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Giuseppe Piscopo – Lo scultore leccese dalla scienza all’espressione estetica

L'acrobata (carta e ferro, 1990)

 

di Laura Corchia

Pittore, docente, studioso di scienze naturali, speleologo e antiquario. Ma anche rigattiere, instancabile raccoglitore di scarti che, grazie al suo estro inesauribile,hanno preso vita e forma.
Conosciamo lo scultore Giuseppe Piscopo dalle parole del suo ex allievo Giuseppe Metti: “… lezioni di botanica, zoologia, formule di chimica, anatomia, piccola e grande circolazione, e poi disegni dimostrativi alla lavagna, gessetto sempre tra le dita… non era solo il professore di scienze. Quella sicurezza del segno poi… In tutto ciò che diceva, un immenso amore per la natura, per le sue meraviglie, per la bellezza. Diventava all’improvviso un asceta. Ecco affiorare la sua anima segreta, di artista. Il suo tallone d’Achille l’avevamo scoperto, finalmente. Sarebbe stato irriverente inventare un qualcosa per impedirgli di interrogare: avevamo tutti un sacro rispetto per lui, per la sua cultura, per il suo modo di essere uomo e professore. Non potevamo tradirlo. E il discorso, quasi per prodigio, scivolava sull’arte ed egli parlava e parlava. Il suo volto s’accendeva di una luce inconsueta. Un religioso silenzio fatto di ammirazione e rispetto” .
Giuseppe Piscopo nasce a Galatina (Lecce) nel lontano 1915. Dopo gli studi classici, consegue la laurea in Scienze Naturali a Napoli nel 1940. Accanto alla sua attività di docente, Piscopo coltiva lattività di artista. Dalla pietra all’argilla, dal cemento al gesso, dal legno alla carta, fino al ferro, egli trasferisce il suo animo da scienziato alla scultura, sperimentando e assemblando
Alfredo Ligori, in occasione di un catalogo pubblicato nel 1996, lo presenta con queste parole: “Pittore di preminente vocazione naturalista e di fine sensibilità cromatica, è nella scultura che riesce ad esprimere appieno la sua straordinaria capacità di introduzione psicologica, volta alla ricerca del più intimo segreto che si possa nascondere tra le pieghe dell’animo umano. E il frutto di questo suo indagare, scavare, mettere a nudo l’essenza più vera e profonda dell’uomo si concretizza in forme plastiche di una essenzialità e di una incisività sorprendenti. Visi spenti dalla disperazione o illuminati dall’amore, corpi esacerbati dalla sofferenza o addolciti dalla sensualità; e dietro ogni figura, dietro ogni personaggio si percepisce netta tutta la spiritualità dell’artista che con occhio ora sornione ed ironico, ora appassionato e pietoso, ora complice e intrigante, testimonia e partecipa in una altalena di sensazioni, di stati d’animo, di atteggiamenti dosati con sapiente equilibrio” .
Le prime opere possono datarsi tra il 1952 e il 1967. Si tratta di busti e teste sbozzati utilizzando il carparo, una pietra locale. Se alcuni volti sono curati e resi nei dettagli più intimi, altri mantengono un arcaismo quasi astrattizzante.

Ricordando mio padre (pietra, 1968) (1)

A partire dagli anni Sessanta, la produzione di Piscopo si allarga e materia privilegiata diviene la terracotta, soprattutto animata da policromie vive e brillanti. Tema principale è la donna, raccontata in tutto il suo universo: la donna-madre, la donna sensuale, la donna intesa come origine del mondo. Le sue figure, tutte alte circa 30-40 cm, sembrano trasmettere un’idea di famiglia tradizionale, un attaccamento ai valori. In “Madre e figlia”, in terracotta colorata, il gruppo scultoreo sembra assorto in un colloquio intimo e sentimentale. L’inclinazione del busto della bambina, quasi in equilibrio precario, bilancia quello della madre. Il colore naturale della creta è appena ravvivato da tratti orizzontali che, con la loro cromia argentea, ravvivano anche le capigliature.
La famiglia (1958) (1)

Ne “La famiglia” (1958, qui sopra), terracotta patinata con smalto a piombo giallo miele, i corpi si compenetrano e s’innestano uno dentro l’altro. Un’architettura fatta di volumi che sembrano quasi volersi proteggere. Innegabile è il riferimento all’omonima opera di Egon Schiele (1890-1918). Le figure femminili hanno tutte una fisicità esuberante e voluttuosa, memori delle famose “Veneri di Parabita”, due sculture paleolitiche scoperte dallo stesso Piscopo durante le sue attività di speleologo. Le donne che prendono vita e forma dalle mani dello scultore rappresentano un inno alla fecondità, alla vita che si riproduce, all’incessante lavoro di Madre Natura.

