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Ritratto Goldman – Il mistero del mercante raffreddato


Anonimo veneziano, “Ritratto Goldman”

Anonimo veneziano, “Ritratto Goldman”

Immaginatevi un piccolo restauratore di dipinti antichi, così come ce ne possono essere tanti in un Ottocento che ha da fare ancora passi da gigante nel definire i ruoli e le competenze per il recupero di un’opera d’arte, e che ancora non ha affrontato le annose questioni di teoria del restauro di cui si riempiranno trattati qualche decennio più avanti. Immaginatevi, dicevo, questo semplice personaggio, destinato, al pari di tanti come lui, a non lasciare traccia nei libri di storia, alle prese con una delle numerose commissioni che si trova a sbrigare per mestiere. Si tratta, stavolta, di un ritratto di chiaro impianto cinquecentesco e d’ambito veneziano, già attribuito a Giorgione e a Tiziano (oggi prevale invece l’assegnazione ad un pittore anonimo dell’epoca). La tela raffigura un gentiluomo che, con cipiglio fiero e sdegnoso, sfida con uno sguardo profondo l’ignaro osservatore.

Il volto di trequarti, perfettamente in sintonia con la ritrattistica veneziana del primo Cinquecento finalmente staccatasi dalla tradizionale rappresentazione di profilo, il protagonista offre in primo piano il pugno chiuso dentro il quale compare un foglio arrotolato o un cartiglio. Sembrerebbe un lavoro interessante, ma il nostro artigiano fiuta da subito numerose incongruenze e segnali che lo mettono in difficoltà. Innanzitutto, c’è da ridipingere interamente la rovinatissima veduta della città di Venezia che si intravede sullo sfondo, con Palazzo Ducale, Palazzo Dandolo e il Ponte della Paglia. C’è poi quella stonatura nell’atteggiamento del personaggio, che risulta eccessivo, nella propria seria fierezza, se messo in relazione con gli altri elementi del quadro: un libro chiuso e un non ben identificato pezzo di carta stretto nel pugno. Certo, noi ora, forti dei moderni mezzi messi a disposizione dalla tecnica, con una radiografia sveliamo che il protagonista aveva inizialmente in mano uno spadino, oggetto ben più consono al carattere raffigurato sulla tela; ma questo particolare il nostro artigiano non lo poteva vedere, dato che il cambiamento risale a quasi due secoli prima. Si tratterebbe, infatti, di una tipica “modifica della generazione successiva”, come la definisce Augusto Gentili in un’analisi del Ritratto Goldman (nome con cui è conosciuta oggi l’opera) contenuta nel terzo numero di “Studi tizianeschi”, annuario a cura della Fondazione Centro studi Tiziano e Cadore (Silvana Editoriale), ossia “della modifica apportata per addolcire il ricordo di un antenato bizzarro o scomodo o irascibile e per consentire un più elegante inserimento nella galleria di famiglia”.

La radiografia dell’opera in cui si riconosce, stretto nel pugno del personaggio, lo spadino originale, successivamente cancellato per introdurre il libro ed il cartiglio

La radiografia dell’opera in cui si riconosce, stretto nel pugno del personaggio, lo spadino originale, successivamente cancellato per introdurre il libro ed il cartiglio


E allora? Come riuscire a dare nuova credibilità a un dipinto che tanta ne ha perduta durante il passaggio da un committente all’altro? Gentili suggerisce una ricostruzione assai plausibile: fu il nostro restauratore che, ridipingendo interamente il ritratto, trovò conveniente l’inedita invenzione della saccoccetta di tinta cilestrina. Non un fazzoletto, dunque, come qualcuno ha inizialmente pensato trovando opportuna ribattuta in George Martin Richter, autore della prima monografia “moderna” su Giorgione, che scespirianamente ironizza: “Tant de bruit pour un monchoir!” (letteralmente: tanto rumore per un fazzoletto!). Pensò, invece, a una borsetta di monete, ipotesi già considerata da altri studiosi del misterioso Ritratto Goldman, da collegare a quel volume che poteva essere un libro contabile e, soprattutto, alle fattezze del personaggio, che potevano anche corrispondere allo stereotipo del giudeo (tanto più se accentuate nella ridipintura, come sembra lecito presumere dal confronto con la radiografia). Inventò, insomma, un “ritratto di mercante”, con tutte le fisime del “genere” e forse con qualche tratto di antisemitismo, traccia documentabile pure nella storiografia successiva. Ed ora torniamo a immaginare. Un piccolo artigiano nella sua bottega rimira la tela che ha appena finito di restaurare e un sorriso soddisfatto gli distende i tratti del volto pensieroso: ha fatto, lui crede, un ottimo lavoro. Per i posteri, invece, un altro mistero da risolvere. (a.pedersini)

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