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Giorgio De Chirico – Il significato di enigma e sogno. Metafisica e surrealismo


di Giovanna Galli

Abbiamo rivolto alcune domande ad Ester Coen, che curò la mostra “Metafisica” alle Scuderie del Quirinale di Roma.

xx_10Vuole spiegarci come è nato questo progetto espositivo?
La prima idea di organizzare un evento intorno alla Metafisica è nata quando tempo fa fui incaricata dall’allora responsabile delle Scuderie del Quirinale di pensare a una proposta di mostra che avesse come punto centrale l’analisi di un movimento, di una tendenza o di un artista italiano. L’idea nacque dalla riflessione che da molti anni non si dedicava un evento esaustivo a questa importante tendenza dell’arte del Novecento, che esercitò un’influenza fondamentale sulla pittura non solo italiana, ma internazionale. In un secondo momento ho “raffinato” l’idea, pensando di invertire la prospettiva con cui solitamente le grandi mostre fatte all’estero propongono gli autori italiani, sempre in modo piuttosto marginale, e quindi di offrire un’analisi a tutto tondo di quell’importante protagonista della scena artistica che è stato Giorgio de Chirico, nella cui opera si possono rintracciare le radici di tendenze e di forme di grande suggestione

Centrale, nel percorso della mostra è la produzione di De Chirico degli anni Dieci. Quali sono gli aspetti più innovativi della sua ricerca, quelli che maggior influenza ebbero sui linguaggi artistici del contemporaneo?
De Chirico è stata una figura piuttosto isolata nel panorama della ricerca pittorica degli anni Dieci. La sua, infatti, era una pittura molto particolare, tanto che fu subito notata, quando nel 1911 giunse a Parigi. I temi che egli affronta, le silenziose apparizioni di città deserte, di manichini, di prospettive enigmatiche, fanno esplicito riferimento a un’idea classica, in contrasto esplicito con la rottura propugnata dalla maggior parte suoi contemporanei nei confronti di quei canoni artistici. L’operazione compiuta da De Chirico parte da qui per smontare, attraverso la prospettiva e la combinazione di oggetti tratti dalla quotidianità, l’idea di classicità fondata sull’armonia della composizione. Egli compie, attraverso linguaggi noti, una rilettura dell’arte che conduce a uno sfaldamento della tradizione.

In che modo la rivelazione dechirichiana si ripercuote sull’opera dei suoi contemporanei, dai surrealisti ai dadaisti fino agli espressionisti americani?
I temi che De Chirico affronta, e che si ritrovano nei titoli dei suoi quadri, ad esempio ne “L’enigma dell’oracolo”, sono desunti in buona parte dai testi di Nietszche e Schopenhauer. Le sue visioni si fondano essenzialmente su una traslazione, su uno spostamento di immagini che, seppur rappresentate nella loro purezza di forma e piena leggibilità, suggeriscono qui un profondo senso di spaesamento. Questo approccio ebbe una notevole influenza sui suoi contemporanei italiani, come Carrà, Morandi, De Pisis, che non poterono restare indifferenti di fronte a quelle immagini così pure e così dirompenti. In un ambito più allargato, l’influenza di De Chirico si manifestò sui surrealisti: ancor prima che Breton firmasse il manifesto del movimento nel 1924, alcuni artisti ebbero la “rivelazione” della sua pittura – pensiamo a Magritte, a Max Ernst, a Tanguy -, che riportava immagini oniriche, fantastiche che superavano il senso della realtà fisica.

De Chirico ebbe molto seguito anche nell’arte tedesca…
Ebbe una profonda influenza sulla pittura tedesca degli anni Venti, quella della “Nuova Oggettività”, ma in mostra questo aspetto non viene documentato, perché abbiamo preferito seguire un percorso storico lineare, che da De Chirico porta al Surrealismo fino all’Espressionismo astratto. Ma ricordiamo che l’esperienza dechirichiana, in particolare il tema del manichino, ebbe grossa risonanza anche in Inghilterra.

Quali sono gli autori che maturano maggior “debito” con il maestro?
Max Ernst e Magritte, per esempio, dichiararono esplicitamente di essere suoi debitori. Magritte fu particolarmente colpito dalla logica nuova da lui proposta, una logica per nulla razionale, che regolava l’inserimento degli oggetti nei dipinti, e questo è ben documentato dalle opere del pittore belga proposte in mostra. Ernst, d’altra parte, nel quadro realizzato nel ’22 che può essere considerato il “manifesto” della sua pittura, “Au Rendez-vous des amis”, gli rende omaggio raffigurandolo, come un’erma classica, insieme a tutti i grandi protagonisti del Surrealismo. Complessivamente ciò che della poetica dechirichiana colpì Ernst era la sua visione onirica, attraverso cui l’inconscio elabora immagini in apparente collegamento con la realtà, ma che ne sono invece terribilmente distanti.

Un discorso a parte merita la scultura. In mostra proponete opere di alcuni tra i più importanti di questo settore creativo del Novecento, come Brancusi e Giacometti, interpreti, anche se non propriamente inquadrabili nei movimenti analizzati, di linguaggi sorprendentemente simili.
Ho deciso di esporre le opere di questi due maestri che pure non appartengono propriamente alle tendenze prese in esame, proprio perché trovo che i loro esiti siano indubbiamente vicini a quelli dei pittori analizzati: vi è anche nel loro lavoro, infatti, quella realtà disumanizzata che è un po’ un’idea che si respira in tutta questa fase dell’arte contemporanea. Pensiamo ad esempio al “Neonato” di Brancusi, in cui la figura è ridotta a pura forma.

 

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