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Genova, limpidi echi di Lombardia

“Stile” intervista Giulio Bora, curatore – con Jonathan Bober – della mostra “Capolavori della Suida-Manning Collection”, aperta al Museo civico “Ala Ponzone” di Cremona sino al 28 aprile 2002.

cremona41Cremona propone i capolavori della “Suida-Manning Collection”. E’ uno straordinario viaggio tra i grandi della pittura italiana – con particolare riferimento agli artisti del Settentrione – effettuato attraverso le opere raccolte da Suida. Ci può parlare di questo studioso-collezionista e delle sue scelte?
Molto attratto dalle nuove modalità di indagine avviate dalla Scuola di Vienna, al cui seguito studiò, allievo di Wickhoff, Wilhelm Suida, seguace del metodo morelliano, si interessò precocemente all’arte italiana del Rinascimento. Giunse in Italia prestissimo, agli inizi del Novecento, e la pubblicazione – avvenuta nel 1902 – di quattro suoi fondamentali interventi relativi all’arte lombarda, testimonia il forte interesse per quella cultura e soprattutto l’adesione proficua alle suggestioni morelliane. Essendo i suoi interessi di collezionista strettamente collegati a quelli di studioso, risulta che già in occasione di quel primo viaggio nel nostro Paese egli acquistasse una tavoletta del Butinone (che proponiamo in mostra). Non si possiede molta documentazione relativa ai suoi primi soggiorni di studio, tuttavia sappiamo che frequentava il Frizzoni (il più fedele amico e seguace di Morelli, nonché all’epoca il più acuto conoscitore dell’arte lombarda), da cui senz’altro ricevette stimoli notevoli; certamente non trascurabile anche il fatto che ebbe come guida Guido Cagnoli, che gli aveva aperto l’accesso alle più prestigiose collezioni milanesi. Nel 1906 viene pubblicato lo studio di Suida sull’arte a Genova, in cui con grande acume e ampiezza di indagine egli presenta un profilo della predominante presenza in Liguria di pittori lombardi – tra cui quella, fondamentale, di Donato de Bardi -, meritandosi l’ammirazione da parte della critica, visto che si trattava di uno dei lavori più interessanti sull’arte tra Quattro e Cinquecento, ma innescando anche una polemica col Berenson, accusato da Suida, fra l’altro, di non averlo citato come fonte, pur avendo largamente utilizzato i suoi elenchi.

Tra i due filoni storico-artistici che furono al centro degli studi e dell’impegno collezionistico di Suida – la pittura lombarda e quella genovese -, emerge un confronto particolarmente stimolante. Quali sono le opere più significative esposte e quali le differenze tecniche e tematiche tra le due scuole? Esistono punti di contatto?
Esiste un nesso strettissimo tra i due filoni storico-artistici. Tanto che Suida concentrò i suoi studi, come già accennato, sulla rivalutazione del ruolo svolto a Genova da molti artisti lombardi. Egli sviluppa un’originale visione critica che si attua nell’individuazione del tessuto dei rapporti alla base della cultura rinascimentale lombarda, e attraverso la sua capillare ricognizione e rivalutazione di fenomeni periferici giunge a tracciare un percorso che da Milano e Pavia si irradia nel Canton Ticino e in Liguria, appunto. Importantissimo è lo studio attuato intorno alla figura di Luca Cambiaso: a questo proposito fu però fondamentale, soprattutto dal punto di vista del collezionismo, l’intervento della figlia Bertina e del genero Robert Manning, che acquistarono numerosi dipinti dell’artista. La mostra propone confronti molto interessanti con opere di Castiglione, Strozzi, Baciccio, a rimarcare quel legame di discendenza che univa, secondo Suida, l’arte ligure a quella lombarda.

La collezione fu arricchita a partire dal 1939: lo sguardo si allargò in direzione di altri artisti, con un’apertura anche a Venezia, attraverso il Ricci e il Tiepolo…
Per comprendere l’interesse di Suida verso la pittura veneta, basta ricordare che nel 1933 viene pubblicato un suo saggio fondamentale su Tiziano. Molto interessante è il dato che molti dei dipinti della Collezione furono acquisiti dopo il trasferimento negli Stati Uniti. Nei primi anni di permanenza in America, Suida torna ad occuparsi degli argomenti a lui più familiari: pubblica saggi sui leonardeschi, su Zenale, Bramantino, Andrea Solario; allo stesso tempo, diviene a quel punto sostanziale il contributo di Robert Manning, che interviene concretamente nell’apertura dell’interesse ad altre scuole, sia italiane che europee.

Vi sono opere totalmente inedite per gli italiani?
La maggior parte dei quadri presenti sono inediti in Italia. Per cominciare si può citare un Bevilacqua, non identificato fino ad ora; citerei anche un piccolo Cerano, intitolato “San Giacomo sconfigge i mori”, che pare essere appartenuto alla Collezione di Manfredo Settala (figura centrale del collezionismo secentesco milanese), a cui sarebbe stato donato personalmente dall’autore; e ancora, un bel Petrini (“Visione estatica di una santa”), eccentrico autore ticinese, a cui Suida dedicò un pionieristico catalogo delle opere, pubblicato nel 1930.

Una sezione della mostra è dedicata al disegno.
Sì; ed è una sezione di altissimo livello, anch’essa con molti inediti: la selezione dei disegni, che vengono esposti intervallati con i dipinti, è stata effettuata basandosi su una campionatura per aree culturali e secoli (spesso coincidenti con quelle delle altre opere). Vi sono, ad esempio, un disegno molto interessante che viene assegnato a Vincenzo Foppa; un piccolo schizzo attribuito a Raffaello, uno studio per una “Sacra Famiglia” che è stato oggetto di notevole attenzione da parte della critica e al centro di opinioni contrastanti; e ancora, un disegno di Correggio che raffigura un’“Allegoria della Virtù”, e poi molti lavori di artisti genovesi del Sei-Settecento.

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