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Il significato dell’ariete nell’arte. Perchè il montone è santo e il caprone demoniaco

 

 
a michelangelo vela
Mentre per quanto riguarda il segno zodiacale e la cultura antica, il maschio della pecora
rispecchia il carattere combattivo che ha, in natura, nell’ambito dell’iconografia cristiana l’ariete ha una duplice valenza che allude a un piano sacrificale per un nuovo patto con Dio e, al tempo stesso, al richiamo dei fedeli alla guerra, o comunque sia, all’impegno di convergenza dei singoli nel gruppo. Piano sacrifale: “Allora farai bruciare sull’altare tutto l’ariete. È un olocausto in onore del Signore, un profumo gradito, un’offerta consumata dal fuoco in onore del Signore”.(Esodo 29,18). Le corna di questi animali, utilizzate come strumento a fiato, portavano all’unità degli ebrei di fronte a un pericolo o costituivano un strumento rituale. Piano comunitario: “Quando si suonerà il corno d’ariete, appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido di guerra, allora le mura della città crolleranno e il popolo salirà, ciascuno diritto davanti a sé” (Gs 6,5).

La figura di questo animale appare con notevole ricorrenza nei libri della Genesi, dell’Esodo, dei Numeri, del Levitico e di Giosouè soprattutto come oggetto di rituale sacrificio finalizzato all’espiazione dei peccati che avevano allontanato la comunità o la famiglia da Dio. Nel libro dei Numeri si prescrive anche il sacrificio di un giovenco e di un agnello. La figura dell’agnello corre parallelamente a quella del maschio adulto della pecora e si connota per la sua dolcezza e innocenza. Agli occhi dei discepoli la figura di Cristo appare come quella dell’agnello sacrificale. Ma torniamo alla rappresentazione dell’ariete. I suoi crani, in Michelangelo, potrebbero alludere a un altro aspetto di rilievo.
La divina concezione di Cristo avvenne nel mese di marzo, sotto il segno dell’ariete. Il cranio dell’ariete sostituisce, in Michelangelo, il tradizionale bucranio pagano. Il pianificatore della Cappella sistina evidentemente sottolineò al pittore la costante ricorrenza della figura dell’ariete, nell’ Antico Testamento, il cui ricordo fu inserito dal pittore come culmine al festone che sovrasta i nudi bronzei e i veggenti.
Il caprone è invece considerato, nell’iconografia medievale, la primaria incarnazione del demonio. Ciò deriva dalla trasposizione di Pan, dio silvestre, primitivo, che incuteva paura anche grazie a un grosso pene; a Pan si doveva pure il terrore – il panico, appunto – che colpiva l’umanità nella foresta, a causa di un sorta di vuoto infernale. Pan veniva spesso rappresentato con corna di caprone poichè egli era per metà uomo e per metà capra. Il suo desiderio era smodato e travolgente, senza limiti. Di analoga natura erano i satiri, alla figura dei quali, accanto a Pan, avrebbe attinto l’iconografia occidentale per la rappresentazione del demonio.

a caprone

a goya
Il grande caprone (El gran cabrón) venne dipinto anche da Francisco Goya, in un’opera su tela (44×31 cm), realizzata a olio nel 1797-1798 e conservata al museo Lázaro Galdiano di Madrid. Il grande caprone fa parte della serie di Stregonerie destinate al despacho (studio) dell’Alameda, residenza di campagna dei duchi di Osuna, che intendevano, probabilmente, dar forma a terribili racconti popolari e rendere romanticamente cupa la stanza della residenza estiva. Il dipinto rappresenta un caprone – con rametti di quercia intrecciati tra le corna ed occhi di fuoco, palese simbolo diabolico, che presiede una messa nera alla quale intervengono le streghe che gli portano bambini in omaggio.

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