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Il caleidoscopico Assadour

 

Assadour copetina

di Michele De Luca

Il coerente impegno di Assadour (Beirut, 1943) è stato sempre a non irrigidirsi nelle strettoie di un formale accademismo; il progredire nella ricerca iniziata all’Accademia Pietro Vannucci di Perugia e all’École des Beaux-Art di Parigi – città dove il pittore vive dal 1964 -, frutto di una serie illimitata di studi, esperimenti, citazioni e rimandi, correzioni e aggiunte, lo ha condotto a trasformare i suoi lavori in una sorta di palcoscenico dove si svolge uno spettacolo nel quale ogni elemento concorre a creare, in un labirinto inestricabile, un vero piacere per gli occhi ed una forte emozione per l’anima. In una sintesi delle espressioni artistiche e delle indagini contemporanee, le opere di Assadour, proiettandosi fuori dai confini materiali, allargano all’infinito lo sguardo di chi vi si pone davanti e si lascia “rapire” in una calendoscopica fantasmagoria di segni e di luci, densa di una inattesa e misteriosa inquietudine. Questo autentico mago del colore, inventore e dispensatore al pubblico di “viaggi” affascinanti e ricchi di suggestioni, è stato ospitato anche in diverse Gallerie e Fondazioni tra cui quella dedicata a Pericle Fazzini ad Assisi e a Tito Balestra nel Castello Malatestiano di Longiano (Forlì-Cesena) che gli  hanno dedicato un’importante mostra, volendo con questa iniziativa congiunta rendere omaggio ad un artista che fu amico fraterno sia dello scultore marchigiano che del raffinato poeta romagnolo. Fabrizio D’amico, curatore del catalogo, ricordando l’apprezzamento di Libero De Libero, che nelle prodigiose acquetinte di Assadour suggestivamente intuiva e scopriva” visioni tra il pieno e il vuoto d’una solitudine”, tra l’altro scrive:” Fra le fonti infinite che servirebbe rammentare per lui, distese dal deserto, al Mediterraneo alla sua Parigi, dagli egizi ai romani agli arabi fino ai due “contuberni Klee e KandinsKij”, la tentazione è di buttare all’aria le carte, rimescolarle tutte e infine, in ottica critica, “alzare bandiera bianca”. O forse si può fare l’inverso: dire di quel che – mi pare – si sia lasciato indietro, Assadour –le- Météque, libano-afgano-francese, nel corso  degli anni, e in particolare in quest’ultimo decennio. Prima fra tutte – fra quanto Assadour si è messo alle spalle – sta certamente quella vocazione che è pur stata sua, e che molta esegesi su di lui ha confermato, a ordinare le sue visioni all’interno di una gabbia prospettica che scende da Leon Battista Alberti, da Piero della francesca, Da Luca Pacioli. Sull’adozione della quale, per certo, hanno inciso gli anni della formazione italiana”.

 

Riguardo ad Assadour è stata spesso evocata l’ombra feconda del Pictor Optimus; ma l’artista di oggi, nelle espressioni più mature di un’incontenibile ed insaziabile ricerca, appare “troppo carico, rigoglioso, felice” per essere avvicinato all’attesa piena d’ansia e alla melanconia metafisica dechirichiana. Può forse più appropriatamente parlarsi per lui di un’eredità dada-surrealista, che lo porta a sfiorare l’iperbole e l’azzardo inventivo, mentre sciorina, per la gioia di chi ami davanti ai suoi lavori, come diceva Pessoa, “perdersi a guardare”, tutto un repertorio di segni e bagliori cromatici che rimandano inevitabilmente a Kandinskij.

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