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Gentile da Fabriano, la pittura perduta a Brescia


In occasione della mostra “Gentile da Fabriano e l’altro Rinascimento”, in programma a Fabrianoproponiamo questa scheda che pone in luce il lavoro svolto dal grande maestro del Gotico internazionale nella nostra città. 

La presenza di Gentile da Fabriano a Brescia per eseguire importanti lavori è ben documentata nella storia dell’arte: Sallustio Consandolo scriveva a Borso d’Este invitandolo a mandare Cosmè Tura a vedere “la cappella di Zentile”; nel 1458 Umbertino Puscolo, umanista bresciano, descriveva la cappella con caratteri di eccezionalità e splendore, notando la vivacità e la naturalezza delle raffigurazioni; Marin Sanuto, cronista veneziano, favoleggiava invece sulle incredibili cifre spese per la sua realizzazione. Queste testimonianze, nel corso del ventesimo secolo, non facevano che accrescere tra gli appassionati e gli studiosi il rammarico per quello che si credeva un capolavoro del tutto perduto anche se, in ambiente bresciano, non era scemata la speranza di ritrovarne delle tracce. Quando nel 1983 iniziarono i restauri della Sala Rossa del Broletto, la scoperta di alcuni affreschi del XVII secolo indusse a dare inizio all’esplorazione del sottotetto del palazzo intorno alla chiesa di S. Agostino. Queste ricognizioni permisero a Seccamani, nel 1985, di portare alla luce, dietro ruderi settecenteschi, “frammenti di cielo di raffinatissimo lapislazzuli, architetture di case e torri gotiche.. verdi colline di un verde ospitante”.

I lacerti constavano di una “Veduta di città” e di un “Borgo fortificato” e quando il Panazza li vide ebbe l’immediata certezza di trovarsi di fronte all’opera tanto anelata di Gentile. Tale parere divenne poi unanime nel campo accademico e nel 1986 ne venne attestata l’attribuzione. Ma veniamo ora alla ricostruzione dell’intera vicenda. Alla fine del Trecento, Brescia, come molte altre città italiane, fu continuamente sconvolta da conflitti tra guelfi e ghibellini e nel 1403 i ghibellini, che stavano per perdere la città, chiesero l’aiuto dei Visconti che inviarono un loro capitano: Pandolfo Malatesta. Il condottiero, sconfitti i guelfi ottenne la signoria di Brescia quale pagamento per i servigi resi al ducato di Milano. Il nuovo signore rimase al potere per 17 anni ed impostò il proprio imperio sul modello visconteo portando la pace e con essa la grande fioritura del commercio, dell’industria delle lettere e delle arti. Il Malatesta s’insediò nel Broletto dove fece eseguire diversi lavori tra i quali la costruzione di una cappella palatina, la cui decorazione venne affidata a Gentile da Fabriano. Documenti conservati nell’archivio di Stato, a Fano, riportano nota dei pagamenti elargiti da Pandolfo al marchigiano, il quale provvedeva di persona anche all’acquisto dei materiali che vengono, spesso, di seguito, elencati. Grazie a questi documenti si evince che l’artista lavorò a Brescia tra il 1414 ed il 1419 utilizzando grandi quantità di ori, lapislazzuli e argenti.

Nelle immagini: lacerti della decorazione pittorica compiuta da Gentile da Fabriano negli spazi un tempo occupati dalla cappella gentilizia di Pandolfo Malatesta, che dominò la città, in accordo con i Visconti

Nelle immagini: lacerti della decorazione pittorica compiuta da Gentile da Fabriano negli spazi un tempo occupati dalla cappella gentilizia di Pandolfo Malatesta, che dominò la città, in accordo con i Visconti

