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Il lessico montanaro di Ottorino Garosio


Ottorino Garosio incarnò perfettamente la figura del picaro, per quanto il suo vagabondare fosse soprattutto legato alla frequentazione delle terre del passato. Uomo del popolo, era riuscito, grazie alla pittura, a diventare il cantore di una realtà valligiana in via d’estinzione.

 

Gli uomini con tabarro furono il suo stemma. I vecchi che indossano il tabarro costituiscono uno dei soggetti preferiti dall’artista. Queste raffigurazioni – ricche di nostalgia nei confronti di un mondo che andava scomparendo – ebbero un grande successo tra i collezionisti che vedevano rappresentati, con un linguaggio ruvido, gli ambienti antropologici dell’infanzia. La pittura violenta dell’artista valsabbino diveniva traduzione cromatica e plastica del dialetto bresciano. Il soggetto, che risulta tuttora molto amato dagli estimatori del pittore – nonché leitmotiv della sua intera produzione – è caratterizzato dalla presenza dialogante di uomini anziani, colti sia en plein air che in luoghi chiusi (predominanti sono comunque i contesti all’aria aperta), spesso ritratti mentre indossano il tradizionale panno invernale. Il mercato privilegia, giustamente, i dipinti più articolati nei quali gli uomini con tabarro vengono rappresentati su uno sfondo paesaggistico o al mercato della Nozza. Una produzione più stanca e stereotipa si rivela invece, generalmente, nei dipinti di “vecchietti” realizzati in piccole dimensioni.

Forte richiesta per i dipinti che rappresentano i mercati. Forte risulta la richiesta dei collezionisti rispetto ai dipinti nei quali vengono rappresentati i mercati, o meglio, il Mercato, che per Garosio è quello della Nozza. La presenza pullulante di macchiette intabarrate, che lasciano per qualche ora gli impegni lavorativi per far vita di comunità, diventa emblema del valsabbino arcaico, un personaggio ideale che costituisce un topos nella poetica garosiana. Si vedano ad esempio “Verso il mercato” e “Mediatori”: ritorna lo stesso uomo colto di spalle, con cappello e zainetto verde, che sembra invitarci ad entrare nella composizione e ad aggirarci tra i banchetti dell’affollato mercato. Il mercato era per l’artista il cuore pulsante della vita di paese che gli permetteva di ripercorrere il campionario dei soggetti più cari: dagli “omini” con il tabarro, all’uomo di spalle, ai banchetti – con micro-allusioni alle nature morte -, al contrasto tra case, alberi e figure.

Il prodigio della corriera come nella nuova frontiera. Sembra di rivederlo, guardando creazioni come queste, il pittore guascone e picaro, l’uomo che amava stare in compagnia, frequentare le osterie, gli amici, le donne ed intrattenere tutti con la musica della sua chitarra. Ottorino Garosio era anche questo. Legato indissolubilmente alla sua terra, la Val Sabbia, al suo mondo fatto di piccole cose. Risulta curioso soffermarsi sull’incontro tra una semplice realtà contadina e i primi spiragli di una modernità che qui è rappresentata dalla corriera e dalle gite fuori porta. Queste opere risultano rare all’interno del corpus artistico garosiano e sono particolarmente ricercate, proprio perché l’artista esce da uno stereotipo, confrontandosi con una pittura da nuova frontiera.

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I claudicanti mezzi di trasporto dei montanari del Novecento.  Anche se si stavano diffondendo le corriere e mezzi di trasporto più moderni, quali l’Ape, i montanari continuavano a spostarsi con carretti trainati da animali. Forte risulta quindi il contrasto tra ciò che rappresentava l’antico – un mondo che appare agli occhi dell’artista in tutta la sua crudezza, seppur dotato di un profondo equilibrio – e ciò che già incarnava la modernità. Tutto questo costituiva ciò che più Garosio amava. Quindi egli non poteva esimersi dal coglierlo con occhio attento ed al tempo stesso libero da ogni regola accademica, attraverso un potenziamento dei mezzi espressivi.

