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Felice Bodei

Percorrendo la linea della tradizione, Felice Bodei offre una visione del mondo contrassegnata dalla ricerca di una poetica semplicità che intende proporsi come autentico canto alla vita

 

Nel solco della tradizione, in un figurativo attento alla ricostruzione del dettaglio e alle soluzioni tecniche che intendono favorire la ricerca dell’area di sosta della poesia, Felice Bodei percorre una strada che ha tracciato sin dagli esordi e che lo ha portato, con fedeltà ai propri presupposti, a praticare una linea compositiva e metrica, quasi uscita dal passato, senza enjambement, che rivela la scelta programmatica di essere genuinamente semplice; sono fiori pascoliani, arbusti virgiliani, rievocazioni di antiche grazie domestiche che pare di veder suscitate dal gesto materno di unire, in un mazzo di fiori o nell’esibizione di un abbondante cesto di frutti, ordine e sentimento. Un’attenzione al quotidiano all’interno della quale l’artista fa emergere una mistica adesione a quell’alito lieve di benignità – quel sorriso del sole, che potrebbe esser il topos poetico di un vecchio sussidiario degli anni Cinquanta – che diviene raggio o gioco luminoso sul ventre di un bricco d’acciaio. Frutti, fiori, piatti, emergono dai tavoli dei suoi allestimenti scenici, reclamando un proprio spazio; e i bucaneve, dai petali carnosi, a metà sospesi tra la levità della neve – dalla quale paiono composti e modellati – e la corposità delle piantine eroiche, si direbbero contadini d’altri tempi, adusi ad affrontare gli ultimi rigori dell’inverno, per aprirsi alla certezza di una nuova stagione che preme nell’aria e che fa rifiorire la terra. Sono i primi fiori emergenti dalla linea sinuosa che il manto nevoso in ritirata lascia al prato secco.

Fiori che hanno qualcosa di umano, giacché l’epidermide lascia intravedere come serti di minuscole arterie vegetali, di un’umanità che impronta la propria esistenza all’eroismo della quotidianità al punto da divenire l’emblema araldico di Bodei, interpretandone simbolicamente la visione della vita, nei suoi presidi di resistenza alle negatività. Le sue tele dichiarano immediatamente la volontà di configurarsi come cromatici endecasillabi gioiosi, nella forma di un controcanto – non polemico, non esibito – a una cultura diffusa che si compiace invece dell’incapacità di stupirsi di fronte a ciò che non sia scandalo e clamore. E nel carnet delle passioni floreali dell’artista non potevano – con un lontano, ma non ossessivo accenno alle vanitates secentesche – mancare le rose colte in giardino e lasciate decantare fino al punto in cui alcuni petali, divenendo grevi, s’inclinano verso il tavolo, o gli esili papaveri che un colpo di vento ridurrà presto allo stigma scuro dell’ovario, accanto agli altri infiniti colpi di colore offerti dai campi.

E così sono i suoi paesaggi, quando Bodei allarga il campo visivo dalle piccole cose degli interni alla vastità della natura, scelta anch’essa in una visione anti-eloquente, nei momenti in cui si dimostra una buona democratica, dimessamente bella, con boschi di nevi azzurrine, al disgelo, che mischiano già il colore di una terra pesante, emergente, fangosa, su cui s’infittiscono i segni lanceolati del sole che filtra tra gli alberi, contro una vegetazione che s’accende rossiccia sullo sfondo del cielo, in una fiamma di vivido contrasto. Oppure sentieri al limitare di candide betulle, che girano attorno a un angolo ombroso in cui la neve lancia un fiato freddo profumato di resine e terriccio. Un afrore delicato che egli rievoca con l’aura delle sue immagini femminili, nelle quali s’intravede una lontana citazione di Dino Decca. Il tutto a configurare un universo della linea piana, senza iati o fratture.

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