Serenata alla luna (Terracotta dipinta, 1962)
In “Serenata alla luna” (1962), poetico e malinconico, quasi struggente, è il canto che un suonatore di chitarra rivolge all’astro che domina la vita degli uomini. Con lo sguardo rivolto al cielo, il personaggio dall’abito bicromo, affida alla luna tutte le sue speranze e i suoi sogni. Se si volesse stabilire un parallelismo letterario, il pensiero correrebbe al “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Giacomo Leopardi.
Tra il 1969 e il 1980, Giuseppe Piscopo affronta l’esperienza costruttivista.

Il Don Chisciotte (Avanzi di telai di ulivo, 1972) (2)

Il suo studio si popola di sculture in legno longilinee e filiformi. Gli assemblage di materiali più disparati danno forma a personaggi ora intenti a pedalare, ne “In ciclista” (1969), ora armati e pronti all’assalto, ora presi a prestito dalla letteratura picaresca, come ne il “Don Chisciotte” (1972), statua costruita con avanzi di ulivo, una rastrelliera e un copricapo che funge da elmetto. In queste opere, l’artista riflette sul “tempo pittore” e sulle variazioni cromatiche che il legno acquista con il passare delle stagioni. Pochi tocchi di colore contribuiscono a rendere i volumi e a conferire un tocco di plasticità. Una identica ideazione è rintracciabile nell’opera di Picasso. I suoi “Bagnanti” (1956) sono stati realizzati adoperando scarti di legno, manici di scopa, zampe di letto e altri materiali ma, conosciuti dopo la morte del maestro, non possono aver fatto da modello per Piscopo, che li vide a Venezia solo nel 1982.

L'equilibrista (carta e ferro, 1989)

Madre e figlia (terracotta colorata) (1)

L’ultimo Piscopo torna alla figurazione, ma lo fa attraverso una sperimentazione che lo porta a concepire la forma «per via di porre». Su un’anima in ferro, lo scultore modella strati di carta di giornale e di colla, plasmandoli fino a domarne la materia. Prendono così vita madri che stringono i loro bambini, danzatrici che si librano nell’aria, acrobati intenti a eseguire i propri esercizi. Ne “L’equlibrista”, il corpo della figura si flette come un giunco, disegnando nell’aria un semicerchio e trasmettendo un’idea di leggerezza. La posa, più esasperata, riprende quella di un’opera dello scultore capuano Pietro Guida. Non sappiamo se i due artisti si siano mai incontrati o se abbiano avuto presenti l’uno le opere dell’altro. Quel che è certo è che si coglie un’affinità che va oltre il mero dato espressivo. Entrambi hanno dato vita alla materia e hanno saputo farsi interpreti della vasta gamma dei sentimenti dell’animo umano.

Vale la pena concludere citando un testo autobiografico di Giuseppe Piscopo, scritto nel 1996:
“Queste brevi note non vogliono assolutamente proporre un’autocelebrazione. Neppure desidero avventurarmi in dotte dissertazioni o personali riflessioni sul significato e sul valore dell’arte, non essendo né un critico né un letterato, ma soltanto uno “sperimentatore” che passo dopo passo, tentativo dopo tentativo, è pervenuto ad una personale e, credo, originale concezione del “fare” artistico. Il mio scopo è soprattutto quello di far conoscere all’osservatore più attento quali sono gli stati d’animo, i sentimenti, le emozioni che tento di trasfondere nelle mie “creature” e quali i messaggi che affido loro. Perché ogni mia opera nasce da un prorompente, insopprimibile bisogno interiore di dare forma a un’idea, ad una sensazione. Tant’è che non sempre le mie mani si muovono obbedendo ad un ben definito ed organizzato piano di lavoro; spesso le sento agire come appartenessero ad un’altra entità, ad un altro “io” che vive ed opera all’interno di me stesso, in sintonia con le forme possibili riposte nella materia. Spesso anzi è l’ispirazione del momento a suggerirmi il soggetto da rappresentare, e ad imporre la materia da adoperare, che può essere il tufo, il cemento, la carta, la tela, il legno e le più disparate cianfrusaglie da rigattiere. Fra tutte però, l’argilla resta per me la materia preferita. Forse perché nel mio inconscio evoca ancestrali suggestioni legate all’evento della creazione, o perché tale materiale si piega docilmente alle mie estrose fantasie, o perché nel lavorarlo provo una sensazione di voluttuosa sensualità, o chissà per quali altre ragioni”.

