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Edoardo Togni spiegato da Valzelli



Proponiamo un ricordo di  Giannetto Valzelli, grande esperto della vita e dell’opera di Edoardo Togni (1884-1962), a cui, in occasione della mostra allestita nel 1984 all’ex Monte di Pietà in Piazza Loggia, dedicò un saggio critico – Le vibrazioni della luce. I paesaggi dell’anima -, tuttora fondamentale per chi voglia approfondire la conoscenza del pittore. Ecco l’intervista fatta al critico da Stile Arte

Per cominciare, vuole indicare quali sono stati i rapporti che hanno maggiormente influito sulla formazione di Edoardo Togni? All’inizio ci fu l’esperienza come garzone nello studio milanese di Gaetano Previati, che gli permise di assistere a un’importante svolta nella pittura italiana, cioè al passaggio dalla tradizione verista ad un’arte più legata al “senso delle cose”. Nell’esaltazione delle atmosfere e della luce, il maestro ferrarese perseguiva la tecnica divisionista, che innesta di lirismo l’arida visione del reale, lasciando una traccia indelebile sul giovane Edoardo. Poi, una volta lasciata la città per le amate montagne, fu fondamentale la frequentazione con Cesare Monti, il quale, rientrato da Parigi, gli trasfuse l’esperienza d’Oltralpe, rendendolo consapevole dei fermenti di cui era stato testimone. Così, nonostante l’isolamento, Togni non fu digiuno di ciò che avveniva altrove; alla sua dimessa formazione culturale, supplivano una grande acutezza sensitiva e un’intelligenza pronta, che gli consentivano di assorbire velocemente tutti gli stimoli e farli propri.

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D’altro canto, l’esperienza dell’Accademia Carrara, a cui era stato ammesso grazie al Legato Brozzoni, non fu particolarmente positiva… Infatti. Togni era troppo innamorato delle sue montagne: il paesaggio era il suo sogno e il suo pane, e lui non poteva soffrire l’aria di chiuso delle aule e dell’atelier, così molto spesso lasciava le lezioni di nudo del maestro Loverini, che pure tanto stimava e da cui più volte dichiarò di volere apprendere. Il risultato fu che, a causa delle lunghe assenze, fu espulso dall’Accademia e non poté concludere gli studi. Da quel momento – aveva ventott’anni -, Togni si ritirò sempre più nella sua Belprato, in val Sabbia, dove si dedicò totalmente allo studio perseverante e appassionato della natura.

A dimostrare l’assoluta vocazione verso il paesaggio vi è la quasi totale assenza della figura nella sua pittura, e una sola natura morta. Nella sua vasta produzione, la composizione figurativa è un’autentica rarità: tuttavia, le pochissime prove che ha lasciato, come l’Autoritratto o il Ritratto di bimba, denotano una sicura scioltezza di mano e un sagace esercizio introspettivo, a dimostrazione che non fu per incapacità che scelse di non orientarsi in questa direzione. Anzi, la morbidezza del tratto e del tocco ci dice che Togni fu interprete della potenza evocatrice di grandi disegnatori, come Bronzino e il Piazzetta. L’unica natura morta (realizzata per una famiglia valsabbina), poi, offre ulteriore conferma della sua notevole abilità compositiva. Un’altra rarità sono le poche marine, dipinte a Pesaro negli anni Cinquanta, con attento studio dei tagli prospettici, sempre burrascose. Sono queste le uniche evasioni dal tema del paesaggio montano che egli si concesse.

Edoardo Togni, Autoritratto

Edoardo Togni, Autoritratto

Veniamo allora al paesaggio. Possiamo affermare, vista la fedeltà al tema e in particolare ai luoghi, che l’evoluzione artistica nel corso della sua vita si sia sviluppata più da un punto di vista tecnico che formale?  Senz’altro. Togni fu nella sua terra il primo ad offrire un’interpretazione autenticamente lirica del paesaggio. L’intima unione con l’ambiente montano valsabbino fa nascere in lui la concezione di un paesaggio da onorare nella sua splendida integrità, concezione che poi declinò pittoricamente in mille modi durante l’intera vita. La spiccata attenzione naturalistica, compenetrata ad un’estrema sensibilità atmosferica, che caratterizza le sue prime prove, viene in seguito continuamente aggiornata attraverso la conquista di mezzi tecnici in grado di valorizzare sempre più la luminosità del paesaggio. Senza mai abbandonare del tutto la tecnica divisionista, l’artista individuò nelle gamme dei rosa e dei blu, accostate al giallo e al verde, la materia cromatica con cui, attraverso pennellate pastose, rapide e vibranti, rendere le morbidezze della natura, lavorando sempre en plein air, sulla scia dei migliori paesaggisti lombardi. Togni era talmente innamorato dei colori che individuò nel divisionismo la via per la cristallizzazione del modo di vedere il paesaggio; e, grazie a questo sapiente utilizzo delle tinte, otteneva quelle atmosfere dorate e rosate che illuminano le sue migliori composizioni.

Edoardo Togni, Il Savallese

Edoardo Togni, Il Savallese


La povertà, che fu sempre sua amara compagna di vita, lo rese forzosamente un grande sperimentatore. Quali erano gli espedienti tecnici da lui utilizzati? Come ho avuto modo di scrivere in passato, “Togni ha goduto in povertà la ricchezza che gli ha dato la natura”. La mancanza di mezzi lo portò ad utilizzare come supporto materiali di recupero, quali cartone, linoleum, tele cerate, fatto che purtroppo determinò spesso il rapido deterioramento di molti suoi quadri. La frenetica ricerca di nuovi impasti cromatici, dettata soprattutto dalle precarie condizioni economiche, lo indusse a stratagemmi tecnici assai singolari: per preparare gli sfondi usava albume, tuorlo d’uovo o miele, che poteva reperire facilmente. Ai pochi colori che era in grado di acquistare, affiancava quelli che otteneva artigianalmente da bacche ed erbe mescolate a zucchero o, ancora, miele. Il tempo purtroppo ha infierito su parecchi dipinti, che hanno perso l’originaria vivacità cromatica.

Lei ha indicato in due quadri incompiuti il testamento spirituale del pittore. Qual è l’eredità che ci hanno lasciato?  Si tratta di due vedute che contengono in sintesi il suo modo di affrontare il paesaggio nel disegno generale, di costruirlo nell’andamento per illuminazioni, di protenderlo fino allo spasimo della luce, con quel crepitio di infinito comporsi e ricomporsi di particelle di colore. La prima è una fantasticata memoria di Vestone, nella quale convergono tutti gli elementi-chiave della sua arte: con i verdi vibranti delle fronde, i riflessi di zaffiro nello stacco dei monti e il loro fluido adombrarsi di carezze grigio-viola, l’effondersi del cielo in fremiti misteriosi; il tutto è pervaso da quell’atmosfera di luce dorata, che sa di miele, ma anche del giallo di una pittura che è giunta al culmine della trasumanazione. L’altra è una visione del fiume Ghirlo, che in verità resta inespresso, con le rive arrese al rigoglio di un prato smeraldino, specchio e metamorfosi di un’eternità che ha la sua germinazione nel singolo filo d’erba ed il suo soffio nel palpitare del cielo oltre la linea dei monti. Sono dipinti a cui Togni lavorò con la stanchezza degli anni e l’infermità del corpo, ma in cui ha riversato tutta la forza del suo amore per quel paesaggio.

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