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Francesco Filippini, il dossier. Uno splendido pittore morto a 42 anni di tisi


Francesco Filippini nacque a Brescia il 18 settembre del 1853 da una modesta famiglia residente in vicolo Disciplina: il padre Lorenzo era falegname. La madre, Silvia Signoria, era cucitrice. Già nel 1866, a causa dei problemi economici familiari, Francesco lavorò come garzone alla pasticceria Chiappa, che alcuni anni dopo sarebbe diventata il luogo d’incontro di molti artisti bresciani. La passione per il disegno maturò proprio in quel periodo, come ben testimonia il ricordo dei ritratti a carboncino nei quali raffigurò i suoi datori di lavoro. Successivamente fu scrivano dapprima presso un avvocato e poi presso un notaio.

Nel 1871 si iscrisse alla scuola civica serale di disegno annessa alla Pinacoteca Tosio, dove, tra i primi insegnanti, ebbe l’accademico Ariassi, sebbene lo stesso Filippini abbia sempre considerato suo primo vero maestro il Campini, che gli permise di acquistare padronanza nella rappresentazione delle figure. A causa delle gravi ristrettezze economiche che gravavano sul pittore e su Luigi Lombardi, l’amico di una vita, Da Ponte, Fenaroli e Tagliaferri ottennero che ai due venisse assegnato un sussidio di 150 lire annue. In seguito, l’ulteriore aiuto di 750 lire permise loro di iscriversi, nel 1875 all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove Francesco ebbe come maestro il Bertini, molto significativo per la sua formazione, specialmente per quanto riguarda i ritratti.

Francesco Filippini, “Contadinella a riposo”, 1892-93 circa

Francesco Filippini, “Contadinella a riposo”, 1892-93 circa

A Milano, Filippini ebbe modo di entrare in contatto con le novità offerte dalla pittura scapigliata di Tranquillo Cremona. L’ammirazione che il bresciano nutriva nei suoi confronti, spinse il nostro artista ad accostarsi con sempre maggiore entusiasmo al ritratto. Nel 1876 a Brescia ottenne la pensione triennale di 1500 lire del legato Brozzoni, assegno presto condiviso con il Lombardi. Dal 1879 abitò stabilmente a Milano, dove era solito frequentare Roberto Venturi, Mosè Bianchi ed Eugenio Gignous. Con amici pittori si recò a Parigi, ma l’aver visto i più famosi paesaggisti francesi del tempo, inclusi evidentemente anche gli impressionisti, non sembrò segnare il suo stile, più attento a ciò che gli offriva Milano. Sempre al 1879 risale il ben noto, triste episodio del fallito concorso per il legato Brozzoni: Faustini, presente tra i giurati e acerrimo nemico della poetica cremoniana, bocciò la sua opera. La delusione per Filippini fu tale, che cercò di arruolarsi (ma fortunatamente invano) nelle guardie di finanza. Nel 1881, dopo aver finito Brera, riuscì a mantenersi, insegnando in un collegio di suore e frequentando alcune famiglie dell’alta società milanese, ricevendo così, di tanto in tanto, significative commissioni.

A partire dal 1883 partecipò a numerose esposizioni e prese l’abitudine di soggiornare in Liguria, a Venezia, sul lago di Como e su quello Maggiore. Queste mete, ed in particolar modo la laguna veneziana, divennero uno dei temi più amati dal pittore, accanto alle nevicate e agli uomini e donne che lavoravano nei campi. Nel 1887 venne nominato socio onorario dell’Accademia di Brera e vinse il premio Fumagalli per il Paesaggio, mentre nel 1889 fu la volta del premio di fondazione Canonica, grazie all’opera “Il maglio” (2200 lire). Il 6 marzo 1895 morì nello studio abitazione milanese di via Milazzo 12. Fu in un primo momento sepolto nel Cimitero Monumentale di Milano, ma successivamente trasferito a Brescia. La Famiglia Artistica, due mesi dopo la morte, gli dedicò la prima mostra postuma che vide raggruppate 28 tele. Con il ricavato della vendita dei quadri fu possibile commissionare a Troubetzkoy un monumento funebre in bronzo da collocare sulla sua tomba di Filippini, monumento che fu però poi trasferito nei giardini di viale Rebuffone.