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Osterie e uomini al fuoco Un altro cult garosiano. La piazza e l’osteria. La vita di gruppo – o comunque la frequentazione corale dei luoghi di ricreazione – è uno dei temi con i quali il pittore amava confrontarsi. L’acceso individualismo della società industriale e l’avanzante dittatura televisiva – che avrebbe svuotato presto le pubbliche piazze e i gradini delle scale poggiate alla strada – vengono esorcizzati da Garosio attraverso il racconto della vita di relazione. Contadini o caprai – comunque sempre persone umili -, dopo esser stati rappresentati dal pittore in contesti legati alla terra, in opere in cui una tavolozza dai toni bruni e terrosi rispecchia fedelmente il contesto paesistico, vengono trasportati in ambienti intimi, caldi, nei quali è consuetudine trascorrere le serate, chiacchierando, fumando o semplicemente meditando di fronte alla luce familiare di un camino.

La malinconia della sera è semplice poesia dei monti. Potrebbe essere Bagolino come un paese del Trentino: l’atmosfera non cambia. In ogni caso, Garosio coglie le stesse sensazioni e gli stessi stati d’animo suscitati dalla fine di una giornata. Le figure sono raffigurate di spalle, mentre incedono lentamente, a stento, stanche per le fatiche quotidiane. Sembrano perdersi nel freddo paesaggio di case, neve, montagne, sotto un sole sbiadito. Tutto è riprodotto, sotto la luce tenue della nostalgia e della malinconia, con uno sguardo semplice e incantato. Sono personaggi che sembrano simbolicamente alludere all’uscita di scena dell’ultima generazione di contadini.

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Dipingendo le lavandaie rifiutò ogni possibilità di virtuosismo. Il motivo delle lavandaie è assai diffuso nella pittura dell’Ottocento, che canta da un lato il duro ma sereno lavoro delle donne e dell’altro ripercorre il mito della fonte lustrale, in grado di purificare l’uomo moderno. Garosio riprende questi soggetti con il suo linguaggio duro e scabro. Mentre i predecessori amavano il motivo delle lavandaie per le possibilità di virtuosismo pittorico offerte dalla presenza contestuale delle figure, dell’acqua e dei panneggi, Garosio sembra scolpire nel legno tanto il contesto paesaggistico, quanto le protagoniste dei dipinti, in linea con una pittura deliberatamente asprigna. Egli comunque dimostra di aver osservato con attenzione i maestri dell’Ottocento: predilige toni tenui che permettono di evidenziare quei panni o quei copricapo rossi che ci rimandano immediatamente alla produzione lombarda ottocentesca (da Inganni a Filippini, da Gignous a Bertolotti).

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Il momento del lavoro e la fusione con la natura. Colti durante momenti di pausa oppure intenti a zappare la terra, i contadini di Garosio si fondono cromaticamente con la quinta naturale, creando un blocco unico con la terra, con il paesaggio che li circonda. Sono scenografie familiari e amiche: mai vedremo infatti, nelle creazioni del valsabbino, una natura minacciosa, “terribile” nel senso romantico del termine. Talvolta accade che le composizioni si accendano, grazie a una tavolozza dai toni vivaci e freschi. Ma i dipinti di paesaggio con figura contrassegnati da un’atmosfera primaverile sono piuttosto rari.

L’intensità degli autoritratti. Oltre ad aver esplorato a fondo il mondo contadino, Garosio è ritornato spesso a confrontarsi con il tema dell’autoritratto. Numerosi oli e disegni sono la vivida testimonianza di quanto l’immagine del proprio volto abbia affascinato ed intrigato l’artista. Nelle diverse versioni egli l’ha collocata in contesti e spazi anonimi – su uno sfondo neutro -. Meno diffusi sono gli autoritratti in contesti ben definiti. E’interessante soffermarsi sull’abbigliamento di Garosio, “tombeur de femmes” dall’immancabile cappello e dalle dolcevite, il più delle volte rosse.

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