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La Derelitta, ritratto di una povertà bella, sofferente, dignitosa e pronta a reagire

Siamo a Parigi nel 1893, quando lo scultore palermitano Domenico Trentacoste porta a termine La Derelitta. A conclusione di un secolo, che innegabilmente è stato un secolo scultoreo, ecco uscire dallo scalpello eccelso di un artista, fino ad allora poco noto, una statua che unisce, in una magistrale sintesi espressiva e stilistica, gli aneliti controversi di un’intera epoca, indicando il tragitto da percorrere, in cui il passato è maestro del presente, e il presente, memore dello passato, si avvia verso il futuro. Pur essendo la scultura disciplina “lenta nell’evolversi” rispetto alla più “rapida” pittura, assistiamo nell’Ottocento, a un susseguirsi frenetico di mutamenti.

In una veloce cavalcata a rebours attraverso anni così densi – che come tale dichiara i suoi limiti e omissioni – il secolo decimonono si apre all’insegna della nobile semplicità e quieta grandezza winckelmanniane che appartengono ancora alle opere di Bertel Thorwaldsen e Antonio Canova, per lasciare poi il campo al vero naturale di Lorenzo Bartolini e al purismo di Pietro Tenerani, per approdare quindi alla forte e imprescindibile lezione di Vincenzo Vela che spalanca le porte alla realtà calda dell’ambiente e rafforza con il suo bassorilievo Le vittime del lavoro quello che poi verrà chiamato il realismo sociale, per lasciare il passo, poi,  alla scultura colta nel suo attimo vibrante da Giuseppe Grandi e alle intense interpretazioni simboliche di Leonardo Bistolfi.  Domenico Trentacoste ne La Derelitta somma ed epura con il suo lessico idealista tutte le tendenze artistiche che lo hanno preceduto, come dimostra anche il grande successo di pubblico e di critica suscitato alla prima Biennale di Venezia del 1895, quando è  esposta la composizione; un tale successo che porta l’autore esule a far ritorno in patria, stabilendosi a Firenze. Il titolo stesso dell’opera rimanda a una figura posta al margine estremo della società, con un tono sommesso rispetto al precedente Proxumus tuus di Achille D’Orsi, ma in cui la denuncia sociale appare più che mai viva nell’eleganza discreta di un corpo nudo, che affonda le sue radici nella statuaria antica, e che pudicamente nasconde, con un fremito di vergogna, le sue belle forme e il suo stato, che non gli permette neppure di possedere una veste per coprirsi.

La protagonista è una fanciulla ritratta su se stessa, chiusa in un abbraccio protettivo che solamente lei si può dare, il triste sguardo basso, ritroso all’osservatore, ma in cui permane la dignità, gli occhi socchiusi di chi non vuole guardare, ma che non ha paura di farlo. Un corpo esile, magro per gli stenti, un corpo contratto pur nell’apparente stato di posa, i piedi anch’essi nella loro postura nervosamente innaturale  partecipano al tormento silenzioso e garbato della figura.  Lontana, anche se vicina nella purezza esecutiva è La Fiducia in Dio di Bartolini, ma lo spirito che unisce lontanamente le forme appare totalmente distante nella sostanza. La Derelitta di Trentacoste è un’eroina di ogni tempo che affascina e sempre affascinerà per la sua profonda bellezza interiore che abbaglia e obbliga i visitatori del Museo triestino a compiere per osservarla più e più peripli, quasi come fosse una landa sconosciuta che solo guardandola e riguardandola attentamente permette e concede di scoprire qualche nuovo dettaglio all’apparenza celato.

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