L'acrobata (carta e ferro, 1990)

“Tuttavia, secondo me, per dar vita ad un’opera d’arte non basta avere un’idea e padroneggiare la tecnica, che pure è essenziale; ci vuole dell’altro. Ci vuole l’anima, e per anima intendo la naturale disposizione a percepire e interpretare il mondo esterno attraverso il filtro della propria cultura, della propria sensibilità, del proprio vissuto. E non ho dubbi: in tutto quello che creo c’è un po’ della mia formazione umanistica, un po’ della mia vocazione naturalistica, un po’ delle mie esperienze speleologiche e archeologiche, molto delle vicende personali che hanno scandito e segnato la mia esistenza. Essendo la scultura il mezzo espressivo che prediligo, è ad essa che riservo le maggiori attenzioni, anche se la pittura mi dà un senso di serenità, acquieta, ed anzi distende quel furore creativo che invece mi assale quando mi accingo a modellare. Per me la scultura è tensione emotiva, ansia, inquietudine, mentre la pittura è rassicurante tranquillità, sereno abbandono, idilliaca simbiosi con il mondo della natura – paesaggi, fiori, nature morte e figure umane. A volte mi chiedo se esista una qualche corrente artistica alla quale io possa essere assimilato. E mi rispondo: a tutte e a nessuna. Io non ho seguito, né mai seguirò alcuna ideologia; amo l’arte per l’arte. Se proprio dovessi darmi un’etichetta, mi definirei un “figurativo barocco”. Figurativo perché è costante in me il riferimento alle forme della realtà esterna. Barocco perché anch’io mi riconosco in un certo qual modo in quel movimento, che vide fra Cinque e Seicento moltissimi artisti praticare vie nuove e dare libero sfogo all’estro e alla fantasia. Pertanto, se per barocco s’intende soggettivismo dell’espressione, ritorno alla natura come unica fonte d’ispirazione, introspezione psicologica alla scoperta dell’animo umano, ebbene sì, io mi sento barocco fin nel profondo di me stesso. E poi, come non sentirsi barocco in una terra in cui ogni pietra, dalle chiese ai palazzi, è una palpitante testimonianza di quell’arte? Il barocco è intorno a te e inevitabilmente finisce per entrarti nelle vene”.

Madre e figlia 1 (terracotta colorata)

2Quanto ai temi trattati, in special modo nella scultura, il motivo ricorrente è la figura umana; la donna in particolare, perché in lei si può cogliere il significato più profondo e autentico, l’essenza stessa della vita. La donna quindi; la donna biologica, la donna fattrice – i tratti anatomici volutamente esagerati di molte mie figure femminili evocano ed esaltano il concetto di fecondità. Tuttavia non è soltanto l’universo femminile ad occupare i miei pensieri; mi appassionano anche altri temi, come il dramma della guerra e il flagello della fame nel mondo, con tutte le conseguenze di crudeltà e di degradazione che umiliano la dignità dell’essere umano, fino alla sua totale negazione. In ogni caso, quali che siano i miei soggetti: donne, vecchi o bambini, il messaggio che cerco di comunicare è sempre un messaggio di speranza nell’intelligenza dell’uomo, nella sua capacità di riscattarsi dal male e di godere a pieno dei pochi momenti di felicità che la vita gli offre”.
I guardiani del faro (Terracotta colorata, 1959)

“Per me felicità è dare l’ultimo ritocco ad un dipinto o ad una scultura e sentirmi rasserenato, appagato. Purtroppo è solo un attimo perché, subito dopo, incominciano i dubbi, le incertezze, gli interrogativi. In questo intimo travaglio, in questo continuo bisogno di mettermi in discussione, c’è già il germe della prossima opera che, nelle intenzioni, dovrà essere la più riuscita di tutte. Ma so già che non sarà così perché penserò ad un’altra opera e ad un’altra ancora, in una continua , affannosa e purtroppo vana ricerca della perfezione”.

Ricordando mio padre (pietra, 1968) (1)

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