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Diamante (nero) Faraldo

intervista di Jacqueline Ceresoli

Stile intervista Diamante Faraldo.

Faraldo, lei si definirebbe più pittore o scultore?
Per me non c’è nessuna differenza tra pittura e scultura, amo entrambe. Ogni volta che mi viene un’idea, rifletto sul materiale più adatto ad esprimerla. Lo sviluppo di un’intuizione avviene prima su carta, poi scelgo il materiale che possa contenerla. L’obiettivo è di realizzare un’opera che dia forma alla mia idea originaria.

Perché ha scelto Milano per vivere e lavorare?
Sono nato ad Aversa e ho frequentato l’Accademia di Napoli, dove ho iniziato presto ad esporre. A Milano sono arrivato quasi per caso e per una serie di coincidenze. Dopo un lungo periodo trascorso a Berlino, mi trovavo nel capoluogo lombardo ospite di amici, e per un concatenarsi di strane situazioni ho deciso, alla fine, di fermarmi qui. Ho acquistato una casa fuori dal centro, lontano dai riti della mondanità meneghina.

Marmo, camere d’aria e petrolio sono i materiali che abitualmente utilizza. Perché li ha scelti?
Non posso dire di averli scelti razionalmente, ma so per certo di aver trovato in loro il medium adatto per esprimere la “pelle” dell’opera. Volevo usare dei materiali contrapposti, per questo affianco al marmo, in prevalenza nero, la camera d’aria, confondendo i due materiali tra loro, tanto che l’uno sembra il proseguimento dell’altro. Accostando il marmo al petrolio, poi, ottengo un effetto sensoriale suggestivo, adatto per passare dalla formalizzazione dello stato solido a quello liquido, con l’intento di creare un cortocircuito e un effetto di spaesamento spazio-temporale. Il marmo rimanda all’antichità, alla classicità, è il simbolo della memoria, del tempo passato, della permanenza ed è carico di una valenza ontologica, mentre il petrolio e la camera d’aria sono materiali dell’era industriale, della modernità, della trasformazione.

Da alcuni critici, lei è considerato un rigorosissimo erede di Boetti e di Pascali. Si riconosce in questi protagonisti dell’Arte povera?
Faccio fatica a riconoscermi nei maestri contemporanei. Mi affascinano di più gli antichi: Michelangelo, Canova, Bernini, Rodin, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Holbein, Dürer… Se devo guardare al Novecento, penso semmai a Burri, Morandi e Rothko, che sento più affini al mio pensiero.

Nel 2001 a Roma, nella celebre mostra Tribù dell’arte a cura di Bonito Oliva, lei era stato presente con l’Opera al Nero nella sezione Techne-Tribù. Come si è evoluto il suo lavoro da allora?
Penso che da allora il mio lavoro non sia veramente cambiato, certo è maturato il mio modo di guardare le cose. L’espressione poetica è rimasta costante, solo che, di volta in volta, assume forme diverse. I disegni che realizzo con la lente di ingrandimento e il petrolio sono le novità che estendono le mie possibilità di raccontare i contrasti, gli opposti concettuali e materiali.

Nello scenario attuale del post pop-concettuale, lei è una mosca bianca. Realizza pochissime opere ed ha tempi lunghissimi di elaborazione. Inoltre non compare spesso in pubblico, insomma è considerato schivo e sempre concentrato sulla sua attività, lontano da tutti e da tutto. Ci descrive come lavora?
L’alchimia e la genesi di un’opera sono sconosciute anche a me stesso. Sicuramente derivano da una serie di letture, di viaggi immaginari, da fatti di cronaca, associazioni che poi mi portano a certe soluzioni formali. Penso che l’isolamento sia una condizione necessaria alla concentrazione; sono un perfezionista attento – come ho già detto – alla sintesi tra i materiali e l’idea contenuta nell’opera: idea e forma devono corrispondersi, e ciò mi porta ad allungare i tempi di realizzazione.
Le sue opere di aura classicista rivelano la conoscenza e un grande amore per la scultura greca, è così? Lei è talvolta criticato per quello che è ritenuto un eccesso di stilizzazione formalista: come si difende?
Si, è vero, amo la scultura greca, Prassitele in particolare, poi Fidia; anche le copie romane guardate e respirate nel Museo Archeologico di Napoli, a pochi passi dall’Accademia, mi emozionano tuttora solo a pensarle. Per quanto riguarda l’eccesso di stilizzazione, credo semplicemente che la forma è la sostanza e la bellezza è il suo contenuto.

