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Josh George



Quella di Josh George è una pittura che parte dalla raffigurazione diretta, diremmo fotografica, se non fosse per una deliberata assenza di particolari, che allontanano l’immagine dal mezzo ottico e meccanico. Le storie, il fatto, che il titolo, a volte assai lungo, sottolinea ed enfatizza, vengono costruiti come se il pittore fosse installato su una “giraffa” per le riprese cinematografiche e potesse muoversi agevolmente e girare attorno e sopra al soggetto, fino a fermarsi in una posizione specifica, particolare, prediligendo di solito un punto di vista dall’alto (nella storiografia artistica si parlava di “a volo d’uccello”, per indicare una visione d’insieme, leggermente rialzata, sul panorama di una città).

Utilizza tuttavia George una pittura corposa, spesso recupera la verità del collage cubista; per rinserrare il suo protagonista nel chiuso non solo metaforico di un mondo ristretto, utilizza una ridondanza e un’insistenza di pareti che fungono da sfondo, masse cromatiche consistenti, in debito nei confronti della grande stagione informale. Il tutto quasi per “costruire” una dimensione che, partita dall’iconografia, approda altrove, apre al fantastico attraverso le suggestioni dei colori e dei grumi rappresi, attraverso i rinvii analogici di frammenti di frase, di scritte, che riportano tanto alla banalità del quotidiano, quanto alla bidimensionalità dell’immagine. Anche i colori risentono delle scelte dell’artista; reali o verosimili, in una certa misura, ma espressivamente modificati, come se una scintilla li avesse accesi o un gesto li avesse spenti e se ne cogliesse ancora la traccia, portati per questa via a ciò che abbiamo indicato come una naturalità innaturale.

Quella di George è una pittura piena di succhi ed emozioni, nascosti nelle piccole tracce che appaiono nei tessuti degli abiti che vestono i protagonisti, oppure nell’epidermide dei visi o delle carni scoperte, negli sfondi, così simili ad un disfacimento, così simili ad un fondale di teatro, perduto nei magazzini degli oggetti non utilizzabili, e deperiti, senza lo smalto delle luci che li rende emozionanti. Gli sfondi sono il luogo delle scelte culturali, per un giovane artista che conosce la storia recente, e sembra voler ripartire dagli anni quaranta, quando il testimone dell’arte supera l’Oceano e passa dall’Europa appesantita dalle ideologie e dalle lotte ad un’America giovane, ma non lontana dal frastuono e dagli squilibri che le ricerche linguistiche hanno posto in essere. Minuzioso e attento, George sembra volersi soffermare su ridondanze espressive, piuttosto che seguire con coerenza il prelievo fotografico; è consapevole che basta l’accenno, sintetico, per indicare il senso del suo narrare; lascia che tutto il resto entri nell’ambito della materia della pittura che porta per suggestione e per suggerimento emozioni e inquietudini. Il tutto elaborato e costruito su cromie illividite, su luci che provengono da neon malati o da piogge autunnali, quando tutto sembra uniformarsi al ritmo insistito del cuore, più che a quello dell’occhio: del resto, non sono l’emozione e il paradosso il fine ultimo del racconto? Una pittura quella di George che è venuta maturando a poco a poco, attenta piuttosto a sottolineare le ascendenze che le novità; una pittura che ad un tempo rispetta l’espressività, le forzature che l’artista vuole imprimere all’evento, la narrazione ritmata dai contrasti emotivi, più che strutturali, e offre una gamma di tracce, macchie, corrugamenti, ispessimenti, che rinviano tanto alla vicenda pittorica, quanto ai soggetti, alla realtà umana e metropolitana che George vuole trattare: la città soprattutto e i mille volti che ne rappresentano la dimensione produttiva e metropolitana.
(dal testo di Mauro Corradini pubblicato in catalogo)

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