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Domenico “Nino” Giustacchini


 

di Attilio Mazza

Un appuntamento mancato con Domenico “Nino” Giustacchini: l’antologica ipotizzata per Pasqua nella sua Gavardo. Sarebbe stato il riconoscimento dovuto all’artista che ha sempre amato l’ombra. La modestia era uno dei suoi grandi pregi. Il viaggio da lui compiuto nell’arte, durato mezzo secolo, è stato una ricerca costante, appartata e silenziosa. La ragione del suo modo di essere si spiega con l’interiorizzazione del fare pittura. Meditata, non chiassosa. Ricca di ombre, non solare. Allusiva, più che descrittiva. Opere che fanno riflettere perché frutto di profondo scandaglio. Pittura non facile, in cui seppe coniugare la fedeltà ai luoghi e quella alla memoria. Pittura bloccata in superfici di colore.

Pittura di tonalismo e di lirismo espressionistico che rimandano alle importanti passate esperienze artistiche acquisite e assimilate. Il cammino nell’arte non fu agevole per Domenico Giustacchini. Pagò la vocazione alla pittura con l’alienante lavoro in fabbrica. La sua avventura nel mondo della forma e del colore prese l’avvio nel 1946. Ma solo nel 1968, dopo anni d’impegno e di battaglie sindacali, gli fu possibile evadere dal carcere industriale guadagnando, con l’indipendenza, la possibilità di dedicarsi all’arte a tempo pieno. Completò così la maturazione di segni e di contenuti, attraverso l’appropriazione sofferta di un linguaggio estremamente personale, ricco di significati. Nel 1976 la prima importante mostra in città, alla Piccola Galleria Ucai, venne segnalata dalla critica più attenta. Fu l’avvio di un itinerario di presenze significative, già anticipato in collettive e in qualche personale nella provincia. L’apice, quasi sintesi del lungo lavoro, fu poi l’antologica del 1999. Gli anni giocarono a favore di una più composta sedimentazione emotiva nel doppio registro interiore esteriore, sacro e profano.

Le sue figure, sempre senza volto, divennero simbolo d’una concezione metafisica del teatro quotidiano. Talvolta – osservando le sue tele – si ha l’impressione che abbia voluto far assurgere a luogo emblematico la stessa scena, quei vicoli e quelle strade di paese, spessore di volumi, rimando a memorie lontane, a stagioni che non tornano. Ma che non sono perdute perché entrate a far parte dell’individuale storia, accumulo emotivo destinato ad accompagnarci oltre la vita. La sua arte è stata, quindi, frutto di consapevolezza e di maturità interiore. Pittura come realizzazione fondata su contenuti forti, scaturiti dagli interrogativi più inquietanti. Al fondo delle sue tele, infatti, si coglie sempre la tensione emozionale e spirituale, lo smarrimento che si prova nella contemplazione del viaggio esistenziale, quel kafkiano spaesamento che molti artisti hanno saputo tradurre in immagini. Ma Nino ebbe il dono d’interpretare l’umana commedia con un sentimento di pietas per l’uomo perché illuminato dalla fede. Non per nulla l’ultimo approdo fu l’arte sacra. Si comprende, allora, la ragione per cui la Croce è stata per lui il simbolo del viaggio che tutti dobbiamo affrontare, dentro o fuori dal credo religioso. Pittura, dunque, emblematicamente cristiana ma anche fortemente umana, con quella folla di figure ammassate, al pari delle case fraterne, in un bisogno di solidarietà. Arte della speranza, “sommessa e ferma”, come ha rilevato l’amico Massimo Tedeschi nel commosso necrologio pubblicato su “Bresciaoggi”, all’indomani della scomparsa, interpretazione della partecipazione corale a un lutto confermato ai funerali dal grande numero di persone che la chiesa non è bastata a contenere. Un poeta scrive che la morte si sconta vivendo. E forse ha ragione. Nino aveva maturato durante l’esistenza il significato dell’ultimo viaggio. E lo ha intrapreso dolcemente, nel sonno, senza accorgersene. Come si vuole accada spesso ai “giusti”. E’ avvenuto un mese fa, nella notte della quarta festa dopo Pasqua, quando era già domenica. Proprio nel giorno al quale Nino venne dedicato col battesimo: Domenico.

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