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Grazio Cossali, dopo il delitto si diede a una raffinata pittura


Stilebrescia intervista Luciano Anelli, che ha dedicato approfonditi studi alla figura di Grazio Cossali, il pittore bresciano contrassegnato da un’intensa solidità e monumentalità, associata all’esplorazione di un orizzonte dal quale emerge il punto di raccordo tra la dimensione del quotidiano e quella di una sensibilità religiosa di matrice controriformista.

La complessità della pittura di Grazio Cossali (1563-1629) non è riferibile alla sola cultura veneziana dominante a Brescia. Quali sono le componenti che danno vita ad uno stile tanto singolare? La formazione di Cossali è scissa in due periodi: nella tela più antica, l’Ultima Cena di Pudiano (1580?), le figure sono scorrette mentre è di altissimo livello l’impianto architettonico, la cui origine rimane un mistero: certo è che in tutti i suoi dipinti sono presenti architetture che risentono sia della pittura veneziana del Veronese, sia dei Campi di Cremona. In un secondo momento, nella Vergine con i santi Ambrogio e Rocco di Macesina di Bedizzole (1582), Grazio cambia completamente il modo di realizzare le figure, i volti assumono una maggiore elaborazione e dolcezza, derivate da Luca Mombello, esecutore testamentario di Moretto. Il salto qualitativo di Cossali – soprannominato pittore di san Carlo per le numerose effigi (di grande realismo) di Carlo Borromeo – avviene nel 1587, anno in cui, dopo aver commesso un delitto (come concorda la letteratura antica), si rifugia a Cremona, attraversando l’Oglio, linea di confine tra lo Stato milanese e quello veneto. Qui avviene il completamento della sua formazione: la conoscenza di Giulio e Antonio Campi (dai quali deriva l’uso degli sbattimenti di luce su visi e corpi) significa per Grazio entrare nel Manierismo padano di grande decorazione e prospettiva. Per inclinazione è portato alle ampie dimensioni: La caduta della manna, circa 11 metri di base, già nel refettorio dei domenicani a Cremona, oggi è nel Municipio della città per l’antica impossibilità, dovuta appunto alle misure, di trasferire l’opera a Parigi o a Brera dopo la soppressione dell’ordine. Altri esempi della sua nuova maniera sono un dipinto mai trovato, posto nel refettorio di San Giuseppe a Brescia (Museo Diocesano), e, sempre a Brescia, La vittoria delle truppe cattoliche contro gli eretici nella sede di Tolosa (1612), per la chiesa dei domenicani che, demolita nel 1873 per fare spazio ai bagni pubblici, si trovava in via Moretto. Soppresso l’ordine nel 1797/98, la tela rimase nella controfacciata della chiesa di Pontevico fino a 45 anni fa quando, danneggiata da un incendio, fu rimossa, tagliata e appesa in un palazzo in una località della nostra provincia.

