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Enrico Benetta –

Enrico Benetta è stato protagonista di INCANTO. Affabulazione e Immaginazione, evento a cura di Daniela Del Moro allestito con successo durante il periodo estivo in due sedi, nel centro storico di Asolo e alla Casa dei Carraresi a Treviso. Stile ha intervistato l’artista.

Vuole spiegarci come è nato il progetto espositivo di cui è stato protagonista?

Il progetto è nato da un mio sogno, dal desiderio che da molti anni nutrivo intimamente di creare eventi diversi, capaci di coinvolgere emotivamente spettatori e spazi espositivi. Asolo è una cittadina che rappresenta la perfetta scenografia per la messa in scena di una favola, e, a mio avviso, da tempo aveva bisogno di essere in qualche modo risvegliata, di riscoprire se stessa mediante una rivisitazione dei suoi spazi compiuta grazie alla poesia di un atto artistico; è così che, attraverso il mio sguardo, alcuni luoghi si sono trasformati secondo le coordinate del sogno e della fantasia: la fontana è diventata una giostra, nella Rocca ha trovato posto una luna gigantesca di nove metri, e così via. Asolo è dunque diventata una città nuova, prendendo la forma di una di quelle “città invisibili” create dalla fantasia magica di Italo Calvino: dove le forme non sono dettate solo dagli spazi e dalle architetture, ma anche dai contenuti della memoria, del vissuto, delle emozioni che si sono intrecciate nella sua storia e che ne hanno definito l’unicità. Un discorso diverso riguarda invece la Casa dei Carraresi, che si connota come spazio propriamente domestico, dove ho voluto ricreare, aiutato anche dalla tecnologia che è intervenuta a livello sensoriale, una successione di stanze in cui si ritrovano memorie, ricordi, gesti, suoni ed emozioni, tutto ciò che costituisce la materia prima di un lavoro che ha acquistato la fisionomia di un percorso di ricerca, svolto in progressione.

Entriamo nel merito della sua attività creativa. Quali sono le coordinate stilistiche e tematiche entro cui ha costruito il suo linguaggio espressivo?

La mia pittura, sembrerà strano, ma è nata dall’amore a prima vista che ho nutrito nei confronti del carattere tipografico Bodoni, che è diventato immediatamente una specie di impronta digitale per me. Il primo approccio alla tela, che è divenuto la mia cifra identificativa, avviene dunque con la riproduzione di questo “alfabeto”, sul quale intervengo poi in un tempo successivo con la sovrapposizione di segni più liberi e istintivi, una scrittura calligrafica, che sembra un ricamo, più ariosa e leggera. Dal punto di vista tematico, invece, tutta la mia produzione è connotata dalla ripetizione ossessiva (ma si tratta di un’ossessione in senso positivo) di una dozzina di soggetti, come i cuori, le sedie, i cavalli a dondolo, le giostre eccetera, simboli di quelle che io considero le virtù fondamentali, in cui convergono i miei ricordi, le mie emozioni, i miei sogni, che in qualche modo sono il riflesso della mia vita interiore.

Quali sono i suoi riferimenti principali, a quali artisti, cioè, se ce ne sono, sente di “dovere” qualcosa?

Dal punto di vista strettamente pittorico sono sempre stato affascinato dall’utilizzo dell’oro e dalle cromie di Klee. Per quello che attiene invece al panorama contemporaneo, amo moltissimo gli interventi di Christo e di Fabrizio Plessi. Credo nell’importanza del lavoro di squadra, affinché anche progetti che paiono impossibili possano concretizzarsi. Il mio sogno più grande sarebbe quello di assistere alla rinascita del Bauhaus, ad una fusione delle arti in funzione della celebrazione del Bello, del bello assoluto fatto di gioia e di leggerezza.

Nell’allestimento proposto ad Asolo e a Treviso il suo mondo artistico si intreccia alle opere letterarie del fantastico di Italo Calvino…

Leggendo recentemente un brano delle Città invisibili, mi sono reso conto che il racconto trovava esatta corrispondenza con gli elementi che hanno costituito il cuore dell’allestimento di Incanto. Penso che a livello inconscio la scrittura di Calvino, accostata in passato in maniera più superficiale, abbia in realtà lavorato dentro di me, producendo sottili suggestioni che mi hanno condotto al reperimento dei miei codici espressivi, dominati dalla fantasia e dallo stupore. Mi accomuna allo scrittore il desiderio di rendere visibile l’invisibile, di riuscire a condurre lo spettatore in un mondo dominato dal senso del magico, dove tutto è assolutamente possibile.

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 [PDF] Enrico Benetta



STILE ARTE 2007

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