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Gianluigi Brancaccio –

Gianluigi Brancaccio finalmente “si mostra”. Ha sempre dipinto, sin da molto giovane, ma non ha mai esposto prima d’ora. L’amico Luciano Caramel oggi racconta il suo singolare “rapporto-non rapporto” con Brancaccio che risale addirittura all’immediato dopoguerra, e lo fa da curatore nel catalogo della prima grande antologica dell’artista, tenutasi tra luglio e settembre al Castello della Lucertola di Apricale e successivamente a Palazzo Robellini di Acqui Terme (catalogo Mazzotta). Incontriamo il pittore, mentre presenta al largo pubblico i suoi quadri già molto amati e apprezzati per qualità stilistica e particolarità poetica da estimatori ed amici.

Lei dipinge da sempre. Per quale motivo non ha mai voluto esporre le sue opere? Inoltre da molti anni è legato da amicizia con Luciano Caramel. Come mai Brancaccio artista e Caramel critico si avvicinano solo oggi? Non esponevo perché non avevo ancora coscienza di cosa valesse il mio lavoro. Ho partecipato ad alcune collettive ma niente di più. Inoltre l’amicizia con Caramel risale agli anni della nostra infanzia a Como, ma abbiamo vissuto vite assai diverse e in luoghi assai lontani. Lui era a Milano e io in Australia, per esempio. D’altra parte ho trascorso periodi molto lunghi della mia vita all’estero. Per tramite di amici comuni, dopo mezzo secolo, ci troviamo oggi riuniti in questa avventura.

Come nasce allora l’idea di esporre? Circa cinque anni fa mi trovavo a Parigi, dove mi reco spesso, e un mio amico litografo e incisore, Gino Diomaiuto, che ha lavorato con grandi artisti del Novecento, vide il mio lavoro. La sua prima affermazione fu che avrei dovuto esporre e alla mia risposta di diniego, perché mai l’avevo fatto e mi pareva un’idea bizzarra, affermò che non avevo il coraggio di mettermi a nudo mostrando le mie opere. Devo ammettere che in quel momento mi scattò l’orgoglio e, per dimostrare che di coraggio ne avevo, nel giro di un anno ho presentato la mia prima mostra di arte grafica all’Atelier Lacourière Frélaut di Montmartre. Era il 2004 ed è stato l’inizio.

Ci racconti della sua pittura, a cui si dedica fin da ragazzo ma che costituisce una scelta di vita parallela alla sua attività professionale, del tutto estranea al mondo dell’arte. Due lati opposti o collegati? Pittura anche come sfogo liberatorio? L’arte è sempre stata uno sfogo e insieme un grande piacere. Non è che ci si domanda il perché si dipinge. Si dipinge perché non se ne può fare a meno. Certo sono due aspetti che sono cresciuti paralleli. Ho avuto una formazione molto importante negli anni dell’adolescenza. Ho avuto grandi professori, tra cui Caramel, il padre di Luciano, per la letteratura italiana, e a quei tempi già sapevo che ero in grado di fare bene più cose: infatti suonavo il pianoforte, dipingevo, scrivevo di filosofia, amavo la matematica. Dovevo scegliere una strada, e dopo un momento di crisi ho capito che bisogna seguire le proprie inclinazioni. Così ho fatto, tralasciando purtroppo la musica, che richiede applicazione continua e totalizzante. Ma ancora suono e compongo per diletto. Alla fine mi sono laureato in ingegneria chimica e sono imprenditore nel campo dell’energia, ma non ho mai tralasciato la pittura, che ho cercato di alimentare con approfondimenti continui e stimoli nuovi in ogni città in cui mi recavo per lavoro. Posso dire che la creatività è ciò che unisce i due aspetti. Nel settore del commercio energetico detto di “commodity”, cioè di materie prime, che sembra estraneo a qualsiasi creatività, essere creativi significa per esempio fare delle cose che le grandi compagnie non fanno. Si può essere artisti in qualsiasi campo.

Veniamo alla sua pittura, dove è evidente l’impianto formale e cromatico postcubista, ma non solo. Soluzioni “astratteggianti” o “surrealisteggianti”, afferma Caramel, eppure metafisiche e primitiviste, tipicamente novecentiste. D’altra parte, nella sua opera sembra di rileggere integralmente la pittura del Novecento in una sempre nuova e originale rielaborazione. Sì, si può dire che il Novecento l’ho attraversato completamente. A Parigi, certo, e anche in Olanda, dove ho conosciuto gli artisti del gruppo COBRA, Appel, Corneille e Lucebert. Ma la mia vena resta italiana, e si lega agli incontri personali con Carrà, Prampolini, Gentilini, Saetti, e soprattutto Marino Marini, che oltre ad essere un grande scultore è stato un pittore straordinario. D’altra parte la mostra di Apricale è nata all’insegna del Novecento poiché voluta da Danièle Noel, che ha sposato il figlio di un grande ristoratore e collezionista di Saint Paul de Vence, nel cui ristorante si trovano le opere di Picasso, Braque, Miró, Léger e molti altri, tutti avventori dell’epoca. Danièle vide la mia mostra di Parigi e ne rimase entusiasta, e ha voluto una rassegna ancora più estesa, di incisioni e dipinti, in questo paesino, dove spesso risiede e dove ha il suo laboratorio di incisioni.

I temi dei suoi quadri sono nature morte, paesaggi, ma soprattutto figure femminili che l’accompagnano da sempre; da Toilette, del 1960, alle figure degli anni Settanta, materiche nel colore e spesse nel segno, fino alle più vitali, dinamiche e ritmiche figure dell’ultimo decennio. Figure in Estasi (2004-2005), contorsioniste, odalische, danzatrici con posture disarticolate, erotiche eppure ironiche. Un inno al gioco della vita? Il mistero femminile mi ha sempre affascinato e ancora mi affascina perché in realtà è un mondo incomprensibile che non ho ancora capito bene, nonostante i miei settant’anni. Un mistero che ti rimette sempre in gioco.

Cosa ci dice dei suoi prossimi quadri? Ha già in mente qualcosa di nuovo? Non lo so; ogni giorno si crea con una nuova ispirazione. Per scoprire le mie nuove opere bisognerà aspettate la mia prossima mostra.


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 [PDF] La prima volta di Brancaccio

STILE ARTE 2006

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