“Le spannocchiatrici”,1887-89 circa

“Le spannocchiatrici”,1887-89 circa

Gli inizi: la pittura accademica e la passione per il ritratto. Nonostante Filippini sia morto in giovane età, durante la sua attività durata circa un ventennio, lavorò moltissimo. Ma così come scarne sono le notizie biografiche, così risulta piuttosto arduo riuscire a contestualizzare le numerosissime tele che instancabilmente realizzò nell’arco di tempo compreso tra il 1878 il 1895. Questa difficoltà nasce innanzitutto dall’abitudine del pittore bresciano di firmare solo raramente e di non datare quasi mai le sue composizioni. Ciò, da un lato ha fatto sì che, nel corso degli anni, le sue tele fossero vittime di contraffazioni, già poco dopo la morte dell’artista, e dall’altro ha creato molti problemi ai critici nell’ambito della datazione delle sue opere che, eccezion fatta la prima produzione, sono dedicate esclusivamente al tema del paesaggio. Sono invece i ritratti e i soggetti storici a dominare i quadri dei primi anni, realizzati sia a Brescia che nel momento in cui si trasferì stabilmente a Milano (anche se a onor del vero non si conoscono opere significative del periodo bresciano). I ritratti, protagonisti assoluti dei primi lavori, sarebbero però da lì a poco stati inseriti nei paesaggi. Non più dunque i visi dei genitori o dei committenti dell’alta aristocrazia milanese riprodotti con il grande slancio scaturito dall’influenza della scapigliatura di Tranquillo Cremona, artista di cui visitò la prima mostra postuma nel 1878 e che lo influenzò profondamente. Se Filippini fu senza alcun dubbio molto legato, nei primi tempi, alla ritrattistica, non amò invece i quadri di storia. Fu quella infatti una scelta obbligata, legata ai concorsi ai quali puntualmente il pittore prendeva parte, ma che già a partire dall’inizio degli anni Ottanta abbandonò, non sentendosi particolarmente portato per tale strada. Restano quindi esempi sporadici quadri come “Fulvia che svela a Cicerone la congiura di Catilina” (1879), “Caligola morto” e “La cella del Beato Angelico” (entrambi del 1880).

Anni Ottanta: gli amati paesaggi dalle valli a Napoli. Già dal 1875 Filippini prese l’abitudine di recarsi assiduamente in montagna e in campagna per raccogliere qualche impressione dal “vero”, che poi sviluppava pittoricamente in studio. Dapprima si portò a Gardone Val Trompia, dove abitava il fratello con la moglie; successivamente care mete furono la Valle Camonica, la Valle Seriana, gli Appennini, fino a giungere a Napoli. Con ogni probabilità il fortissimo amore per il paesaggio esplose in lui proprio durante il soggiorno napoletano; anche se è doveroso ricordare che l’artista rifuggì la solarità mediterranea, prediligendo accordi cromatici tipici della pittura dei paesi nordici, nonché della sua prima produzione paesaggistica. Egli era solito infatti partire da una base scura, molto probabilmente bituminosa, sovrapponendo poi tinte più chiare. Questa preparazione nera venne abbandonata negli anni intorno all’83-84, per essere poi tosto recuperata negli ultimi anni di attività. Tra le opere del periodo partenopeo citiamo “Pescatori napoletani”, “Marina di Napoli” e “Scugnizzi al mare di Napoli”. Dopo questa parentesi fecero la loro apparizione le figure umane, contadini e contadine, perfettamente inseriti nei solitari paesaggi di montagna, colti sia durante il lavoro, che la sosta e la preghiera: “Pastorella con due capre nel paesaggio”, “Tre ragazze con la gerla”, “Riposo”, “Vespero in Valtrompia”. Talvolta le figure scompaiono per dare dignità assoluta agli scorci più cari colti in particolari condizioni atmosferiche (“Temporale”, “Tramonto” e “Bufera imminente”, per citarne alcuni). Di fortissimo impatto sono poi le numerose vedute, realizzate soprattutto tra la fine degli anni Ottanta e la morte, dedicate a Venezia e alla Laguna, uno dei temi più amati da Filippini. In questa produzione egli poteva cimentarsi nella resa delle ombre, dei riflessi e delle onde interrotte da scure barche tremolanti. Emblematica la piccola “Impressione della Laguna” donata da Filippini all’amico Giovanni Segantini, a testimoniare il profondo legame che univa i due pittori. Infine è importante ricordare la spiccata abilità dell’artista nel riprodurre le nevicate, giocate con accentuati contrasti tra bianchi e neri, grigi e cenere e colte rigorosamente dal vero (l’aver trascorso molto tempo al freddo per dipingere sarà una delle cause principali della malattia che lo porterà alla morte).

