Il messaggio dominante, infine, è pessimistico?
Pessimistico, forse, ma non negativo, per via del ritorno alla consapevolezza che valga comunque la pena di vivere e che, quindi, le illusioni servano. Per me, l’arte più radicata è quella che aiuta a spezzare il vortice della solitudine esistenziale, agevolando il superamento dell’assolutezza della concezione che la morte sia dentro di noi e, in fondo, facendoci vivere meglio.

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