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La mona io canto. La rivoluzione libertina di Giorgio Baffo. Poesie licenziose del ‘700 e immagini

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Giorgio Baffo (Venezia, 11 agosto 1694 – Venezia, 30 luglio 1768) fu autore di pensieri filosofici – mai apprezzati -, polemista – contro il clero e i Gesuiti – e autore di poesie licenziose in dialetto veneziano, che cantavano l’organo sessuale femminile, ponendolo al centro del mondo, forza oscura di movimento della realtà. Opere spesso venate dal dolore che colpisce una persona anziana di fronte al risorgere fremente della vita, a quella costante reincarnazione della mona a cui Giogio Baffo (nel link trovi la Raccolta delle opere di Giorgio Baffo di Baffo, a prezzo scontato) assiste con la più pura ammirazione e, al tempo stesso, con il dolore di chi non può più liberamente fruirne. Accanto a questo forte sentimento di perdita, esistono anche composizioni più gioiose dedicate alo stesso tema e invettive rivolte alle donne che non godono dell’attimo, condividendolo con il maschio.



Come in diversi scrittori libertini francesi esiste, in Baffo, un martellante e ossessivo ricorso al pensiero di demolizione del moralismo sessuale che procede di pari passo con una critica al perbenismo della società contemporanea.

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 “Ultimo di una famiglia patrizia che risaliva al XII secolo, Giorgio Baffo nacque a Venezia il 1° agosto 1694 da Gio. Andrea e da Chiara Querini, e a Venezia morì il 29 luglio 1768. Fu sovrintendente alle Beccarie, camerlengo a Brescia e poi magistrato nella Quarantìa criminale per poco tempo. Il resto dei suoi settantatré anni lo visse tra il Ridotto, la Bottega d’Acque o gelateria dei Grigionesi a Santo Stefano, la Bottega di Caffè del Biricci in Calle dei Fabbri e la malvasia del Lazzaroni in Frezzaria, luoghi nei quali lo pedinava assiduamente Giovanni Battista Manuzzi, il confidente del Tribunale degli Inquisitori che denunciò anche il Casanova. “Il N.H. Zorzi Baffo” scrive il Manuzzi nella sua referta del 9 febbraio 1765 “ogni qual tratto ha delle nuove poesie da far sentire alle persone, le quali poesie sono vere empietà”. Recitava, il Baffo, o leggeva, le sue sonettesse e i suoi madrigali, scritti su dei foglietti che teneva in tasca insieme alla pezzuola gialla da naso e alla tabacchiera, introducendosi nei crocchi o avvicinandosi all’orecchio degli amici libertini. Poi ciabattava verso un altro caffè o un’altra malvasia ad ingannare le ore della sua povera vita, allietata da qualche amore passeggero o soltanto dal sogno d’un amore, mai raggiunto. E più che altro dal gusto del parlare aperto, del chiamar le cose col loro nome, del fare scandalo per sollevare brutalmente il velo d’impostura che copriva i baccanali pubblici e privati di Venezia.” (dallo scritto di Piero Chiara)

Baffo – ultimo esponente maschio della propria famiglia, politico di scarso rilievo e aristocratico con scarse sostanze economiche – è autore di 1200 poesie in veneziano, delle quali circa 700 raccolte nell’edizione postuma del 1771, che venne stampata a Londra poichè, pur essendo Venezia la città d’Italia più libera dalla censura, i contenuti delle poesie di Baffo sono molto forti. Forti al punto che molti intellettuali le condannarono Di lui scrisse invece l’amico Giacomo Casanova, che era stato suo allievo: “Genio sublime, poeta nel più lubrico dei generi, ma grande e unico”.

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Qui sotto uno dei sonetti, il cui titolo, portato in versione italiana, è Quanto vi compatisco, ragazze perbene

Quanto putte da ben ve compattisso
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Quanto putte da ben ve compattisso
A vederve là in casa retirae,
Senza poder dar mai quattro sborae
Co quel negozio, che trà fuora el pisso.

Ve digo ben, che assae mi me stupisso,
Che no capì, che sè ben cogionae;
Che co no ve fè dar delle chiavae
No fè zente per Dìo, nè per l’Abbisso.

Cosa credeu, che sia la vostra Cocca,
Una reliquia, o un vaso d’elezion,
Che no volè gnessun, che ve la tocca?

La xe un vaso de pisso bel, e bon;
Ma gnanca un vaso, che la xe una bocca
Per inghiottir i Cazzi a strangolon.

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