Le quotazioni. Prima della grande crisi (2009-….)  che ha creato enormi scompensi al mercato dell’arte e l’impossibilità di rilevare una continuità nei prezzi, Francesco Filippini era tra i pittori bresciani più quotati. Le creazioni di piccolo formato potevano raggiungere anche i 15mila euro, mentre le medie erano comprese tra i 25mila e i 60mila. Le opere di grandi dimensioni oscillavano dai 90mila ai 300mila euro. Risultano contrattazioni giunte a buon fine – relative a quadri di particolare importanza e di ampio formato – che si sono attestate attorno ai 350mila euro.

“In cerca di funghi”, 1879-80 circa

“In cerca di funghi”, 1879-80 circa

Francesco non sopportava la pittura di storia e i suoi giudici furono inflessibili. Ma quando s’aprì al paesaggio, tutto mutò. I viaggi, il confronto con l’elemento antropologico delle valli. Una pittura che punta più sul canto che sulla denuncia

 

di Costanzo Gatta

A tutta voce Filippini ha cantato il mondo degli ultimi e il loro orgoglio. Come, nel ’700, il Ceruti passò dal giustacuore del nobile al cencio del pitocco, anche Francesco Filippini, nel secondo Ottocento, guardò prima la toilette della dama borghese e poi il costume della contadina. Se il Pitocchetto denunciò, nei volti, segni di sofferenza e miseria, Filippini – all’opposto – non pianse sulle sorti degli umili, anzi cercò in loro, di continuo, momenti di serenità. Nel mondo in tono minore di Filippini i rari uomini indossano calzonacci di fustagno, i bimbi hanno brache tenute su con lo spago, ma le contadine sfoggiano costumi da festa, camicie e grembiuli di bucato. Lavorano senza mostrare fatica. Persino i viottoli che percorrono appaiono sempre in discesa. Non troveremo mai, nei quadri, un sentiero in salita. I gruppetti di donne tornano dal lavoro, sostano per tirar fiato e se sgobbano c’è un vecchio che racconta loro qualcosa, forse per lenire la monotona sfacchinata.

Se Ceruti amò avvicinarsi con simpatia ad accattoni e facchini di strada, Filippini, al contrario, li andò a cercare sui monti della natia Brescia o del Piemonte, ben lontano dal Barnum milanese. Il percorso del Filippini va da Brescia a Milano e da lì irradia verso valli, mari, lagune. C’è anche un viaggio a Parigi, nel ’79, con Luca Beltrami, ma di poco conto. Milano! Forse non amava troppo la città che, agli inizi dell’800, Foscolo aveva ribattezzato “Paneropoli”, ispirandosi al formaggio di panna – la panera -, oppure “Bhabilo minima”. Arriverà a chiamarla “città di letame”, il Foscolo. E nei Sepolcri persino “la città lasciva d’evirati cantori allettatrice”. All’ombra del Duomo, Filippini non si è arricchito. Ha solo vivacchiato, mettendo a frutto quello che aveva assorbito, pittoricamente, dai maestri di Brera e, culturalmente, dagli ambienti che gli avevano aperto le porte. Nel 1893 scriverà da Venezia: “… lavorato molto ma venduto men che poco pur avendo mandato per tutta Europa, infruttuosamente o quasi…”. Ma se appena può scappare dalla Milano opulenta, ecco che valli, montagne, prati, declivi, sono la meta preferita. Paesaggi, quindi, fino al 90 per cento della sua produzione.

