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Joshua Reynolds – Il Consesso degli idioti e il modello della Scuola d’Atene di Raffaello

Il consesso degli idioti foto 1

 

Il consesso degli idioti

In questo dipinto Reynolds realizzò la parodia della Scuola di Atene; una caricatura beffarda del mondo intellettuale dell’epoca, segnato da

 

 

uno sbiadito e ossessivo culto dell’Antichità.

Il consesso degli idioti foto 1

RAFFAELLO SANZIO, Scuola di Atene (particolare), 1510, affresco, base cm.770 ca., Stanza della Segnatura, Città del Vaticano, Palazzi Vaticani

RAFFAELLO SANZIO, Scuola di Atene (particolare), 1510, affresco, base cm.770 ca., Stanza della Segnatura, Città del Vaticano, Palazzi Vaticani

di Federico Bernardelli Curuz

In una grandiosa cattedrale gotica, una nutrita e caotica compagine di inglesi è riunita in un consesso. Al centro della navata, aperta verso il fruitore come un vasto proscenio, stanno due gentiluomini impegnati in un confronto, a cui assistono alcuni degli individui che li attorniano.

Questo quadro di Jushua Reynolds del 1751 ricorda subito la Scuola di Atene di Raffaello, affresco denso di riferimenti cifrati allusivi ad una riflessione di matrice neoplatonica sul sapere e sul trascendente. E in effetti, l’opera del pittore britannico ha molto a che fare con il capolavoro del Sanzio: ne è nientemeno, la dichiarata (fin dal titolo) parodia. Le nobili dissertazioni filosofiche dei pensatori greci cedono qui il passo a speculazioni decisamente meno elevate. Platone e Aristotele vengono rimpiazzati da due pingui e sguaiati signori i quali, anziché suggerire una ponderata analisi sulla trascendenza e sui fenomeni, si perdono in futili elucubrazioni. Il gruppo dei geometri, raffigurati nella parte destra dell’affresco nell’atto di seguire con concentrata partecipazione la spiegazione di un disegno effettuata da Euclide, è sostituito da una schiera di distratti personaggi, uno dei quali, invece di afferrare un compasso come il maestro, prende una bacchetta verso dei cani. A fare le veci di Eraclito – rappresentato da Raffaello come un uomo pensoso che sta scrivendo seduto da solo separato dai dotti -, ecco un vecchio dall’espressione arcigna.


Anche l’ambiente architettonico è mutato: se l’Urbinate aveva immaginato una maestosa basilica eretta a guisa di tempio classico, Reynolds colloca la sua assemblea all’interno – lo si ricordava – di un edificio gotico. I quattro gradini della scalinata al centro della composizione cinquecentesca, emblemi delle discipline propedeutiche alla filosofia (musica, aritmetica, geometria e astronomia), vengono qui ridotti a tre, perdendo ogni valenza allegorica. Insomma, quella descritta dal pittore britannico è un’adunanza di indolenti bighelloni intenti a leggere con svogliatezza giornali e pamphlet, suonare, arieggiarsi con ventagli o, banalmente, poltrire.

Il destinatario ideale del quadro, concepito in Italia, era uno spettatore colto, in grado di collegare questa farsa all’insigne assemblea di filosofi della Stanza della Segnatura in Vaticano. Il culto dell’Antichità, divenuto epidermico nell’Europa del Settecento, non aveva esentato l’Inghilterra, ove aveva sortito impressioni antitetiche: lo sbiadito accademismo propugnato da non pochi artisti era tacciato da altrettanti colleghi di inanità: gli estimatori di ciò che Winckelmann  definiva “ nobile semplicità” e “quieta grandezza” erano il bersaglio degli scherni di maestri quali Hogarth e, appunto, Reynolds.

Con questa irreverente mascherata, l’autore intendeva infatti svolgere una critica articolata su due livelli: da un lato veniva ridimensionata e volgarizzata la norma dell’Urbinate, rendendone accessibile l’invenzione pittorica sotto le sembianze di una satira; dall’altro, invece, era dileggiato il gusto archeologico dei contemporanei, tanto degli artisti quanto dei collezionisti, che si riversavano nel Belpaese alla forsennata ricerca di souvenir d’epoca.

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