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La gioiosa macchina dell’immaginazione

chia05La pittura, per Sandro Chia, è un rischio. Nel senso che l’artista giudica molto più “rischioso”, oggi, dipingere – affidarsi cioè alle tradizionali e consolidate modalità espressive – che praticare le variegate strade legate al “nuovo”. E ciò anche perché diviene ad un certo punto inevitabile riaprire comunque la porta sulla storia e sulle sue icone.
“Non è, la mia, una rivendicazione della pittura in sé – ha spiegato in un’importante intervista rilasciata qualche tempo fa a Stile -, ma della possibilità di fare ancora pittura (non si è mai smesso: la pittura accompagna il destino dell’uomo, è fondamentale come il cibarsi, od il procurarsi un ricovero). Dipingere è un po’ come ritrovare le proprie radici. Poi si arriva alle considerazioni di tipo storico: si vuol verificare come praticare se stessi in una società che ha una sua storia (e non mi riferisco ad un’evoluzione in senso darwinistico, verso una sublimazione qualitativa: io penso che il tempo sia circolare, anzi spiralico). Fare il punto è arbitrario: ogni volta che si abbozza un discorso sociologico, lo stesso viene sconfessato subito dopo.
La pittura è uno di quei territori spirituali, mentali e anche fisici che trovo rassicuranti – consente a noi stessi di collocarci nella dimensione più originale, primordiale, vicina all’essenza – e al tempo stesso inquietanti: grazie ad essa ci si sente a casa, ma in una casa dove l’appartenenza deve essere sempre rinegoziata. Ogni nuovo quadro è una nuova avventura. Il quadro va aggirato, corteggiato; va ingannato, pure. In esso si mischiano memorie, sì, ma anche i disparati elementi della vita di tutti i giorni. E’ una ridefinizione dell’intero apparato logico e percettivo, che nella quotidianità diamo per scontato; nella pittura scopri mille vie, sempre differenti, e sconfinate”.
Torna insomma il concetto, caro a Sandro Chia, di “pittore naufrago”, il cui gesto di dipingere è assimilabile al vagare sopra quell’abisso che è la tela bianca, nell’azzardo di un viaggio senza ritorno: consci che da tale abisso “emerge un altro mondo, diverso dal nostro”, da scoprire in libertà. Non più “la pittura per la pittura, ma la pittura per il pittore, il quale assurge al ruolo di protagonista di una condizione umana straordinaria. Un rapporto esistenziale, dunque. La ‘bella pittura’, i capolavori sono già stati fatti. La situazione è molto complessa, ma quando dipingi devi saper creare il vuoto intorno a te”.
Chiedevamo a Chia un commento a quanto scritto a suo riguardo da Vittoria Coen, laddove il critico annotava: “Non c’è qui la disperazione di certe avanguardie del Novecento, la rabbia di un violento espressionismo di prima e seconda generazione. Non c’è più l’atmosfera, evidentemente, e ogni volta che si vogliano instaurare con Chia confronti molto serrati e parentele molto strette l’artista sfugge felicemente ad ogni riduzione”.
“Esiste un’interpretazione esterna dell’immagine – ci ha risposto. – L’immagine ha una sua strategia di presentazione, ma non va mai letta in maniera superficiale. Anche in altre forme espressive, addirittura nell’arte decorativa, si può partire dall’idillio per arrivare alla tragedia: ciò è inevitabile, poiché la tragedia è insita nella condizione umana. Affermare che un quadro di Munch è più tragico di un quadro di Poussin è superficiale. Io ritengo però che non si debba ricorrere a tali ‘categorie’ per sfuggire al vero senso del lavoro. Non c’è mai niente di ovvio: è questa la sfida mentale. Decidere di fare il pittore invece – che ne so – dell’impiegato di banca, dà inizio a una catena di cause-effetto.
La pittura è una macchina per pensare: a partire dalle sue forme più elementari, perfino nel disegno di un bambino. Oggi è più difficile accedervi: c’è un’inflazione di immagini, probabilmente perché non si vuole che pensiamo. L’ambito in cui opero ha le sue responsabilità. Consideriamo l’arte concettuale, dove il pensiero è preconfezionato, minimalizzato. Io sostengo invece la necessità di un’arte a rischio e pericolo dell’artista; no alle scorciatoie, no all’essenzialità (mi riferisco all’essenzialità dell’effetto, naturalmente; l’essenzialità ‘interna’ alle immagini va benissimo). E’ questo l’aspetto più interessante della pittura; lo è sempre stato, fin dall’inizio, fin da quando il dipingere era tramite e racconto di divinità e magie”.
Una considerazione, infine, sul “senso del gioco”, ricorrente nell’opera di Sandro Chia. Un gioco, peraltro, sempre condotto dall’autore con grande serietà. Perché giocare “è la tecnica più efficace per ottenere quello spirito, quel sense of humour, quel ‘sorriso filosofico’ che cambia l’espressione del viso (la Gioconda è la perfetta esemplificazione del sorriso da esibire quando si è di fronte ad un quadro). La prova del nove dell’arte è questa: un gioco dove vincere o perdere non fa differenza, un gioco che produce altri giochi, che rivitalizza, che ridesta la voglia di divertirsi. Il sorriso è a volte anche tragico, ma non bisogna prendere per i sentieri della tristezza e della seriosità, che sono il contrario esatto dell’arte. Ecco, l’avanguardia spesso è stata ed è seriosa, indottrinante: ti dice quel che devi fare, si scandalizza se usi il colore, non sa che cosa sia l’umorismo. Pensiamo all’opprimente pesantezza dei musei contemporanei. Manca, ancora una volta, il bambino di Andersen che grida a tutti: Il re è nudo!”.

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