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Il Cielo in una stanza

Le divinità, le stelle e gli uomini. Il ciclo dei mesi di palazzo Schifanoia, a Ferrara, costituisce un gigantesco apparato astrologico-celebrativo, che venne dipinto tra il 1469 e il 1470, con rapidità, da un gruppo di artisti locali, reclutati affinché fosse degnamente celebrata con una grande impresa pittorica la nomina ducale di Borso d’Este, giunta dal pontefice. L’investitura papale era infatti programmata per il 1471. La sala dell’ampio edificio doveva essere pronta al più presto. Gli astrologi e gli eruditi di corte vennero pertanto chiamati a raccolta affinché fosse stesa la struttura sulla quale – forse con la consulenza esterna di Cosmé Tura, il principale pittore della città – gli artisti avrebbero dovuto lavorare, “portandola in scena” efficacemente.
I pittori, a quell’epoca, lavoravano molto spesso seguendo le indicazioni degli intellettuali, che stendevano i piani iconografici, in alcuni casi piuttosto complicati, come risulta quello di palazzo Schifanoia, il quale rivela l’intenzione di celebrare – e vedremo poi i meccanismi meno evidenti del dipinto – la perfetta sincronizzazione di Borso con il piano astrale e con le divinità dell’empireo classico. Benedetto dal Cielo, al quale prestava molta attenzione, scrupoloso amministratore di Ferrara – e pertanto garante della prosperità cittadina e dell’equità della giustizia -, Borso mostrava, in questo modo, di essere in grado di creare un perfetto accordo tra il piano della terra e quello del Cielo.
Qualcuno ipotizza che i disegni del ciclo siano stati realizzati da Tura, o comunque sottoposti alla sua attenzione; è certo il fatto che successivamente vennero trasposti su cartone e da qui trasferiti sulle pareti per la stesura pittorica finale da quella che fu definita, dal critico Roberto Longhi, “officina ferrarese”, un gruppo di artisti e di aiuti che si distinse per la capacità di costituire un reticolo espressivo prezioso, il quale, in alcuni casi, traeva origine persino dai disegni della gioielleria tardo-gotica, e che sotto il profilo iconografico era ricco di riferimenti all’astrologia e alla magia.
L’officina era piuttosto aggiornata stilisticamente; e, a quell’epoca, essere aggiornati significava trasferire nei dipinti la grande moda del recupero antiquario, con citazioni e rimandi all’architettura classica
– colonne, lesene, archi – e alle divinità del mondo pagano. Al tempo stesso, come dimostrano le opere nella Sala dei Mesi di palazzo Schifanoia, rimaneva nei dipinti il senso di fragrante magia tipica del gotico internazionale, quella favolosa ed elegante modalità narrativa originata da una stretta frequentazione dei codici cortesi.
La responsabilità della stesura dello schema decorativo complessivo e dei soggetti da rappresentare, nonché la sovrintendenza del cantiere andarono in particolare a un intellettuale che, a corte, godeva di grande fiducia, per erudizione e per conoscenza dei segreti astrali, il mantovano Pellegrino Prisciani, bibliotecario e astrologo ducale.
Il pianificatore del complesso oroscopo-dipinto partì, come dimostrò nel 1912 l’iconologo Aby Warburg, da testi che affondavano le radici nell’antichità. Warburg riuscì infatti ad indicare la perfetta sovrapponibilità del primo decano di Marzo – cfr il libro Arte e astrologia nel palazzo Schifanoja di Ferrara, dello studioso d’inizio Novecento, ripubblicato in questi mesi da Abscondita (92 pagine, 12 euro) – alla descrizione del cosiddetto Vir niger, offerta, nel nono secolo, dall’astrologo Abu Ma’sar. Una fonte astrologica che venne integrata dall’intellettuale di corte con la consultazione di altri testi, tra i quali le opere di Manilio e di Pietro d’Abano.
Ma qual è la struttura del gigantesco oroscopo ferrarese? Il lavoro si sviluppa come un’ampia fascia tripartita che scorre sulle pareti. La lettura del dipinto va affrontata verticalmente. Ogni riquadro, con quelli sottostanti, si riferisce a un mese. Ma vediamo di entrare meglio nelle tre fasce, rinviando il lettore all’ampia tabella illustrata che può trovare nelle pagine precedenti.
Nella parte superiore, gli artisti hanno dipinto le cosiddette scene dei Trionfi, attraverso le quali hanno raffigurato la principale inclinazione del mese (o forse sarebbe meglio dire del segno astrologico che presiede alla funzione del mese stesso). Prendiamo il caso del mese dell’Ariete (aprile con sconfinamento in maggio). Esso ricade sotto la sfera di Venere. Ogni cosa che avverrà in quel periodo sarà improntata all’amore. Ma quale amore? Le figure della fascia sottostante, relative ai decani – 36 divinità della tradizione egizia che avevano il compito di trasportare i pianeti e di inviare i demoni nel mondo -, facevano comprendere all’osservatore in grado di penetrare i segreti dell’astrologia che non tutte e tre le settimane ricadenti sotto la giurisdizione di Venere erano dotate delle stesse caratteristiche. I decani modulavano infatti l’inclinazione delle divinità presenti nella fascia sovrastante, fornendo nuove sfumature rispetto agli influssi celesti sul mondo.
La fascia inferiore è dedicata al piano del presente. In molte raffigurazioni appare il Duca Borso, mentre amministra la città o incontra ambasciatori, o, ancora, mentre parte per la caccia. Sullo sfondo troviamo la citazione iconografica di edifici antichi e, al tempo stesso, secondo la tradizione degli affreschi o dei libri dei mesi e delle ore, di matrice medievale e gotica, vediamo descritta l’attività del popolo nel corso del mese preso in esame. Gli affreschi, come dicevamo, avevano allora la funzione di dimostrare che dal potere di Borso traeva origine la prosperità del territorio e che ogni sua azione si presentava in perfetta armonia con le vibrazioni celesti.

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