Paesaggi con figure centrali, grandi e medie. Solo nell’ultima fase tenderanno a rimpicciolirsi, quasi ad uscire di scena. Meglio quella gente che i borghesi dei salotti meneghini, meglio una partita a quintiglio che a dama, meglio la caciara della morra che il silenzio degli scacchi. E a teatro, una grassa risata con il Tecoppa ispirato da Cletto Arrighi o Carlo Righetti che dir si voglia. In fondo anche un ubriacone, furbastro e filibustiere è pur sempre specchio di una Milano del tempo. Filippini a Milano si trova fra Scapigliatura e Divisionismo: compresso come fra due parentesi. Tra il 1877 e il 1880 si intreccia una certa suggestione per il Cremona che periodicamente ritornerà. Scrisse Virgilio Colombo: “Fu uno dei pochi che amarono Tranquillo Cremona quando ciò era delitto, e non rinnegò mai quell’amore, anzi lo tramutò in venerazione, guardandosi bene dall’immeschinirlo con l’idolatria. Da quel grande maestro capì l’assoluto bisogno di un’individualità nell’artista e attese sempre a formarsela, con lo studio e con il lavoro, senza curarsi del biasimo inflittogli dal grosso pubblico, o dalle esagerate lodi di cui gli amici l’andavano ricoprendo forse per infondergli quel coraggio del quale egli non aveva proprio bisogno”. Dove collocare Filippini? Leggendo gli esperti si trovano voci sovente discordanti.

“Val Camonica”, 1887-89 circa

“Val Camonica”, 1887-89 circa

“La stigliatura della canapa”, “Le spannocchiatrici”, “La raccolta delle castagne”, sono opere che ben si legano alle problematiche e alla conflittualità sociale del tempo. Tuttavia altre opere, pur tese verso questa direzione, non paiono voler essere di denuncia. Lampante il verismo sociale ne “Il maglio”, del 1889, opera rispettosa del bando. “Il quadro dovrà rappresentare a luce diurna l’interno di un’officina metallurgica della massellatura del ferro ridotto; con due o più lavoranti in atto di girare il massello sotto il martello del maglio. Non dev’essere trattato come soggetto per un effetto pittoresco di contrasti di luce diurna e riflessi di forme incandescenti, ma soprattutto per far risaltare l’energia popolana, nella tenacia delle volontà che vince la resistenza della materia, in un lavoro in cui è in azione la potenza muscolare di operai nudi dalla cintola in su. L’officina potrà essere d’antico sistema, come se ne vedono tante nelle valli Bergamasche o Bresciane, o di sistema moderno col maglio mosso dal vapore”. Filippini vinse su cinque concorrenti forse più politicizzati di lui. Filippini non fu però un pittore del realismo sociale quando trattò nelle sue opere soggetti di lavoro, specialmente rurale. Mai senso di denuncia, ma solo pretesti pittorici carichi di verità, sia in “Stigliatura della canapa”, sia in “Sosta”, sia nella “Contadina alla santella col gregge.

Dal suo pennello è uscita “tutta la buona povera gente”. Nei diciassette anni di carriera artistica (breve), ha costruito un monumento al lavoro. I paesaggi di montagna e dei campi riflettono il mondo contadino, vi si ritrovano figure ataviche e mestieri antichi. Nelle opere di Filippini non si zappa il campo né si dissoda la zolla col vomere, ma si raccolgono i frutti della terra. Le donne spannocchiano, fanno legna nel bosco, tolgono ricci dalle castagne, sfibrano la canapa. Certe tele sono elogio a tutto tondo della donna cui è concesso solo breve riposo sul prato, con le compagne, o di meditazione, davanti alla santella, all’ora dell’Angelus. La donna lavora sempre. E quando calano le forze veglia vicino a una culla – le mani impegnate nel cucito – o racconta una storia ai nipotini. Ovviamente c’è stata anche in Filippini una stagione “accademica”. Dura un lustro, tra il 1875 e il 1880 e scorre in parallelo al periodo dei ritratti, anticipato dal primo dei tre autoritratti. Aveva 18 anni. Un secondo lo eseguirà fra il 1879 e il 1880. E una delle sue ultime opere (nel 1893) sarà ancora un autoritratto. Tutti e tre – quasi foto in successione – rispecchiano il Filippini che muta nel tempo: giovane, maturo, segnato dal male che lo porterà, due anni dopo, alla tomba. E’ un volto che allude a un inconscio ritorno a Tranquillo Cremona. I ritratti, dicevo, fra il ’75 e l’80: Umberto Bertelli, mamma Silvia e papà Giuseppe, teste virili o barbute, fanciulle dal nastro rosso, e col manto bianco, giovinette pensose, vecchie e vecchi. Non mancano gli illustri: Re Umberto I e Vittoria Campini, figlia di Luigi Campini che – con Giuseppe Ariassi – orientò Filippini verso la figura.