Potrebbe ricostruire il contesto artistico della Brescia tra XVI e XVII secolo delineando il ruolo assunto da Cossali? A Brescia, in ritardo sull’arte nazionale, il Barocco esplode dopo il 1650. Quindi all’epoca di Cossali siamo in pieno Manierismo (1580-1630). In città vi sono diverse correnti; prevalente è quella veneziana: i pittori imitano i veneti innestandoli però sempre su Moretto. Tra di essi ricordiamo Marone, Gandino, Amigoni e Barucco, che si ispirano a Tiziano, Veronese e Palma il Giovane; artisti di stretta osservanza di quest’ultimo sono invece Rama e Giugno. Una corrente si rifà poi al filone romano: vi appartiene Pietro Maria Bagnatore. Milano influenzerà Brescia dalla seconda metà del Seicento, mentre fino al 1630 l’unico influsso evidente è quello di Procaccini, presente in città per le monache di Santa Giulia chiamato da Cossali, che aveva lavorato a Milano per la chiesa di Santa Maria della Rosa (Biblioteca Ambrosiana) e a Cantù. In questo contesto Grazio, che si colloca come morettesco e presenta elementi di venetismo, innesta la cultura dei Campi, già apprezzata nel nostro ambito urbano. A loro, infatti, nel settimo decennio del Cinquecento il collegio bresciano dei giureconsulti e giudici aveva affidato l’esecuzione, per il salone della Loggia, di otto tele (oggi a Palazzo Martinengo), che sono il nucleo della mostra dei Civici Musei curata da Bora. Il colpo di scena avviene nel 1590, quando i deputati del Comune indicono un concorso (il più importante della Brescia del Cinquecento) per quattro tele sulla vita della Vergine per il presbiterio di Santa Maria dei Miracoli (chiesa di grande raffinatezza bombardata nel 1945). Nel 1592 Bagnatore presenta la sua Annunciazione; poco dopo Tommaso Bona propone la Natività della Madonna al lume di notte; nel 1593 ecco Marone con l’Assunzione della Madonna in cielo e nel 1594 Cossali con la Presentazione di Maria al tempio. Vince Bona per la novità dell’iconografia, secondo Marone, “per la bella varietà delle teste” – come appare nel documento notarile -, terzo Cossali e solo quarto Bagnatore (per me il migliore nell’occasione), che fu certo penalizzato dalla difficoltà di comprensione, in contesto veneziano, degli influssi della scuola romana ed emiliana. Cossali, con la sua pittura dottrinaria e didascalica, è l’incarnazione delle esigenze della Chiesa riformata post-tridentina, che voleva un’arte atta a provocare reazioni emotive, quasi fisiche, nei fedeli: il popolo, che aveva difficoltà a capire un linguaggio raffinato come quello di Bagnatore, era attratto dai colori accesi, dai rossi, dai verdi e dai viola che colano dalle vesti dei santi di Grazio. I domenicani, al cui ordine apparteneva il fratello Aurelio, sono un filo conduttore nell’esperienza del pittore: una delle opere più importanti è il Trionfo dello stendardo cattolico alla battaglia di Lepanto, con i quindici misteri del rosario (1571) per la chiesa di San Pio V a Bosco Marengo.


Quali sono le tecniche e i temi caratteristici di Grazio? Cossali è un artista che lavora solo a olio su grandi tele con una preparazione a terra bruna; la sua è una pittura aggressiva, usa con larghezza i pigmenti e armonizza i colori con velature a medium oleoso o ad acqua. Si tratta di un particolare tecnico importante, che può comportare un’alterazione dei colori al momento del restauro; una tecnica sostanzialmente bresciana, ma raffinata sui modi di Giulio e Antonio Campi. Anche se in antiche collezioni private sono citati quadri di fiori (che io non ho mai trovato) e nella letteratura antica vengono menzionati ritratti di laici, Grazio è soprattutto pittore di tele sacre: gli stessi ritratti di san Carlo Borromeo sono da considerarsi nella sfera di opere sacre per la committenza sacerdotale. La sua abilità di ritrattista è rilevabile in pale come la tela di Bosco Marengo in cui, oltre all’autoritratto, sono effigiati Filippo II, Pio V, il cardinale Benelli e il doge di Venezia Mocenigo (o Marco Antonio Colonna?). Le due tele più famose sono I santi Faustino e Giovita alla difesa di Brescia (1603) e l’Apparizione della croce a Costantino (1606), poste l’una di fronte all’altra in Duomo Vecchio.

Nonostante non ci siano quasi chiese parrocchiali in provincia che non abbiano un Cossali, gli studi su questo artista hanno avuto un’evoluzione solo recentemente. Può dirci a che cosa sono pervenute le nuove ricerche? Fin dalla grande mostra di Panazza e Boselli del 1945 Cossali è considerato il “truculento” congeniale alle esigenze della Chiesa del suo tempo. Negli studi più recenti, oltre ad essere apprezzato dal punto di vista stilistico e ideologico, vengono individuate le componenti (bresciana, veneta, cremonese, milanese) che concorrono a configurare un linguaggio così ricco. La piena rivalutazione avviene nel 1977 con la mostra che ho curato a Orzinuovi, ripetuta successivamente a Brescia nella chiesa di Santa Maria del Carmine.

Cossali è un artista facilmente riconoscibile per il suo stile singolare; non esistono falsi ma false attribuzioni. Sue opere sono state vendute negli ultimi trent’anni ad un prezzo che oscilla dai 30mila agli 80mila euro (ricordiamo ovviamente che sono tele grandi e impegnative).

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[PDF] Grazio Cossali, dopo il delitto si diede a una raffinata pittura



STILE ARTE 2007

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