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Riccardo Perucolo, l’artista al rogo

di Lionello Puppi

Il 20 marzo 1568 Valerio Fenzi, inquisitore del Sant’Uffizio in Venezia, comunicava al Segretario di Stato vaticano d’aver “ricevuto una lettera del clarissimo podestà di Conegliano”
– ch’era allora Girolamo Miani -, “et scrive d’haver fatto abbrusciare publicamente Ricardo pitor con molta satisfatione del populo et molta edificatione”. Alla stessa data ed allo stesso destinatario, il nunzio apostolico presso la Serenissima – il fanatico Giannantonio Facchinetti, cui toccherà d’occupare il soglio pontificio per sessantadue giorni col nome eccessivo di Innocenzo X – s’indirizzava per commentar soddisfatto come “quel Ricardo pittore relapso fu per esempio de gl’altri abbrugiato publicamente in Conigliano, et questa pena del fuoco s’è in questa occasione discussa di modo che non voglio già promettere di certo”.



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Come dire che, se pur gli stava bene che il braccio secolare avesse acceso a Conegliano, ed insomma in un anfratto urbano della Terraferma abbastanza recondito, il fuoco della punizione riservato all’eretico impenitente Riccardo Perucolo, la speranza non lo abbandonava che, presto o tardi, le supreme Autorità della veneta Repubblica, sin là riluttanti per il timore delle reazioni che ne sarebbero venute dagli ambasciatori dei paesi protestanti, potessero gettar i rei del peccato insopportabile di eresia tra le fiamme di roghi avvampanti e crepitanti sulle piazze marciane della Capitale, anziché, siccome usava, affondarne il corpo vivo e palpitante – braccia e gambe legate, ed una pesante pietra al collo – nelle acque torbide della laguna notturna e silenziosa.
Ma chi era “quel Ricardo pittore” messo a morte “publicamente” nel grande slargo dei mercati (più o meno ove sta oggi la stazione ferroviaria) di Conegliano, in un giorno imprecisato della vigilia di primavera dell’anno del Signore 1568?
I manoscritti consentono di recuperare alla memoria, cui doveva essere sottratto e cui veramente era stato sottratto dalla sentenza che metteva fine alla sua vita, maestro Riccardo Perucolo pittore: si tratta degli incartamenti relativi ai processi cui fu sottoposto nel 1549 e 1568, che inzeppano le buste 7 e 24 del fondo del Sant’Uffizio presso l’Archivio di Stato di Venezia; di atti rogati dal notaio Bernardino Vezzati tra 1543-1551, 1556-1562, 1562-1569 e 1568-1575, contenuti nelle buste 821 e 822 del notarile presso l’Archivio di Stato di Treviso; degli estimi, e desciptiones animarum dell’Archivio Municipale Vecchio di Conegliano; di lacerti di corrispondenza relativa alla Nunziatura di Venezia disseminati nel Cod. Barb. Lat. 3615 della Biblioteca Apostolica Vaticana e tra le carte della Segreteria di Stato dell’Archivio Segreto Vaticano.

Doveva esser stato battezzato Riccardo tra 1515 e 1520 al fonte della pieve della natia Zoppé – poche case di pietra e coperte di tegole col loro cortiletto cintato, pozzo tezza stalla, e casoni di paglia impastata col fango, gravitanti intorno alla piccola chiesa – presso la strada comune diretta da Conegliano a Ceneda e Serravalle (riunite oggi in Vittorio Veneto); era il terzo della prole (Santo ed Elisabetta, i fratelli) che Antonio Perucolo e la moglie Cecilia avevano messo al mondo ed allevato non proprio – a quanto pare – nelle ristrettezze, se godevano della proprietà della terza parte di una casa di muro e di un appezzamento di terra prativa ed arativa con vigneto. Antonio faceva il muratore (“murarius”) e, ove pur manca ogni indizio che possa autorizzarci a pensar che abbia mai attinto il ruolo di capomastro e messo su bottega, il lavoro non dovette mancargli mai, in una congiuntura di gran fervore edilizio.
Riccardo poté, così, goder del vantaggio di un’istruzione che gli consentì d’imparare a leggere e a scrivere. “Mi so lezer un pocho volgar e scrivo molto mal”, testimonierà all’inquisitore, ma sapeva bene che gli conveniva esser cautissimo al riguardo. In realtà, la redazione autografa della denuncia presentata al Fisco di Conegliano, non esibisce affatto un mezzo analfabeta e men che mai il possesso di una biblioteca di nove volumi (tra questi, il Nuovo Testamento, gli Atti degli Apostoli e le Epistole di San Paolo, tutti in volgare come un’edizione delle Metamorfosi ovidiane), scovata, e sequestrata, nel corso di una perquisizione: che, all’epoca, era patrimonio librario individuale di tutto rispetto.