“Ritratto della signora Vittoria Campini”, 1879-80 circa

“Ritratto della signora Vittoria Campini”, 1879-80 circa

E i temi della storia? Attrassero Filippini? Pare proprio che fossero considerati un obbligo, derivato certamente dagli studi a Brera con il Bertini, fra l’altro insuperabile maestro circa il modo di preparare una tela. Comunque, per partecipare a un concorso, bisognava adattarsi. Il bando, indifferentemente, poteva chiedere all’artista di interpretare la morte di Caligola, o la cella del Beato Angelico. E al pittore non restava altro che obbedire, volente o nolente, e attendere il giudizio di commissioni che facevano bello e cattivo tempo. Se con “La cella del Beato Angelico” (1880) Filippini vinse il legato Brozzoni non fu certo ripagato dalle amarezze dell’anno precedente. La più cocente delusione del Filippini porta la data del 1879. L’artista aveva 26 anni. Dopo Parigi volle concorrere alla pensione di secondo grado del Brozzoni. Era il 6 settembre. La commissione – Angelo Inganni e Modesto Faustini – diede parere sfavorevole circa l’interpretazione del tema assegnato, “Fulvia svela a Cicerone la congiura di Catilina”. Faustini, relatore, annotò che il giovane mancava di nozioni e di cultura: “…il bozzetto presentato, sebbene non privo di alcune qualità pittoriche, in complesso poco corrispondeva all’argomento”.

La pittura di Filippini prescindeva dall’ illustrazione storica dei temi letterari. Volle rendere drammaticamente l’incontro e trascurò la descrizione dei costumi e dell’ambiente; indicazioni che, come suggerito, avrebbe trovato fra le pagine di “La giovinezza di Giulio Cesare” di Giuseppe Rovani. Dal verbale: “…traspare troppo la poca conoscenza che l’autore ha avuto del soggetto e dei costumi che avrebbero dovuto caratterizzarlo”. E poi Rovani aveva presentato Cicerone in biblioteca. E Filippini aveva raffigurato solo le due figure “balzate da uno scanno con un viso al quale i due occhi sbarrati danno l’espressione dello stupore, e di Fulvia diritta in piedi. Non un particolare archeologico, all’infuori dei costumi, turba il dramma delle due figure, rappresentate con un rapido lavoro di macchia, vive, emergenti da un fondo oscuro, come annebbiato”. Orrore, per quei tempi. Non mancavano altre annotazioni stupefacenti. “Si avrebbe potuto ottenere un effetto maggiore al chiarore, meno certo poetico della luna fra le colonne di un tablinum, ma misterioso, d’una lampada notturna fra la farragine e probabilmente fra il disordine dei volumi”. Insomma: bocciato anche il chiarore lunare fra le colonne della altana-galleria. O forse era fisima del Faustini che sfoggia pure la parola latina? Negata la pensione il concorso restò senza vincitore. Filippini, in crisi, buttò via i pennelli e meditò di entrare nel corpo della Guardia di Finanza. Per fortuna i medici lo scartarono. Preferibile un Filippini nei boschi a spiare, da poeta, il bimbo e la bimba “In cerca di funghi” che un Filippini in divisa da finanziere a spiare spalloni.