L’oratorio era insieme il luogo della legittimazione e l’espressione simbolica del dominio del signore; una cappella palatina, un ambiente raccolto e preziosissimo. Conosciamo la planimetria dell’edificio grazie a dei rilievi fatti eseguire dal podestà Giovanni da Lezze nel 1609/1610 e dalle osservazioni eseguite dei restauri. Il fabbricato, situato a ridosso dell’abside della chiesa di Sant’Agostino, doveva avere pianta rettangolare divisa in tre navate, coperte con volte a crociera. La navata centrale – alla cui sommità s’innalzava una lanterna – sovrastava in altezza le altre due, oltre che gli edifici circostanti. Lungo il perimetro esterno del tetto correva un fregio ad archetti in cotto tipico dell’ambiente lombardo. Probabilmente la chiesa era dedicata a San Giorgio – il santo cavaliere – poiché la figura di questo eroico personaggio della Cristianità, difensore cavalleresco della fede, in grado di governare e punire, ben si adattava all’immagine del signore medievale. E del resto a questo santo erano intitolate numerose chiese castellane o palatine. Per quanto concerne il programma figurativo di Gentile, interessante si rivela la ricerca condotta da Laura Paola Gnaccolini che, esaminando altre cappelle palatine dell’epoca, ipotizza che l’edificio non fosse dedicato in via esclusiva a San Giorgio ma anche alla Madonna e al Cristo; ciò permette di affermare, nell’ambito della ricostruzione virtuale del ciclo figurativo, una presenza non esclusiva del santo-cavaliere, ma il suo inserimento entro una cornice di condivisione degli spazi con il Messia e la sua santa madre. Partendo da questi presupposti, tenendo conto dei vincoli architettonici e dei lacerti affiorati con il restauro e di analogie con altre opere dell’artista, Gnaccolini ha così ricostruito gli episodi che apparivano nelle lunette ad arco acuto ribassato, incorniciate da ghiere in cotto, entro cui si sviluppava il programma figurativo. Nella parete ovest, in corrispondenza della campata sud, il ritrovamento dell’affresco raffigurante il “Borgo fortificato” potrebbe essere parte di una rappresentazione della città di Gerusalemme nel contesto più ampio di una scena della fuga in Egitto. Se ciò fosse vero, il ciclo mariano poteva iniziare nella parte inferiore del registro pittorico con una Natività o adorazione di Cristo, proseguire con una presentazione al tempio, che ben si adatterebbe con la “Veduta di città” ritrovata nella della campata nord dello stesso muro. Per quanto riguarda la parte centrale questa presentava, in alto, un’apertura, a cornice della quale sono stati ritrovati lacerti d’affresco con figure sovrastate da un cartiglio, riconducibili a figure di profeti; nella parte inferiore di detto spazio poteva trovarsi probabilmente una pala d’altare con una “Madonna con Bambino in trono e Santi” o un’“Incoronazione della Vergine”.


La parete nord, nello spazio lasciato libero dall’elegante bifora che illuminava la stanza, poteva contenere vicende della vita pubblica di Gesù come, ad esempio, “Le nozze di Cana” oppure una veduta che introducesse quelle successive della Passione di Cristo, situate nella parete est, come “Ingresso in Gerusalemme” . Il ciclo pittorico si poteva concludere, infine, con le scene della Resurrezione di Cristo poste nella parete sud. Ma quali furono le circostanze che portarono alla rovina questo capolavoro? Diverse supposizioni sono state avanzate quale risposta al quesito, tra cui quella che imputerebbe la distruzione a coloro che dominarono in seguito la città. Tale congettura però sembra poco credibile poiché Venezia aveva grande stima di Gentile da Fabriano – e il già citato Marin Sanuto fornisce testimonianza di un giudizio condiviso -; inoltre la Serenissima aveva affidato all’artista, poco prima dei lavori bresciani, una commissione di grande prestigio quale la decorazione della sala del Maggior consiglio, opera perduta. Due fatti rimangono da considerare e spingono verso un ipotesi più credibile: da documenti d’archivio si evince che gli affreschi erano ancora presenti nel 1505. Nel 1675, il Paglia nomina gli affreschi, attribuendoli a Calisto da Lodi. Data la conoscenza dell’arte da parte del Paglia pare molto difficile che possa aver scambiato le pitture di Gentile con quelle di Calisto. Il lasso di tempo su cui indagare si restringe ulteriormente se si tiene conto che il lodigiano lavorò a Brescia nel 1521. Pertanto cosa accadde tra il 1505 ed il 1521? Precisamente nel 1512, un grande saccheggio, ad opera delle truppe francesi di Gastone de Foix, deturpò Brescia e certamente non risparmiò il Broletto con la sua splendida e ricchissima cappella. Si pensa che, in seguito a questo traumatico evento, la decorazione pittorica di Gentile da Fabriano sia stata danneggiata e che ciò abbia suggerito, dopo il ritorno dei veneti, la sostituzione di una decorazione gotica – forse ritenuta a quei tempi ormai obsoleta – attraverso il rinnovamento disposto da Calisto da Lodi.

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