Ma Antonio “murarius” dovette preoccuparsi soprattutto di dar un mestiere sicuro ai figli maschi, e, mentre a Santo riserva la sua stessa professione, decide d’avviare Riccardo all’arte pittorica. Ignoriamo presso quale bottega l’abbia posto per tempo ad apprenderla: Conegliano, all’epoca, era un viavai di maestri reputati – Pordenone, Sebastiano Florigerio, Francesco Beccaruzzi, Ludovico Fiumicelli, Francesco da Milano – che accorrevano da fuori per decorar facciate e sale di palazzi e dipinger pale di cappelle gentilizie, chiamati dalle ricche nobiltà e borghesia del posto, ma eran riluttanti a trattenersi e preferivano semmai prender stanza in Treviso.

“Che mistier è il tuo?”
“Son depentor”.
Poi per questo
“iovane picolo”
l’accusa tremenda
di luteranesimo

Tra i pittori locali, chiamati ad appagar le ben più modeste esigenze del mondo dell’artigianato e della piccola mercatura, il più dotato doveva essere – non tanto sulla fede di opere, che non ci son pervenute, ma sulla garanzia di Lorenzo Lotto che lo chiamerà a collaborare nel triennio 1542-1545 del suo drammatico ritorno a Treviso – un tal Alvise Bianchino o Bianchettini: e forse da lui fu messo a bottega Riccardo adolescente. Certo si è, tuttavia, che dovette maturare, non solo guardando alle cose che in Conegliano depositavano i maestri foresti, ma nel corso di un misterioso soggiorno a Venezia, certificato dal fatto che vi incontrerà la donna, Antonia, che prenderà in moglie e che, nella Capitale, son stipulati, in data purtroppo non accertabile, i patti dotali che gli porteranno un capitale di ben 100 ducati: e si capisce.

La donzella impalmata era figliola di Sebastiano Voltolina, “mensurator blandarum”, cioè controllore dei pesi, e loro custode, nel fondaco dei frumenti della Serenissima; abitava, per giunta, in parrocchia di San Canziano, a due passi dalla residenza e dallo studio di Tiziano e d’altri eminenti artisti. Nel 1539, Riccardo doveva ormai lavorare in proprio se in atto notarile vien identificato come “maistro (…) pictor”, e doveva guadagnar quanto bastava per prender a livello nell’ottobre del 1544 “unam domum de muro, solaratam et cupis cohopertam cum eius horto retro dictam domum” in Borgo Vecchio a Conegliano, dove si trasferirà con la moglie – che gli darà quattro figli: Angelo Giovanni, Gedeone, Dario e Persilia -, e passerà il resto della sua vita.

Il lavoro continuava a non mancargli, ed era di spettro largo. “La mia profession è di depenzer – dichiarerà al veneto podestà di Conegliano Alvise Tagliapietra nell’interrogatorio cui il magistrato l’aveva sottoposto -, ma fazo de ogni cosa come el marangon et muraro perché coglio a far delle fazade de case per poter viver”. In realtà, come pittore era assai apprezzato se i Sarcinelli lo chiameranno a realizzare la decorazione del salone del loro palazzo (e l’opera esiste) e se il podestà Benedetto Soranzo lo aveva incaricato di affrescare con due colossali figure di San Benedetto e San Leonardo un muro della loggia della sua residenza (e l’opera è perduta).
Della propria maestria, comunque, Riccardo era consapevole. Ad Alvise Tagliapietra, che gli aveva chiesto: “Che mistier è il tuo?”, risponde orgogliosamente: “Son depentor”, soggiungendo: “La vostra magnificentia mi dovería pur conoscer”; ma confessa le “fadighe che fazo continuamente i zorni da opera”, trovando riposo solo la domenica, e si riconosce uomo “di poco spirito”.
Corre il maggio del 1549, e il Perucolo è stato arrestato da poco in base all’accusa di luteranesimo che il procuratore fiscale della Diocesi, Giovanni Andrea Caronelli, aveva formulato, dopo aver raccolto alcune testimonianze in merito, e trasmesso al rettore serenissimo. Poche settimane appresso, tradotto in catene a Venezia, vien descritto dal cancelliere del tribunale del Sant’Uffizio, riunito nella chiesetta di San Teodoro per esaminarlo e giudicarlo, come “uno iovane scarmo picolo, con pocha barba, vestito con uno vardacuor pavonazo rosso et con la bareta e le foze”.

