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Il quadro astratto di Apelle che era un cult per i Cesari


Fonte inesauribile di ispirazione per i pittori rinascimentali, gli scritti d’arte di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) offrono un rilievo sorprendente dell’arte greco-romana, con riferimenti espliciti a nomi, tecniche e contestualizzazioni storiche. Considerata l’incidenza che il libro ebbe sui pittori del Quattrocento-Cinquecento – che da esso ricavavano, pur dalle descrizioni scritte – soggetti, ispirazioni ed idee, l’opera non può mancare in una biblioteca d’arte.

Anche per le curiosità che contiene e per il gradevolissimo procedere per aneddoti. Pochi sanno, ad esempio, che Cesare fu uno dei primi – se non il primo -, proprietario di un quadro astratto, per certi aspetti simile ad un taglio di Fontana. L’opera, secondo quanto era stato riferito a Plinio, appariva nel palazzo del Palatino, in bella mostra, fino all’anno quarto dalla nascita di Cristo, quando un furioso incendio avvolse e divorò l’edificio. Il dipinto si componeva esclusivamente di tre linee, non più large di un capello. “La vasta superficie del quadro – narra Plinio il Vecchio – conteneva niente altro che delle linee appena visibili, simile invero a un quadro vuoto in mezzo a tante opere egregie, e per questa ragione appunto, richiamava l’attenzione ed era più celebrata d’ogni altra”.

 

Oltre ai motivi di pulizia estetica che rasentavano l’ordine estremo del nulla, l’opera era ammirata anche perchè dotata di un’ottima griffe, quella del pittore greco ApellesColofone ca. 375370 a. C.– fine IV secolo a.C.). Attorno al quadro, come accade a certe opere astratte, fu tramandata o artatamente costruita dal mercante che aveva piazzato l’opera la narrazione di un vicenda prodigiosa sotto l’aspetto pittorico. Due linee indicavano l’autografia di Apelle. La terza era invece stata tracciata un un ottimo pittore di Rodi, Protagenes. Il grande Apelle, curioso di vedere le opere del collega, si era recato da lui, senza preavviso aveva trovato lo studio deserto. Una vecchia, che, da un cantuccio, svolgeva opera di sorveglianza dello studio, chiese ad Apelle chi fosse, così da poterlo dire al padrone, quando fosse tornato.


Il virtuosismo di Apelle lo indusse a prendere un pennello e a tracciare, su un quadro non dipinto, un linea sottilissima e perfetta. Quindi se ne partì. Poco dopo rincasò Protagenes il quale, resosi conto che quella linea non era sortita da una mano ordinaria, capì di aver ricevuto la visita del grande Apelle. Prese allora un pennello sottile, lo intinse in un altro colore e sulla retta di Apelle tracciò, a sua volta, una linea ancor più sottile. Quando Apelle tornò, Protagenes era già in giro per la città. Il noto pittore si avvicinò però al quadro. “Vergognandosi – di essere stato vinto – annota Plinio il Vecchio – , con un terzo colore tirò una nuova linea che tagliava longitudinalmente le due precedenti, non lasciando più spazio per un’ulteriore sottigliezza. Allora Protagenes si confessò vinto e corse al porto, cercando dell’ospite, e fu deciso di conservare tale quale quella tavola per i posteri, a meraviglia di tutti in verità, ma specialmente degli artisti. Risulta difficile stabilire se l’opera astratta di Apelle e Protagenes fosse proprio quella finita nella casa dei Cesari o se essa, come se fosse un dipinto concettuale, fosse stato riprodotto successivamente, seguendo la suggestione delle  fonti.

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