“Barche sulla spiaggia”, 1892-93 circa

“Barche sulla spiaggia”, 1892-93 circa

Ritrovata la serenità, dopo viaggi verso il mare di Napoli e la laguna di Pellestrina, ecco Filippini fra i triumplini. Anno 1882. Il “Vespero in Val Trompia”, gli farà incassare la pensione biennale del Legato Brozzoni, per pagarsi Brera. Si dice: “E’ l’opera principe del Filippini”. Si annota: “Più evidente l’indirizzo veristico dell’artista”. Tutti concordi nell’applaudire i suggestivi contrasti fra gli zendali bianchi delle cinque donne e il prato umido e scuro. Tre portano il carico di legna, una la gerla. Una accoccolata forse prende fiato. O che altro fa? L’albero a destra in basso e le chiazze di neve a sinistra in alto bilanciano e impreziosiscono la scena. Principale o secondaria che sia, l’opera fa parte del “Ciclo della valle” ricco di perle. Vi andava, d’estate, a trovare il fratello Ludovico, operaio nella regia fabbrica d’armi. Dei soggiorni è restata traccia indelebile. Lo testimoniano “La Chiesa di Bovegno”, “Il Mella in Valtrompia”, “La valle di Inzino”, “Cortile rustico”. Sempre scorci arditi. Nella tela intitolata “Galline sull’aia” Filippini guarda il cortile dove razzolano polli e giocano bimbi come se fosse seduto per terra. Tutto è assai scuro. Tutto marrone, niente verde, un pizzico di giallo per la paglia, bianco sporco per i pilastri della cascina. Nel marrone del cortile le chiazze colorate dei polli. Altro “Cortile rustico”, sui marroni, troveremo, nel ’92-’93, con figure che sembrano far tutt’uno con l’ambiente. Costante la sua pennellata. Solo nella “Raccolta della legna”, tela preparata partendo da un fondo bituminoso, all’uso del Fontanesi, troveremo una magia.

Per rendere l’idea del vento, Filippini darà pennellate sottili, quasi taglienti, brevi e lunghe, con diverse inclinazioni e direzioni. Se passiamo dalla Valtrompia alla valle dei Camuni o ci spingiamo fino ad Andorno, valletta del biellese, o nella vicina conca di Oropa a pochi chilometri da Favaro, minuscola frazione di Biella, notiamo che i paesaggi si confondono. Pare che gli occhi di Filippini tendano ad omogeneizzare il tutto, non per imperizia, ma per scelta. Siamo all’elogio del mondo contadino: le figure, gli spazi, le abitazioni, in ogni stagione. Con preferenza per i marroni dell’autunno e la neve dell’inverno. Una trentina di nevicate si calcolano nella vita pittorica dell’artista bresciano. Se siamo d’estate lucenti perle ci appaiono tre ragazze sul prato: “Contadine in riposo”, fra falci, rastrelli e gerle da museo della civiltà rurale. Altre tre – diversi i costumi, la postura, la stagione – ne ritroviamo in “Sosta sui campi” e nel “Riposo”. Si raddoppiano le figure in “La sosta”, e qui fa da sedile non il prato ma il muretto degradante a valle. Tutta sola – per cuscino la gerla, mani alla nuca, piedi scalzi, adagiata sull’erba e occhi al cielo – la “Contadinella a riposo” del 1892-93. Temi da presepe sono “Ritorno dal pascolo” che stupì Ugo Ojetti: “…è un dipinto desolato in cui le pecore tosate sembrano assumere valore di simbolo (con quel tramonto sanguigno là in fondo)”.

“Ritorno all’ovile” e “Davanti all’ovile” rappresentano ancora una volta due momenti di rientro, dopo una giornata di lavoro. “Pastorella con due caprette”, che sembrano cercare il sale nelle mani della ragazza (siamo in Val Camonica), ci rimandano all’amico Leonardo Bazzaro, milanese, il cui vero e proprio manifesto del naturalismo lombardo è rappresentato dal dipinto “La raccolta delle castagne”, esposto nel 1886 alla rassegna della Società delle Belle Arti ed Esposizione. Anche la tela del Filippini dallo stesso titolo ripropone un momento stagionale del mondo contadino, con il vecchio che parla, le donne che ascoltano e i bimbi che lavorano, giocando.