L’imputazione di luteranesimo è generica e riguarda, in realtà, il rifiuto del dogma trinitario e, più sostanziosamente, la ripulsa della mediazione ecclesiastica nell’interpretazione delle Scritture e il diritto ad accedere alla loro trasposizione in volgare senza spiegazioni precostituite; la giustificazione per fede e la negazione del libero arbitrio, del Purgatorio, del ruolo dei santi, della confessione e della comunione eucaristica. E’ evidente che un simile atteggiamento, nel momento in cui minava i cardini dottrinari su cui la Chiesa di Roma fondava il proprio potere spirituale e politico, non poteva che attrarre i ceti sociali che più lo pativano – i contadini, i piccoli artigiani -, non senza affascinare esponenti dell’aristocrazia e della ricca borghesia, ed il Veneto, anche per l’atteggiamento, ora staccato ora tollerante, della Repubblica, è terreno ove il dissenso religioso alligna e si diffonde: e tant’è rinviare agli studi capillari soprattutto di Aldo Stella.

L’invito al dialogo, che pur viene da figure moderate d’altissimo profilo dell’una e dell’altra parte, si spegne nel silenzio; la scelta della Curia romana privilegia il pugno di ferro e la repressione implacabile. Nel biennio 1546-1547, il nunzio apostolico monsignor Giovanni della Casa tratta abilmente con il governo della Serenissima il riassetto organizzativo in terra veneta della Santa Inquisizione, in coerenza con la sistemazione del Sant’Uffizio ordinata da Paolo III nell’Urbe: se non vi mancano reciproci compromessi, è un fatto che i processi si moltiplicano, come le dure condanne, immediatamente, e la Repubblica non lesina l’offerta del braccio secolare. Se opportunità politiche – l’abbiam visto – suggeriscono che nella Capitale la pena sia per acqua (“il mare renderà i suoi morti – afferma uno che dovette patirla – solo nel giorno del giudizio di Dio”), altrove sarà per fuoco, alla luce del sole e al cospetto delle folle.

Riccardo Perucolo era giunto poco alla volta all’elezione pericolosa del dissenso: l’avevano avvinto, dapprima la spregiudicata interpretazione dei testi sacri e delle Lettere di San Paolo che dai pulpiti offrivano i frati predicatori, e poi la confidenza con una singolare figura di sacerdote di Conegliano, Gottardo Montanaro, vicino all’atteggiamento del vescovo apostata di Capodistria, Pier Paolo Vergerio. Legge, di notte, in una stanza appartata della sua dimora, le Scritture, e vi coglie ben altro che ciò che l’interpretazione dei preti gli trasmetteva; ne resta preso, affascinato: nelle congreghe segrete presso il Montanaro s’infiamma da metter paura agli stessi confratelli.

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Impulsivo e iracondo,
irride i “santacci”
che sta affrescando
sulla loggia del Podestà.
E finisce davanti
al Sant’Uffizio