Quali sono i suoi temi ricorrenti?
Mi interessa molto il concetto di territorio, di confine, di spostamento. Dal punto di vista della cultura occidentale, geometrizzare un luogo significa impossessarsene, interiorizzarlo. La figura dei primi cartografi, viaggiatori concettuali per eccellenza, mi affascina, perché nell’immobilità della loro stanza hanno configurato mondi partendo da studi antropologici, dei costumi, dei miti, delle religioni e delle diverse componenti geofisiche territoriali. Io mi sento un sognatore sedentario, avido di scoprire nuovi modi di rappresentare il mondo.
Nella recente mostra A nord del futuro, ho esposto i miei disegni con una lente che li deforma. Così ho tentato di tracciare, nero su bianco, una fisiognomica del male, della violenza insita nel genere umano. L’uomo progetta in maniera sistematica la guerra, ed è riuscito ad infliggere a se stesso e ad altri barbarie inenarrabili; nel contempo, però, produce arte.
Per questa mostra mi sono concentrato su immagini in cui il volto dell’uomo non compare mai. Unica eccezione, il mio autoritratto: allo specchio, divento cantore della “banalità del male”, inscritta nei paesaggi della distruzione, uguali a se stessi in ogni epoca. I disegni erano affiancati da un’acquasantiera di marmo nero colma di petrolio, icona di una civiltà catastrofica, necrofila che si compiace della violenza. La civiltà moderna, priva di valori spirituali, non guarda ad altro che a se stessa, non tende più all’assoluto e, come Narciso, affoga nel riflesso di una bellezza effimera e menzognera. La morte, l’immobilità, l’eternità, l’etica dell’arte e dell’artista di fronte all’opera sono i temi e le ossessioni che mi porto dentro fin da bambino.

Le sue opere, in bilico tra barocco e neoclassicismo postmoderno, sono il frutto di una dialettica tra l’erotismo e la razionalità, tra la ragione e il sentimento, tra la materia e lo spirito. Passato e presente convivono nelle forme che narrano i sensi dell’arte. Come riesce a conciliare l’aspetto tattile e volumetrico della scultura con le ricercatezze tonali, lo sfumato e l’ombreggiatura necessari al disegno?
La scelta della materia scultorea diventa urgenza per dare senso e carne alla smaterializzazione in atto nel XXI secolo. L’esigenza è quella di caricare ulteriormente di significato la scultura, caratterizzata da un peso specifico, immobile e immanente, collocata in uno spazio per essere contemplata come prova di fisicità.
Nella contemplazione, l’opera crea un legame tra chi la guarda e lo spazio in cui agisce. L’obiettivo del mio lavoro è l’aura dell’eternità, per questo mi affascina il marmo. Durante la mostra cui accennavo prima, mi sono accorto che il pubblico passava molto tempo a studiare i tratti minuziosissimi delle immagini con la lente d’ingrandimento messa al contrario per sottolineare, appunto, la fisicità del tratto che non si coglie ad occhio nudo. Così, i disegni si avvalorano di quel peso e di quel volume propri della scultura.

Lei ricorre al solo bianco e nero, mai un cedimento al colore. Perché?
Scelgo i materiali per i loro colori naturali. Il marmo nero, il petrolio, la camera d’aria, la punta di una matita a carboncino tratteggiano segni della memoria, incidono le pagine bianche con gesta epiche di una storia caratterizzata da lotte, rovine e rinascite.

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