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Il cuore di Dessi’

Fra eversione e disciplina, improvvisazione e rigore, ricerca e tradizione: il percorso esemplare, ricco di fremiti creativi, di un esponente di rilievo della “Nuova Scuola romana”

di Roberto Gramiccia

Quando inizio un lavoro francamente non ho idea di cosa andrò a fare, quello a cui aspiro è un’arte che contenga, che accolga, che non detti, che sia profondamente non autoritaria, né ancora meno celebrativa, in cui la lingua che si parla sia un veicolo permeabile, aperto il più possibile, non arroccato a uno statement e nel quale ci si possa persino raccontare”.
Sono parole di Gianni Dessì (romano, classe 1955), artista di spicco di quella che è stata definita la Nuova Scuola romana di San Lorenzo. Sembrano le idee di un giovane istintivo e libertario, percorso da fremiti creativi piuttosto che aduso ad elaborare progetti o razionalizzare sentimenti. Gianni Dessì, per chi lo conosce, è anche questo, sebbene – a considerarne l’aspetto – prevalgano le ragioni tipologiche di un tranquillo aplomb razionalistico. Insomma, di uno che si ispira più a Cartesio che a Nietzsche, più ad Apollo che a Dioniso. Ma, come si sa, le apparenze ingannano, e quindi è possibile affermare che anche nel petto di questo pittore – nonostante l’aria di (ironico) gentleman – batte un cuore sanlorenzino. Del resto, quello della sintesi fra istanze sentimentali e intenzionalità modernista è uno dei pochi tratti che fa del gruppo-non gruppo di San Lorenzo – la Nuova Scuola romana, appunto – una realtà a sé nel variegato panorama artistico contemporaneo.

E’ così che si capisce come la pittura di Dessì possa contenere pulsioni che sembrano contrapposte. Tendenzialmente astratta, essa non esclude, infatti, opzioni figurative. Pur aborrendo cedimenti decorativi e naturalismi illusionistici, non è estranea ad una investigazione interessata alla ricerca dell’equilibrio della forma. In questo senso, l’opera del Nostro si colloca entro il solco della la tradizione storica dell’Astrattismo geometrico e lirico, che da Mondrian, a Malevich, a Kandinskij, arriva fino alle grandi declinazioni aniconiche italiane: Magnelli, Licini, Turcato, Accardi, Scialoja (che fu suo maestro) e così via.
I colori preferiti da Gianni Dessì sono decisi: il giallo soprattutto, il giallo Dessì, ma anche l’azzurro, il rosso ed il celeste. Ellissi, spirali, soluzioni di continuo, estroflessioni ed introflessioni, occhi, rombi e grumi di colore, semisfere e ovali sono accidenti che percorrono come eventi naturali le tessiture della superficie pittorica di questo autore. Al centro del quadro, spesso, si ritrova un elemento germinale, si direbbe una morula, e cioè un agglomerato di cellule indifferenziate e totipotenti dalle quali tutto può nascere.
L’insieme degli elementi costitutivi del lavoro di Dessì – ulteriore tratto in comune con gli altri esponenti del gruppo di San Lorenzo – si nutre delle sollecitazioni liberate da un mondo di riferimenti simbolici che tende a dare della realtà una rappresentazione unitaria, metastorica e archetipica. La tensione è quella verso il superamento di una condizione di debolezza del pensiero e della creatività che sembra connotare il nostro tempo.

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In questo senso, l’utilizzo dei “trucchi” della tecnologia e delle tecniche mediatiche di amplificazione dell’attenzione del pubblico, diventate costitutive per molti degli artisti contemporanei, non interessa Gianni Dessì. Non a causa di una aprioristica pregiudiziale antimoderna o antitecnologica ma, piuttosto, per la consapevolezza del valore fondamentale della distinzione tra fine e mezzi. E allora, gli strumenti della tradizione appaiono ancora e più che mai attuali e all’altezza degli scopi. In altre parole, l’opera di Dessì dimostra con evidenza clamorosa che non c’è bisogno – per essere al passo con i tempi – di calcare le strade ingolfate della tecnolatria e del sensazionalismo mediatico. Dimostrano che si può fare ricerca seria senza ricorrere ad espedienti e a mezzucci alla moda.
Anche quando questo autore si dedica alla scultura, come accade da alcuni anni, la sua verve creativa si nutre di affioramenti dal profondo, collocandosi nel solco della migliore tradizione espressionistica. I grandi personaggi esposti alla Galleria dell’Oca, poi al Pan di Napoli e, nel 2006, al Macro e a Villa Medici proseguono, nelle tre dimensioni, un percorso di scavo alla ricerca delle verità possibili. Bellezza e verità sono la stessa cosa. Rispondere a una mancanza, colmarne il vuoto è il compito dell’artista. A questa esigenza corrisponde – fra l’altro – il gigantismo delle opere tridimensionali di Dessì che sembrano, immaginificamente, rivaleggiare con le dimensioni dei nostri dubbi, delle nostre angosce.
Gli esordi dell’autore romano si collocano nella seconda metà degli anni ’70, un periodo in cui arti visive, musica, danza e teatro si contaminano vicendevolmente. E il teatro, soprattutto – oltre alla pittura -, interesserà Dessì, il quale, in seguito, si occuperà della scenografia del Parsifal e del Cordovano e, più recentemente (2006), a Stoccarda e poi a Tolentino, dell’opera Il cielo sulla terra, composta da Stefano Scodanibbio.
Nello stesso anno il Macro, per la cura di Danilo Eccher, gli dedica una vasta retrospettiva nella quale primeggia l’imponente Camera picta, la grande scultura Uno, due e tre e la serie delle vetroresine. Sempre nel 2006, insieme a Bruno Ceccobelli, Giuseppe Gallo, Nunzio, Pizzi Cannella e Marco Tirelli partecipa all’Accademia di Francia di Roma alla mostra dal titolo San Lorenzo, la prima occasione espositiva della Capitale dedicata al gruppo di Via degli Ausoni, dopo la storica Ateliers curata da Achille Bonito Oliva nel 1984. Fra la prima personale (1979) nello stand di Ugo Ferranti all’Arte Fiera di Bologna e l’ultima mostra a Villa Medici, si distende una lunga carriera fatta di affermazioni personali in Italia e all’estero: Roma, New York (da Salvatore Ala e Gian Enzo Sperone), Berlino, Basilea, Nizza, la Biennale di San Paolo e quella di Venezia. E poi Vienna, Trento, Tokyo, Siena, Firenze, Verona, Parigi, Bologna solo per citare alcune tappe in musei prestigiosi e in gallerie private.
In tutto questo tempo e in tutti questi luoghi la produzione di Dessì si è sviluppata – per usare le parole del critico e storico dell’arte Lorand Hegyi – “fra l’analitico-metodologico-rigoroso e il sovversivo-scettico-indipendente”. Prosegue lo studioso ungherese: “Benché inevitabilmente egli operi all’interno di un processo di innovazione linguistica necessaria quanto permanente, esprime ancora gli elementi di una riflessione interna all’eredità della pittura europea di valore”.
Ragione-sentimento, tradizione-innovazione, astrazione-figurazione, rigore-fantasia, leggerezza-peso, vuoto-pieno, realtà-mito, eversione-disciplina rappresentano altrettante coppie dialettiche risolvendo le quali Gianni Dessì riflette facendo e fa riflettendo. Senza retorica, perché la retorica è figlia delle sicurezze senza fondamento, delle false verità. E un artista di valore cerca sempre verità autentiche, anche quando dice bugie. Lo sosteneva Picasso. E Dessì mette in pratica l’insegnamento.

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