Di carattere impulsivo sin all’iracondia, si fa imprudente: dal palco su cui dipinge la loggia del Podestà rivolge a chi sta a guardarlo espressioni irriverenti dei santi – “santacci”- che il suo pennello pur sta suscitando dalla parete; e di peggio gli scappa in una baruffa d’osteria; altro.
Voci corrono – e c’era chi doveva fargli pagare dissapori privati -, ed al fiscale Caronelli, che per Conegliano aveva sguinzagliato spie e delatori, non sembra vero: il pur tollerante podestà Tagliapietra non può fare a meno di arrestarlo con il confidente più stretto, l’amico del cuore, Nicolò delle Monache, falegname, il 25 maggio 1549 e, a capo di un interrogatorio sommario (in cui non nasconde simpatia per Riccardo, che gli si era contrapposto con grande dignità), altro non gli resta che spedir entrambi a Venezia davanti al tribunale del Sant’Uffizio.
Intanto l’istruttoria va avanti; se si accumulano le prove di reità verso i due, si capisce bene che il vero obiettivo dell’inchiesta, chi veramente si vuole incastrare, è Gottardo Montanaro, il prete rinnegato, motore dell’apostolato blasfemo: che, quando scatterà l’ordine d’arresto, è già uccel di bosco. Intanto, nella cella umida e soffocante di Palazzo Ducale, Riccardo sfoga la sua rabbia e la sua angoscia graffiando parossisticamente le pareti; negli interrogatori è maldestro: ma, come al Delle Monache, gli va bene. Accetta di pronunciare e sottoscrivere l’atto solenne di pentimento e d’abiura, e la condanna, pronunciata l’11 luglio 1549 dal plenum del tribunale ecclesiastico, è dura ma incruenta. Riccardo e il suo compagno son liberi ma, tornati a Conegliano, dovran ripetere l’abiura al cospetto dei fedeli convocati alla “messa grande” nella chiesa di San Francesco, in veste gialla e con una corda al collo e, in tal abito, presentarsi ogni domenica, per diciotto mesi, davanti a quello stesso tempio. Però: attenzione. Se mai dovessero incorrere in futuro nello stesso peccato d’eresia, allora, ineluttabilmente, sarebbe stato il fuoco.
Ma poteva esser stata sincera quell’abiura? Non era bastata una riunione del tribunale – l’11 giugno 1549 – per domare il Perucolo, che aveva dovuto affrontare anche il sospetto d’esser dietro alla diffusione di crocifissi blasfemi a Conegliano; ed era stata, forse, necessaria la tortura per portarlo ad una resa dignitosa al termine di un’imprevista, seconda riunione il
25 giugno.
Ritornato a Conegliano, Riccardo recita con impassibile puntualità lo spettacolo della penitenza e la sua vita par dipanarsi nel più assoluto riserbo quando non si trattasse d’assolver commissioni, che non gli mancano, e di trafficar in compra-vendita di terre; s’assicura la piena proprietà dell’abitazione, ingrandita da una nuova porzione; i figli Dario e Persilia vengono al mondo in quegli anni. Non sappiamo cosa davvero nascondessero quel riserbo, quella normale attività; sappiamo, viceversa, che l’Inquisizione veneziana aveva raccomandato al vescovo di Ceneda, sotto la cui giurisdizione diocesana cadeva Conegliano, di tener d’occhio il Perucolo e che il presule aveva affidato la faccenda al suo vicario, Camillo Speziari.
Un fanatico – convinto, col nunzio Facchinetti e con la Segreteria di Stato vaticana, che la persistente, ed anzi accresciuta, vitalità dei movimenti ereticali poteva venir spezzata solo attraverso il monito esemplare del rogo -: che si dà da fare, e appunta gli occhi su quel pentito di tanti anni prima, su quel pittore troppo tranquillo per non suscitar sospetti. Il circolare, nell’estate del 1567, di “libretti pestiferi” di propaganda anticattolica, gli fornisce il pretesto, che l’inquisitore veneziano Faenzi condivide e il pio podestà di Conegliano accetta. Un’approvata ricaduta del Perucolo nell’errore avrebbe automaticamente comportato la sua consegna al braccio secolare, e le prove si possono costruire con delazioni pilotate e con la tortura: nel dicembre di quello stesso 1567, Riccardo, in quanto recidivo, viene arrestato e imprigionato ma è già, e senza appello, condannato a morte. Un rogo doveva essere acceso a Conegliano.

Non staremo a narrar le peripezie dei mesi a venire: gli interrogatori ora blandi ora brutali, i tormenti, una fuga rocambolesca dal carcere e la cattura tra i ghiacci e i dirupi del Cadore, la farsa di una confessione estorta, di un atto di contrizione inutile e di una sentenza già scritta prima dell’arresto, le lingue roventi e abbaglianti di fuoco salite a lambir la nuvolaglia bassa e livida della piazza dei mercati di Conegliano quel giorno triste di fine inverno dell’anno del Signore 1568: da cui abbiam preso avvio.
Il nome di Riccardo Perucolo ricorre quasi di sfuggita nelle storie dei movimenti ereticali in Italia, e – magari – si capisce: non ebbe compiti organizzativi importanti, né godette di prestigio carismatico mentre, sul piano del pensiero teologico, sembra incerto e oscillante tra il radicalismo anabattista e la moderazione vergeriana. Nelle storie dell’arte, invece, non appare affatto, e, a tal riguardo, la dannazione della memoria non si capisce. La fascia pittorica che orna la parte superiore del gran salone di Palazzo Sarcinelli a Conegliano, che documenti assegnano inequivocabilmente al Perucolo, rivela e attesta un estro e un talento che poco hanno da invidiare a quelli di un Fiumicelli o di un Beccaruzzi, delle cui movenze, peraltro, sembra risentito nel momento in cui sollecitano la domanda quante cose tradizionalmente assegnate a quei due maestri non spettino, viceversa, a Riccardo, invitando ad un’accorta verifica.

E se gli esiti confermeranno per certo il conformismo linguistico, iconografico e stilistico attestati dagli affreschi Sarcinelli, e assecondanti le disposizioni culturali d’una committenza in ogni senso ortodossa, l’ulteriore quesito se mai il Perucolo abbia dipinto la propria interiore visione del mondo, dell’uomo e dei suoi destini, e sia pur cripticamente e per una committenza segretamente solidale, potrà trovar risposta affermativa al cospetto dei graffiti d’esasperato, drammatico espressionismo lineare che Giandomenico Romanelli ha scoperto in una cella delle prigioni di Palazzo Ducale a Venezia: referenza preziosa per dar paternità sicura frattanto ad un affresco di Crocifisso nel sottoportico recondito di Casa Sbarra a Conegliano.

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