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Doni d’amore. Donne e rituali nel Rinascimento

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Nelle classi dominanti, il ruolo delle donna mutò considerevolmente, in un periodo compreso tra la letteratura amorosa del Duecento e il Rinascimento. Ciò che fu compreso, anche grazie alla figura mediatrice di Maria, è che il ruolo della donna era quello di contemperare, con la propria grazia, con l’intelligenza emotiva, con i sentimenti volti a una parte costruttiva e rispettosa delle vita, la logica maschile dello scontro. E mentre altre culture puntavano alla divisione dei sessi, in Italia si comprese che la civiltà poteva passare esclusivamente, a livello dei gruppi che dominavano il Paese, attraverso l’emancipazione della donna.  Due esempi valgano per tutti. Il ruolo politico, intellettuale e d’immagine svolto da Isabella d’Este a Mantova, tra studi, collezionismo e capacità tutta femminile di portare possibili scontri sul piano diplomatico e i grndiosi giochi amorosi e cortesi alla corte di Urbino, nella quale, grazie all’unione platonica della mente  maschile a quella femminile era possibile produrre poesia, arte, filosofia, pensieri politici avanzati Dall’unione nasceva il mondo nuovo, quel mondo nuovo che avrebbe prodotto il genio pacato, elegante e profondo di Raffaello Sanzio. Anche se il ruolo della donna, nelle classsi popolari era ancora dotato di una forte instabilità, cresce, presumibilmente in questo periodo, la figura della massera o della rezdora. Donne che gestiscono militarmente la casa e che costituiscono, nell’ambito della cultura padana una cultura gestionale della famiglia rimasta immutata per secoli. Ma se il potere femminile, nelle classi popolari, era legato alle capacità indubbie della donna di gestire perfettamente il nucleo domestico, giungendo a una sorta di instancabile iperproduzione, attraverso la quale, molto spesso, imponeva il proprio dominio sul maschio, nei gruppi sociali al vertice delle piramide si cercava di trovare un equilibrio di grazia, attraverso omaggi rituali e doni che riconoscessero alla donna un ruolo d’altissimo livello.

Di rilievo, al termine di studi storico-artistici e antropologici, fu, a questo proposito, la mostra organizzata dalla Pinacoteca Züst di Rancate  Doni d’amore. Donne e rituali nel Rinascimento che presentava al pubblico una selezione di preziosi oggetti che tra il XIV e il XVI secolo venivano offerti alla donna per celebrare il fidanzamento, il matrimonio e la nascita di un erede. In queste occasioni, in particolare, la cultura del tempo conferiva alla figura femminile un ruolo fondamentale che le famiglie abbienti festeggiavano con fastose cerimonie e commissionando pregiati manufatti da offrirle in dono. 


Di vario tipo erano i doni, ma sempre collegati alla preziosità e a un valore simbolico accessorio:  dal cofanetto contenente piccoli oggetti in avorio e costose cinture, che il futuro sposo inviava alla giovane per suggellare il fidanzamento, ai gioielli e alle suppellettili, offerte dal marito e dal suo parentado o portate in dote dalla sposa il giorno delle nozze, fino ad arriva ai deschi da parto- vassoi di dimensioni medio grandi che venivano utilizzati per servire il pranzo a letto, e stoviglie in maiolica, utilizzati per servire alla puerpera il primo pasto rinvigorente dopo le fatiche, e lo scampato pericolo, del parto. 
Tra i regali nuziali figureranno anche cassoni e fronti di cassoni dipinti, arredi fino alla metà del XV secolo commissionati dal padre della sposa – dentro i quali riporre il corredo – ed esibiti durante il corteo che dalla dimora natale la scortava a quella del marito, per poi essere collocati all’interno della camera padronale, mentre a partire dalla seconda metà del ’400 la loro committenza spetterà allo sposo e alla sua famiglia.

