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Giuseppe Abbati e Courbet, ma con l’equilibrio dei Macchiaioli


Giuseppe Abbati, “Animali (Carro e bovi nella Maremma toscana)”

Giuseppe Abbati, “Animali (Carro e bovi nella Maremma toscana)”

di Stefania Mattioli

Carro e bovi nella Maremma toscana”, di Giuseppe Abbati, fu uno dei dipinti-rivelazione della mostra “Da Courbet a Fattori. I Principi del Vero”, a Castiglioncello (Livorno). Una rivelazione non solo perché è uno dei pezzi che interpretano al meglio la sensibilità e la poetica dei Macchiaioli ma perché ha, sino ad oggi, celato un segreto; con ogni probabilità il risultato di un ripensamento dell’autore stesso. Come spiega Francesca Dini, curatore dell’inedito percorso espositivo “la recente indagine riflettografica ha svelato la suggestiva presenza di un contadino che, mediante una fune, traina con fatica i bovi e il carro, rappresentati nella desolazione della campagna sotto un cielo bellissimo”.

La scoperta – che trova conferma nella coeva recensione di Diego Martelli apparsa nel “Gazzettino delle Arti e del Disegno” – restituisce al dipinto l’impianto originale collocandolo nell’ambito della pittura a sfondo sociale così cara a Gustave Courbet. Eludere i principi accademici che imponevano criteri di forma e decoro nella scelta dei soggetti, indagare la realtà nei suoi aspetti più quotidiani e dimessi, cogliere le più intime aspirazioni della società contemporanea e tradurle in pittura sono infatti alcuni fra i principi ispiratori del cosiddetto “realismo” francese, che vide proprio in Courbet uno dei suoi più singolari interpreti e protagonisti. Courbet è un “rivoluzionario”. Non solo scardina le convenzioni estetiche dell’arte tardo-romantica, restituendo naturale dignità a tutto ciò che prima veniva ritenuto sconveniente, ma è politicamente e socialmente impegnato negli accadimenti del suo tempo: appoggia i disordini parigini del ‘48 che portano alla proclamazione della Seconda Repubblica, aderisce al governo proletario della Comune (1871) pagando questa scelta con il carcere. Frequenta gli ambienti intellettuali all’avanguardia di Parigi, è amico di Baudelaire e soprattutto di Pierre-Joseph Proudhon, il teorico del socialismo Ottocentesco e, indirettamente, l’ispiratore della poetica realista. Inneggiando ad un rapporto intimistico fra artista e paesaggio, sulla scorta dell’esperienza dei pittori di Barbizon, che vivevano a stretto contatto con la natura e nella natura, Proudhon afferma che “l’artista continua l’opera della natura (…). Egli è chiamato alla creazione del mondo sociale, continuazione del mondo naturale”. E per far questo deve essere in “comunione di idee con i suoi contemporanei”. Il metodo di apprendimento della nuova pittura non può quindi che essere affidato all’osservazione intesa come il momento della creazione più autentica. “Analizzare le figure, combinare tratti e rappresentarli”: questo è il compito del pittore.

Gustave Courbet, “Paysanne endormie”

Gustave Courbet, “Paysanne endormie”

Courbet, d’altro canto, è convinto che il quadro stesso sia “un pezzo di realtà”; il mezzo per prender coscienza di tutte le contraddizioni e lacerazioni della realtà stessa. Dipingere significa immedesimarsi in ciò che si sta vivendo, vivere una seconda volta; significa interpretare secondo il proprio pensiero i costumi e le idee della propria epoca. In che modo tutto questo può essere ricondotto alla ricerca dei Macchiaioli? In quale misura si può parlare di pittura “realista” in questo lembo dell’Italia dell’Ottocento, un Paese per certi aspetti così diverso dalla Francia di Courbet? Se l’influenza c’è stata, questa, prima che estetica, è senza dubbio ideologica. “Ideologica perché – precisa Francesca Dini – anche i pittori italiani, i Macchiaioli, sono addentro la questione sociale, l’utopia dell’uguaglianza e dell’indipendenza. Con la scuola di Barbizon e la pittura di Courbet (conosciute attraverso gli scritti di Proudhon e la collezione fiorentina d’arte francese del principe Demidoff) essi condividono i principi di verità, carattere e sentimento”. Una verità che è quella del proprio tempo; un carattere che significa saper rapportarsi con la propria esperienza, quella che fa parte del patrimonio genetico di ciascuno; un sentimento inteso quale capacità di afferrare la relazione che esiste fra anima e natura e tradurla in una vera corrispondenza. Anche i Macchiaioli, da Cabianca, Silvestro Lega a Telemaco Signorini e Fattori, aderiscono quindi alla realtà del loro tempo – un’adesione morale, sociale e politica – e lo fanno nella maniera che più gli è congeniale; ossia affidandosi alla rappresentazione di una verità tipizzata e particolare che rispecchia con sincerità il contesto di provincia dove vivono, facendosi così interpreti di una sorta di lirismo che esalta la toscanità intesa quale “connubio fra arte e vita quotidiana, tra semplicità del vivere ed essenzialità dei mezzi pittorici”. Non a caso la tecnica della “macchia” da loro impiegata nasce dal desiderio di semplificare “per bisogno di chiarezza” la visione tradizionale, di eliminare eventuali impianti scenografici per raggiungere un’essenzialità spaziale costruita sull’immediatezza della giustapposizione fra luce e ombra.

Giovanni Fattori, “La scolarina”

Giovanni Fattori, “La scolarina”

Un’essenzialità che riconduce al rigore della pittura toscana del ‘400 quale scelta dall’inequivocabile valore storico e culturale. Senza entrare nel merito – come sarebbe necessario per un discorso più approfondito – delle singole personalità che caratterizzano il movimento dei Macchiaioli dal 1860 in poi, la rivalutazione della loro opera è in generale doverosa. Troppo a lungo sono stati considerati un fenomeno minore rispetto all’arte europea dell’800. La loro ricerca è servita a “celebrare l’esperienza del quotidiano” mediante una purezza interpretativa rara e preziosa, resa attraverso una tecnica rapida ed emozionale fatta di annotazioni realistiche e pregnanti. Uomo e natura divengono un unico elemento, non vi è prevaricazione da parte dell’uno sull’altro bensì acquisiscono qui il medesimo valore, all’interno di un’atmosfera intrisa di spontaneità e introspezione. Basta pensare a “La sala delle agitate” di Signorini, a “In vedetta” di Fattori, a “Sotto il pergolato” di Lega, per comprendere che tutti gli accadimenti divengono soggetti rappresentabili. Che i temi affrontati, lungi dall’acquisire toni celebrativi, non sono altro che l’espressione di una normalità che si compie ogni giorno sotto i nostri occhi e solo per questo meritevole di essere raffigurata.


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