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I quadri mutilati di guerra a Bergamo


Correva l’anno 1527: la città di Bergamo era stata occupata dai francesi.
Onde evitare spoliazioni e devastazioni, per preservare il patrimonio artistico, molte opere pittoriche di indubbio valore erano state poste al sicuro, almeno così si pensava, nei luoghi sacri. Ciò nonostante, un milite dell’armata francese riuscì ad intrufolarsi nella chiesa di San Michele, ove era custodito uno dei capolavori assoluti di Lorenzo Lotto, il Matrimonio mistico di santa Caterina e il donatore Nicolò Bonghi. Immaginiamo che il soldato – forse un ufficiale sensibile alla bellezza dei dipinti -, comprensibilmente rapito dalla magnificenza dell’opera, si fosse abbandonato ad una contemplazione estatica dei larghi e riposanti piani cromatici, dell’incantevole fioritura delle forme, della sensuale ricchezza del colore.

Più che dalla verità psicologica dell’evento, che traspare dal vivido naturalismo dei volti, il militare era certo rimasto affascinato dalla veduta del monte Sinai rappresentata sullo sfondo, la cui luminosità strideva con la crepuscolare ombrosità della stanza in primo piano, in cui si svolge la scena.

Vittore Carpaccio, Due dame

Vittore Carpaccio, Due dame

 

 

L’uomo decise di ricorrere così al coltello. Ne infisse la punta nella tela e tirò a sé la lama. Asportò la parte superiore del dipinto con un taglio netto. Il quadro restò così mutilo, al punto che, per poter esporlo nuovamente, si fu costretti ad un ampio rattoppo rettangolare, come bene appare nella fotografia che pubblichiamo.

La storia dell’arte presenta altri esempi di quadri mutili. Questa sorte è toccata ad una tavola del Carpaccio, smembrata in due parti che hanno dato vita ad altrettante opere distinte, le Due dame e la Caccia in valle. La compatibilità dei supporti, dei legni e della tecnica dei due pezzi è stata confermata da recenti restauri; rimangono tuttavia ignoti il contesto culturale, la funzione nonché l’identità dei committenti, mentre pare acclarato il significato del dipinto originario.

Vittore Carpaccio, Caccia in valle, 1493-95

Vittore Carpaccio, Caccia in valle, 1493-95

Nell’ambito degli interrogativi aperti, ci si chiede se si tratti di un dittico, oppure se esso fosse posto come decorazione di una finestra o della porta di uno studio; se sia una scena di genere piuttosto che un doppio ritratto.

 

L’interpretazione odierna, condivisa dalla maggior parte degli studiosi, si basa su una scrupolosa analisi degli elementi allegorici raffigurati nella terrazza delle Due dame: il giglio, il cui stelo appare nel vaso in alto a sinistra, allude alla purezza virginale ed è presente anche nella Caccia in valle (in primo piano a sinistra); il mirto è notoriamente pianta coniugalis, mentre l’arancia è attributo di Venere e, al tempo stesso, di Maria.

Lorenzo Lotto, Matrimonio mistico di santa Caterina e il donatore Nicolò Bonghi, 1523. Nella parte superiore, il rettangolo tagliato  da un soldato francese nel 1527

Lorenzo Lotto, Matrimonio mistico di santa Caterina e il donatore Nicolò Bonghi, 1523.
Nella parte superiore, il rettangolo tagliato
da un soldato francese nel 1527

Veniamo agli animali: come il giglio, pure le due colombe, accovacciate vicino al vaso, sono simbolo dell’illibatezza; i cani sono allegoria della fedeltà, il pavone indica la concordia matrimoniale, e il pappagallo, capace tanto di salutare la Vergine con il suo ave (lo stesso saluto che le rivolge l’angelo Gabriele nel momento dell’Annunciazione), quanto di accompagnare scene amorose, segnala la doppia natura dell’universo femminile.


Tutto ciò ci induce a pensare che Carpaccio abbia voluto rappresentare due gentildonne innocenti in attesa dei promessi sposi, impegnati nella caccia in laguna. Certo sarebbe interessante sapere chi, quando (si suppone nel Settecento) e per quale assurda ragione, abbia avuto l’ardire di compiere un simile scempio.

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