Bernardino Licinio: Allegoria dell’amore, 1520 ca.; olio su tela; London-Milano, Robilant+Voena

Bernardino Licinio: Allegoria dell’amore, 1520 ca.; olio su tela; London-Milano, Robilant+Voena



Attraverso questi oggetti è  possibile delineare una storia del ruolo della figura femminile in epoca tardogotica e rinascimentale e dei rituali che ne segnavano il passaggio da fanciulla posta sotto la tutela del padre a sposa assoggettata al marito. Passaggio che, oltre ad essere vincolato da accordi privati, richiedeva cerimonie pubbliche per comunicare all’intera cittadinanza il potere politico ed economico acquisito dai due casati attraverso l’alleanza matrimoniale. Queste celebrazioni costituivano l’occasione per ribadire il proprio rango sociale e ostentare le risorse finanziarie di cui si poteva disporre, fino al punto che per arginare l’eccessivo sfarzo delle feste e dei doni le città furono costrette a emanate leggi suntuarie. Nell’ostentazione degli status symbol, le famiglie ricche non badavano a spese e, spesso, giungevano ad indebitarsi pesantemente. Inoltre le leggi suntuarie -. che proibivano l’eccesso del lusso – erano sentite necessarie, da parte dei vertici dei poteri cittadini, per evitare che gruppi inferiori nella scala del potere sopravanzassero, nell’immagine pubblica, quella degli stessi governanti. Furono proprio pregiati oggetti come la valva di specchio eburnea con la scena dell’Assalto al castello d’amore – che fu presentata a Rancate nella sezione dedicata al fidanzamento -, il cassone dipinto e dorato proveniente dal Museo veronese di Castelvecchio in quella del matrimonio e la testa di martora in cristallo di rocca con smalti e rubini della collezione Thyssen-Boernemisza nella sezione della nascita a indurre le autorità a limitare e regolamentare le spese consentite. 

Manifattura fiorentina: Forziere nuziale con arme della famiglia Strozzi, ultimo quarto XV secolo; legno, pergamena, tempera, cuoio, oro, ferro; Grassina (Firenze), Collezione Carlotta Bruschi D’Anna

Manifattura fiorentina: Forziere nuziale con arme della famiglia Strozzi, ultimo quarto XV secolo; legno, pergamena, tempera, cuoio, oro, ferro; Grassina (Firenze), Collezione Carlotta Bruschi D’Anna



Se a un primo sguardo la preziosità dei materiali e la raffinatezza della lavorazione ne segnalavano l’elevato costo, la scelta dei materiali sottintendeva significati più intimi e reconditi: dall’allusione erotica degli oggetti da toeletta in avorio, materia dalla coeva letteratura equiparata per il suo candore e levigatezza all’incarnato femminile, ai messaggi beneauguranti degli anelli, dovuti alle proprietà delle pietre preziose incastonate. A questi contenuti in alcuni casi si sovrapponeva quello suggerito dalla conformazione stessa dell’oggetto: gli anelli detti maninfede evocavano, per il motivo delle due mani intrecciate, la promessa di matrimonio sancita dalla stretta di mano, mentre il cofanetto richiamava, per la sua funzione di contenere e custodire, il grembo femminile ricettacolo del seme maschile. Altre volte, le valenze simboliche erano desunte da antiche tradizioni, come nel caso della cintura considerata emblema di castità, e perciò tipico dono di fidanzamento, in relazione al rito di epoca romana di annodare alla vita della sposa un nastro sciolto dal marito la prima notte di nozze. 

 

Girolamo Mocetto: Ritratto femminile, 1517 ca.; olio su tavola; Verona, Museo di Castelvecchio

Girolamo Mocetto: Ritratto femminile, 1517 ca.; olio su tavola; Verona, Museo di Castelvecchio

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Sempre alla sfera simbolica sono da ricondurre le iconografie scelte per decorare questi splendidi manufatti. I temi, ¬riproposti su oggetti in materiali diversi, erano per lo più attinti dalla storia antica e dalla letteratura e volti a esaltare le virtù muliebri di purezza, obbedienza e fedeltà, qualità all’epoca ritenute essenziali per una moglie. Per il desco da parto e le stoviglie in maiolica destinati alla puerpera si prediligevano, invece, scene di nascita riprese da quelle di ambito sacro  in modo da sottolineare la buona riuscita del parto e l’incolumità della madre. 

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