Home / News / Dodici grandi tele raccontano le Marche e Mozart
Se vuoi ricevere gratuitamente sulla tua bacheca gli articoli e i saggi di Stile Arte, clicca qui sotto "Mi piace".

1987_Confutatis_maledictis (3x270)

Dodici grandi tele raccontano le Marche e Mozart

di Andrea Carnevali

Disegnare con gli acrilici dà molti vantaggi: intanto è glamour, dà un bel chiaroscuro, si secca abbastanza in fretta e costringe l’artista ad essere rapido ad imprimere le emozioni che si trasformano in racconto. Così ha lavorato Augusto Salati nel ciclo pittorico “Requiem di Mozart”, donato a Castelbellino (Ancona), esposto nel Teatro comunale B. Gigli, museo di villa Coppetti, Palazzo comunale.

Le dodici grandi tele, alcune di dimensioni notevoli come l’Hostias (tondo dal diametro di215 cm) al Recordare Jesu Pie (il più grande, 450×260 cm) hanno forti inflessioni impressionistiche. Descrivendo i suoi quadri, il maestro Salati ne parla in modo emblematico: “quell’opera maestosa mi inchiodò al piacere dell’ascolto. Ascoltavo e guardavo i suoni [che] lasciavano dentro di me delle ferite, terribili mostri sorgevano dalla terra pieni di meraviglia ed incanto. La musica si muoveva, s’agitava con l’emozione che si manifestava, i suoni avevano guizzi e forme inseriti nell’armonia, nei movimenti. Le lame che incidevano le mie emozioni potevano trasformarle in forme e colori” – E ancora, “le dodici tele che dono alla comunità castelbellinese sono il frutto di tre anni di studio, nelle quali ho lasciato una parte di me acquistando un mondo sonoro-visivo che prima non mi apparteneva”.

Le tele di Salati hanno una tavolozza complessa che dimostra un nuovo impegno verso un diverso processo creativo. Le opere vanno osservate prima da vicino per capirne la consistenza, e poi da lontano, per riconoscere gli elementi costituenti del dipinto. Giocando con la famigliarità della natura, Salati può costruire immagini estremamente complesse  conservando l’appetibilità visiva.

Nella pittura di Augusti Salati c’è la marchigianità dell’entroterra.  Un tratto distintivo del paesaggio che viene visto dall’alto in una prospettiva area che descrive la campagna ripercorrendo l’ondulazione delle colline  fino al mare Adriatico.  È una pittura che in qualche modo ha che fare anche con la materia prima e profonda: la terra, l’acqua, le luci ed i colori. Questi elementi della marchigianità non solo hanno portato Salati a dialogare con la cultura del territorio, e in primo luogo con Leopardi, ma anche con il modo di essere del pittore.

1987_Confutatis_maledictis (3x270)

Il maestro Salati è un autore volutamente appartato: lavora tenendo una certa distanza dagli oggetti che lo circondano.  Il distacco gli consente di vedere meglio le immagini che vuole imprimere sulla tela. Tutto ciò si spiega, pensando anche alla metafora di Leopardi che vede da lontano i monti azzurri, cioè i Monti Sibillini dal colle di Recanati.

Ma la linea dell’orizzonte di Salati è anche e soprattutto la sua immaginazione gli permette di entrare nello spazio metafisico che è il suo mondo interiore e musicale. La realtà e  l’immaginazione rappresentano una “doppia visione” delle cose intorno al pittore. Nelle parole di Leopardi in un celebre passo dello Zibaldone, si ritrovano degli aspetti della  poetica espressionista di Salati: “all’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in un certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono di una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita [… ] che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione” (G. Leopardi, Zibaldone).