Autoritratto di Filippini

Autoritratto di Filippini

Curiosità e frammenti di vita per una psicologia dell’uomo. Una volta il quieto Filippini riuscì a metter in apprensione la Marietta, una bella ostessa che gestiva la trattoria della Coppa, a Ponte Vetere di Milano. Era l’anno 1880 e Filippini cercava di racimolare cento lire per comprare tela, telaio e colori. La Fondazione Canonica aveva bandito un concorso sul tema “La morte di Caligola”. Lui avrebbe partecipato volentieri ma non aveva la materia prima. Gli amici gli suggerirono di chiedere un prestito alla bella ostessa. Generosa con gli artisti, certe volte fingeva di non ricordarsi i conti in sospeso e altre volte prestava qualche spicciolo. Lo scultore Leonardo Bistolfi (1859-1933) fu testimone oculare dell’equivoco nel quale incorse il nostro Filippini, convinto a farsi fare un prestito dalla Marietta. Si avvicinò al banco di mescita in un momento in cui la donna non aveva clienti da servire e guardandola negli occhi balbettò: “Mi gh’averia bisogn de lé… per fa el Caligola”. La Marietta, brava come cuoca ma digiuna di storia antica, non pensò all’imperatore ma piuttosto a qualche satiro. Se Filippini voleva fare il Caligola lo facesse pure… ma non con lei. Dovette intervenire il Bistolfi per tranquillizzare la Marietta: non era una proposta sconcia, ma una necessità artistica. La Marietta ne rise e tirò fuori cento lire dal cassetto borbottando: “Ch’el faga el sò Calgola…”.

Fu un campione di morra. Filippini era un campione al gioco, imbattibile alle bocce e alla morra, imparati a Brescia fin da ragazzo. Una sera, incontrando un ciabattino bresciano in un trani milanese, e stabilito che era al suo livello, lanciò una sfida. Lui e il ciabattino avrebbero sfidato in coppia chi avesse voluto misurarsi con la “scuola bresciana”. Ci si provarono in molti. Il gioco andò avanti tutta notte. Al levare del sole la coppia bresciana aveva vinto non solo tutte le bottiglie consumate durante la “maratona” ma vantava un cospicuo credito di ben 103 litri di vino.

Teatro o quintiglio? Filippini, negli ultimi anni di vita, era assiduo frequentatore della “Famiglia artistica milanese”. Passava le ore con il Bezzola, il Ricci, il Burlando, l’Armenise, il Longoni, il Calchi e il Fontana. Proprio Ferdinando Fontana raccontò un curioso aneddoto. Giocando a quintiglio e non riuscendo a pescare mai una carta buona, una sera il Filippa – così era chiamato dagli amici – sbottò in una dichiarazione “storica”: “Non voglio più giocare a nessun gioco… alla sera, d’ora in poi, voglio andare a teatro… Meglio”. Difatti, per qualche sera, disertò il circolo. Una notte Ferdinando Fontana lo incontrò all’uscita del vecchio Manzoni. “Cosa fai?  Dove vai?” Secca risposta del “Filippa”: “Vado alla “Famiglia”. Basta teatro… d’ora in poi la sera giocherò a quintiglio. Meglio”.

Emigrati da Brescia: i nostri pittori che lasciarono la provincia. Quanti sono gli artisti dell’Ottocento che hanno lasciato Brescia per altri lidi? Non c’è solo Filippini. Con lui, Giovanni Renica (1808-1884) che troviamo a Roma, Napoli, in Grecia e in Egitto. Tornò a Brescia cinque anni prima della morte. Angelo Inganni (1807-1880) torna a Brescia solo negli ultimi anni di vita, da Milano, escludendo periodici soggiorni a Gussago. Giovan Battista Ferrari (1829-1906) dopo la sua formazione artistica alla scuola di disegno comunale di Brescia va prima in Inghilterra quindi in America e, escludendo un breve soggiorno bresciano, dal 1865 si stabilisce a Milano. Eugenio Amus (1834-1899) dopo le campagne per l’Indipendenza si trasferisce in Francia. Morirà, a Bordeaux. Achille Glisenti (1848- 1906), dopo la scuola di Campini, lo troviamo a Milano e a Monaco di Baviera, per un breve periodo a Roma e, infine, a Firenze. Vi resterà fino alla morte. Cesare Bertolotti (1854-1932) ,a vent’anni va a Firenze poi a Milano e a Monaco. E ancora a Firenze e a Venezia. La sua vita fu contrassegnata da un pendolarismo continuo.

