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Germaine Richier, la figura umana divorata dal mondo


Germaine Richier nata nel 1902 a Grans (Bouches-du-Rhone), si trasferisce a Parigi nel 1926 dopo aver frequentato l’Accademia di Belle arti di Montpellier, lavorando nell’atelier di Guigues, uno degli assistenti di Auguste Rodin. Nella capitale inizia a frequentare lo studio di Bourdelle, apprendendo la difficile tecnica della scultura dei busti (in mostra se ne potranno ammirare alcuni, tra i quali il Busto di Cristo (1931), il Busto n. 12 (1933-34) e La Régodias (1938), plastici e ancora carichi di realismo). Nel 1934, la Galleria di Max Kaganovitch le dedica la prima personale e due anni dopo riceve il prestigioso Premio Blumenthal per la scultura. Nel 1937 è invitata all’Esposizione Universale di Parigi; nel 1939 alcune sue opere sono presentate all’Esposizione Internazionale di New York. Pur non abbracciando alcun movimento artistico o politico, Germaine Richier partecipa al fermento culturale di quegli anni frequentando a Montparnasse Henri Favier, Marko, Campigli, Giacometti, Sabouraud e il suo fraterno amico Marino Marini. La guerra la porta a Zurigo, dove prende con sé degli allievi e riallaccia i contatti con gli amici che avevano lasciato la Francia, come Arp, Le Courbusier e Wotruba.

Nel 1945 Richier torna a Parigi: il secondo conflitto mondiale le ha consegnato una sperimentazione di forme e ambienti che non tarderà a fare emergere la potenza espressiva delle sue sculture bloccate nel ricordo di movimenti svaporati ma indelebili. Dal 1945 al 1959, anno della sua scomparsa, Germaine Richier completa un intenso cammino muovendo da un’analisi espressionista delle figure, come ne L’Uomo foresta, grande (1945-46), L’Orco (1949), L’Uragana (1948-49), che testimoniano di un’avvenuta osmosi tra uomo e natura, ad una composizione più ascetica ma affascinata dalla rappresentazione della deformità (Il Diavolo, 1950, La Coppia, La Formica, 1953), metafora dell’impatto brutale tra le creature viventi e l’ambiente che le circonda. Giunge infine a una composizione surrealista che completa l’ibridizzazione di esseri umani e animali in cui la metamorfosi è parte integrale del linguaggio, come ne La Tauromachia e nell’Idra, entrambe del 1954. “Il ‘fantastico’ è semplicemente uno stato dialettico della coscienza che vede nell’ibrido la constatazione della realtà e delle sue contraddizioni” ebbe a dire Pierre Restany descrivendo queste stesse sculture. Germaine Richier era solita ripetere: “Amo la tensione, il secco, il nervoso”. I piccoli bronzi del 1946 Il Combattimento e La Lotta, ma anche Il Griffu (1952), declinano questa predilezione per “esseri” privati della “carne” metabolizzata dall’ambiente che tutto divora e nei confronti del quale è necessario disporre di uno schermo, la ragnatela di fili attorno alle sculture, in grado di definire uno spazio intermedio di protezione della figura umana. Le opere di Richier esprimono, oltre la sofferenza delle torture, l’angoscia della deformità, il senso imperativo della posizione nello spazio, il rigore elegante della postura, in altre parole il senso dell’umanità. “Tutte le mie sculture – ha lasciato scritto l’artista -, anche quelle che sembrano essere ispirate dalla fantasia, si basano su qualcosa di vero, su una verità organica… l’immaginazione necessita di un punto di partenza”. Ed è l’essere umano il punto di partenza e di arrivo della ricerca di Germaine Richier, che ha disegnato i drammi e i sogni della sua epoca combinando, in maniera rivoluzionaria, la violenza del linguaggio espressionista col mistero fantastico delle sculture “surrealiste” degli anni cinquanta. Per arrivare a questo risultato, ella usava pochissimi strumenti: “Bisogna sentire le proprie mani, le proprie passioni (…) perché la scultura è qualcosa di intimo e privato. E’ qualcosa che vive e che ha le proprie regole”.

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[PDF] Germaine Richier



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