Insomma, il pensiero creativo di Salati si forma attraverso evocazioni, suoni e immagini che provengono dall’esterno. Guardando se stesso da una certa distanza, il pittore  riesce a dialogare con il resto che lo circonda. Forse è proprio per questo che le opere del maestro Salati hanno grandi dimensioni. E luci e colori richiamano qualcosa di sotterrano e nascosto. Tutto ciò fa pensare inevitabilmente alle Marche. Questi elementi lo accomunano agli scultori e pittori del piceno e del maceratese oppure di Urbino che hanno la stessa scrittura pittorica aerea.

La solitudine, il rapporto con la luna ed il sole è marchigiano. In più, lo sguardo da lontano gli consente di vedere meglio le forme che assumono una fisonomia precisa una volta impresse sulla tela. In questo la pittura di Salati prefigura qualcosa al di fuori del tempo e fuori dallo spazio. La pittura di Salati tiene presente ciò che è accaduto nell’arte Italiana negli ultimi quant’anni. I quadri del pittore anconetano  contengono la consapevolezza, la misura, il tono, la riflessione della pittura italiana. Qui però viene fuori la difficoltà di interpretare il segno grafico del maestro. Poiché si possono evocare alcune tecniche pittoriche, ma non si può procedere nella lettura del soggetto per approssimazioni. Viceversa i dipinti di Salati potrebbero evocare per analogia un tipo di pittura costruita attraverso la materia seguendo le linee del paesaggio, come la “Land art”. Insomma, ci sono degli agganci che appartengono alla sua biografia e ci portano ad un passato recente. E se andiamo anche indietro nell’analisi del suo stile lo possiamo confrontare anche con la pittura floreale all’inizio del secolo. Queste opere hanno una relazione complessa con ciò che l’arte del Novecento europea ed italiana ha fatto.

Nel “Requiem di Mozart” ciò che più coinvolge emotivamente e fantasticamente è il titolo delle opere: una pittura che adotta un carattere proprio tipico della modernità, la sinestesia in un senso molto vasto come era avvenuto nella seconda metà dell’Ottocento con la pittura nella poesia in cui viene utilizzato un segno linguistico formalizzabile che rinvia ad altre suggestione. La parola ha capacità evocativa di mettersi su un altro segno. E ciò ci porta a ripensare all’arte di Salati. Dall’altro canto si potrebbero anche leggere le opere del pittore in chiave interpretativa, cioè richiamando C. G. Jung e la dimensione sociale che appare nell’intero ciclo perché fanno pensare ad un universo sotterraneo sommerso. Che inevitabilmente ci ricordano le grandi opere del Novecento che costruiscono una struttura sintagmatica delle immagini con forme, colori e linee che in qualche modo sono evocative della musica. È un tipo di pittura proprio per come è – proprio per come si struttura – è musicale.  I richiami sono tanti; l’ha fatto Brach con il cubismo e certo Picasso, ma con Paul Klee il processo pittorico che si manifesta attraverso con i sensi è stato più eclatante. Tanto che il pittore svizzero faceva oscillare le forme reali e immaginarie tra accostamenti di “figure geometriche a creature vere o sognate”, come un universo in cui la fantasia si ispira alle meraviglie della natura e animali bizzarri e piante strane (B. Mirabile).

C’è in Salati un tentativo di costruire con la sinestesia dei segni pittorici in modo che si strutturino in modo da evocare la musicalità. Non c’è la pittura che fa la musica. E non c’è solo la pittura che si lascia suggestionare dalla musica perché c’è un tentativo di combinare semanticamente il linguaggio visivo con il suono. Poiché il segno pittorico entra nella musica. Salati dà un contributo alla pittura, movendosi verso una certa personalizzazione dell’arte contemporanea. C’è il tentativo di costruzione delle immagini nella quali la musica che non è esterna,  entra direttamente nella strutturazione del segno pittorico liberando tutta la creatività del pittore.

x

Ti potrebbe interessare

F. HAYEZ, I profughi di Parga, 1831, olio su tela, 201 x 290 cm, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo

Vade retro, Romantico

a manzoni copertina

Marco Manzoni primo premio assoluto al Nocivelli 2016. L’intervista