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Dipinti bresciani di Moretto nei depositi del Louvre


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Nei depositi del Louvre sono conservate due tavole del Moretto. Originariamente facevano parte di un polittico a otto scomparti, collocato nell’abside della chiesa francescana di Santa Maria degli Arcangeli, a Gardone Valtrompia. Da lì a Parigi, specie all’inizio dell’Ottocento, il passo non era breve. Viene quindi spontaneo chiedersi come abbiano fatto le due pale ad arrivare al museo francese e per quale motivo un polittico sia stato smembrato.

A causa delle spoliazioni subite dall’Italia in epoca napoleonica, già nel 1808 il polittico era passato, senza la cornice lignea, dalla chiesa di Gardone alla Pinacoteca di Brera. Vivant Denon, direttore del Louvre, propose all’imperatore di scambiare alcune loro opere con il museo milanese, per rimediare a delle assenze corpose in entrambe le collezioni, dettaglio che emerge bene da una sua lettera del gennaio 1812. Le due tavole di Moretto, assieme ad un Carpaccio, un Marco d’Oggiono ed un Boltraffio furono scambiate per un Rubens, un Jordaens ed un Rembrandt. Altre quattro pale del polittico sono tuttora conservate a Brera, mentre le due volute laterali raffiguranti due angeli in volo sono in una collezione privata. Il polittico era organizzato su due registri: in alto, l’Assunzione di Maria circondata da due tavole raffiguranti, l’una i Santi Girolamo e Paolo e l’altra le Sante Caterina d’Alessandria e Chiara; in basso al centro San Francesco d’Assisi, a sinistra del quale si trovava la tavola con i Santi Bonaventura e Antonio da Padova e a destra quella con i Santi Bernardino da Siena e Ludovico da Tolosa. Le pale del Louvre sono proprio queste ultime, ovvero quelle laterali del registro inferiore, entrambe di circa 114×60 cm. Il registro inferiore era interamente dedicato a Santi dell’ordine francescano. Sant’Antonio da Padova fu un grande predicatore in Africa, Francia e poi, stabilmente, nella città veneta. E’ riconoscibile dal libro e dal giglio bianco, simbolo della purezza. La posa, il modello e l’iconografia coincidono con un altro Sant’Antonio del Moretto, conservato al Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco, a Milano.


San Bonaventura fu francescano importantissimo, tanto che viene anche riferito come il “secondo fondatore dell’Ordine”, di cui fu eletto ministro generale nel 1257, in un periodo in cui notevoli erano le rivalità tra le varie fazioni interne. Nel 1273 venne nominato cardinale, e per questo è raffigurato con l’abito ed il cappello cardinalizio sopra il saio. Altri attributi tipici sono il crocifisso ed il libro. San Bernardino da Siena, vestito con il saio, è riconoscibile dal disco su cui è scritto il nome di Gesù (IHS), attributo che gli deriva dalla sua instancabile attività di predicatore della devozione, appunto, al Santissimo Nome di Cristo. Infine, San Ludovico da Tolosa: pronipote di Luigi IX, figlio di Carlo d’Angiò e successore al trono di Napoli, rinunciò alla carica in favore del fratello e si dedicò alla vita religiosa, divenendo vescovo della città transalpina. Viene raffigurato accostando ai simboli francescani, quali il saio e la corda con i tre nodi rappresentanti i voti di povertà, castità ed obbedienza, quelli dinastici e del potere tra cui lo scettro, un magnifico mantello con i gigli di Francia e la mitria episcopale. L’opera, databile attorno al 1530, rivela una minuziosa attenzione agli effetti di luce, al chiaroscuro ed alla raffigurazione dei tessuti, che appaiono soffici e cadono con grande naturalezza sui modelli. Nei colori è ancora in parte presente l’influenza dei veneziani, ma ritorna il tono grigio argentino, più tipico della pittura bresciana. L’espressione facciale pacata, gentile, dolce dei santi viene messa in relazione da Guazzoni con l’influsso esercitato in quegli anni nella nostra provincia dalle dottrine di Angela Merici, ovvero la volontà di diffondere il Cristianesimo “con carezze e piacevolezze”. Va notato infine che il paesaggio sullo sfondo dei tre pannelli con i francescani costituiva uno spazio ininterrotto, coeso, spezzato temporaneamente solo dalla cornice, che creava l’impressione che i soggetti fossero inquadrati da finestre, al modo del Vivarini.

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