Un incompiuto del paesaggista alla Fondazione Ugo Da Como. Una delle rare testimonianze di interesse alla pittura contemporanea da parte del senatore Ugo da Como (1869-1941) è rappresentata da un piccolo quadro del Filippini, appeso a una parete del salottino della moglie del Senatore, Maria Glisenti (1870-1944), figlia di un facoltoso industriale bresciano. Un paesaggio di montagna con monti innevati (24,9×39,9) è alle pareti del salottino in stile ’700 veneziano, fra miniature di varie epoche, raffiguranti personaggi, alcuni dei quali appartenenti alla famiglia Glisenti; alcuni di questi pezzi sono opera di grandi miniaturisti, una in particolare del Gigola, bresciano vissuto a cavallo tra il 1700 e il 1800. Il paesaggio del Filippini è un olio su compensato. Lo firma in alto, nella parte posteriore. Fu esposto nel 1934 alla mostra di pittura bresciana dell’800. Secondo Luciano Anelli non è opera finita.

Le leggenda sulla sua salma Quel cadavere non fu cremato. Una delle tante leggende metropolitane circolò per Brescia nel marzo 1895. Si disse che Filippini a Milano, morendo il 6 marzo 1895, alle 6 del mattino, avesse lasciato come disposizione che il suo corpo fosse cremato. La notizia fece scalpore. In quei tempi era viva la polemica, fra chi preferiva il fuoco dei crematoi (di cui, fra l’altro, era esperto il professor Paolo Gorini da Palazzolo) alla terra consacrata. E stupì la decisione attribuita al Filippini. La notizia, priva di fondamento, arrivò a Brescia perché i giornali di Milano, nel dare il resoconto dei funerali imponenti (seguiti dal mondo artistico milanese, con il marchese Emilio Visconti Venosta presidente di Brera e gli amici Ercole Turati, Emilio Gola e Lodovico Pogliaghi ai cordoni), furono imprecisi. Scrissero che la salma, dopo una sosta alla chiesa dell’Incoronata, era stata cremata. La “leggenda” andò avanti fino al 2 luglio 1925, quando – per decisione di tanti amici e a 30 anni dalla morte – i resti vennero tolti dal Cimitero Monumentale di Milano (Reparto I, giardino 244, terreno acquistato dagli amici) e traslati al Vantiniano di Brescia.

Affascinato dai costumi delle montanare e dal folklore

Filippini vuole andare in Valcamonica, come Gola e Bazzaro. Chiede notizie del posto al fraterno Bigio Lombardi, che vive a Darfo, per “sciogliere un voto antico: quello di recarmivi per lavorare”. E’ quindi il suo primo soggiorno. Desidera “un luogo veramente alpestre piuttosto al di sopra dei 1000 metri, un sito dove si possa vivere discretamente senza pelature e non frequentato da villeggianti e forestieri… e anche la quasi sicurezza di poter avere delle modelle e possibilmente dei costumi”. L’annotazione ci fa capire quale importanza desse al costume, cioè al folklore finalizzato alle sue opere.

 

Le sue frasi celebri

La barcaccia della vita non può tirare avanti senza soffi di musica”.

“Ormai le mostre sono tanto frequenti da mettere nausea non solo per gli artisti ma più e meglio al prossimo”. (Da Milano a Luigi Lombardi nel 1888)

“Che la vita del pittore (dell’artista) ne ho sempre dubitato, né occorre arrivare a questa tenera età (35 anni, ndr) per convincersene. Tolto qualche ingegno potentissimo e qualche dozzina di nullità fortunate, il resto cerca come può di mettere insieme il pranzo con la colazione de giorno seguente, e se ci arriva è già bravo”. (Da Milano a Luigi Lombardi nel 1888)

 

Falsi Filippini: si ipotizza un 30% di opere realizzate da abili “copisti”. Furono dipinte a partire dal 1930. Sul mercato bresciano talora si affacciano quadri (senza firma) che abilmente, con giri di parole, vengono avvicinati al Filippini, anche con la giustificazione che egli lavorò moltissimo sia pure in una vita breve. Possibile cadere nella trappola soprattutto se non si ha la possibilità di fare nemmeno una indagine di routine. Gli esperti ricordano che quasi tutti i suoi dipinti sono firmati. Solo pochi hanno indicazioni di data. Si pensa che circa il 30 per cento dei quadri definiti di Filippini sia un falso. I primi falsi sono datati attorno agli anni Trenta e Quaranta. Non è comunque difficile per un esperto individuare un falso Filippini, data l’estrema coerenza dell’artista. Dipingeva allo stesso modo persino nelle piccole dimensioni, con il suo tratto lungo pur operando su supporti ridotti. Quando si presentano “mezze miniature” scatta il sospetto di un falso.

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