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La luna crescente porta fortuna. Nei quadri propizia l’abbondanza


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Hieronymus Bosch, La Nave dei folli, 1494, olio su tavola, 57,9x32,6 cm, Parigi, Museo del Louvre

Hieronymus Bosch, La Nave dei folli, 1494, olio su tavola, 57,9×32,6 cm, Parigi, Museo del Louvre

La luna, anche in virtù della funzione esercitata sulle maree, è sempre stata considerata un elemento magico che si riteneva potesse profondamente condizionare le vite dei vegetali, degli animali e dell’uomo. Proprio per questo, in pittura è stata di solito rappresentata nel legame diretto con la prosperità e molto spesso utilizzata con finalità benaugurante quando non direttamente magico-apotropaica.

Nella maggior parte dei dipinti, essa appare nella benigna versione “crescente”. Essa disegna cioè una “C” inversa, col dorso orientato alla destra di chi guarda oppure con il dorso in basso. Il simbolo ha avuto tale fortuna e diffusione da entrare persino, con la sua forma, nel novero dei generi di pasticceria: il croissant (crescente) non indica la lievitazione del soffice prodotto, quanto la fase lunare della prosperità. E’ pertanto un augurio. Un augurio mattutino.

Hieronymus Bosch, La Nave dei folli, (particolare) ,1494, olio su tavola, 57,9x32,6 cm, Parigi, Museo del Louvre

Hieronymus Bosch, La Nave dei folli, (particolare) ,1494, olio su tavola, 57,9×32,6 cm, Parigi, Museo del Louvre

Ma torniamo alla pittura del tardo medioevo e del Rinascimento, quando la luna era considerata portatrice di fertilità e di abbondanza, un presidio contro il malocchio e persino un antiepilettico. Hieronymus Bosch, curiosamente, nella Nave dei folli dipinge il satellite, nella fase crescente, su una bandiera posta al culmine dell’albero maestro di un vascello. L’artista fiammingo, che eseguì quest’olio su tavola nel 1494 circa, colloca i suoi piccoli e quasi caricaturali personaggi all’interno di un’imbarcazione che va interpretata quale simbolo dello Stato, della Chiesa, della fede o della vita. La navicella galleggia in un’acqua che si può associare alla limpidezza, al rinnovamento del proprio animo ma pure al pericolo o meglio al peccato, come ci ricordano le figure nude nel liquido cristallino.

A bordo, però, è anche rappresentato uno dei sette vizi capitali: la lussuria. Essa avvolge le figure al centro del quadro, un frate francescano ed una monaca che suona un liuto, i quali, cantando, tentano di morsicare una focaccia penzolante da una corda. Il liuto, va sottolineato, era simbolo dell’organo sessuale femminile, e suonarlo era ritenuto gesto di estrema lascivia, soprattutto da parte di una religiosa.

E su tutti questi significati si staglia quella bandiera, con l’effigie della luna crescente – non è un simbolo musulmano come alcuni critici hanno affermato – richiamo alla prosperità assoluta. L’albero della nave diviene allora albero di cuccagna, con un’anatra arrosto appesa, non lontana da uno dei pazzi che, coltello alla mano, cerca di appropriarsene. La luna, quindi, agisce pure sulle “acque della mente” dei folli.


 

Originariamente il dipinto faceva parte di un polittico (o di un trittico) composto dalla tavola di cui abbiamo parlato – collocata sinistra – dalla Morte di un avaro – a destra – e dall’Allegoria dei piaceri – parte inferiore -. Apparteneva allo stesso ciclo la figura del Venditore ambulante che forse era collocato nella parte posteriore della tavola a sinistra e che fu tagliato, successivamente, nel senso longitudinale dello spessore, per ricavarne due dipinti. Secondo gli studi di Mia Cinotti il soggetto appartiene alla tradizione popolare e letteraria tedesca di matrice carnascialesca. Nella regione del Brabante una barca carica di “folli” si dava al piacere e agli scherzi, mentre una confraternita con lo stesso nome criticava i potenti. Questi costumi entrano a far parte del il poema De Blauwe Scuut di Jacob van Oestvoren (1413). Proprio nell’anno della realizzazione del dipinto di Bosch (1494), Sebastian Brandt pubblicava il poema satirico La nave dei folli, che fu tra le principali fonti d’ispirazione per L’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam.

Questi soggetti, di origine carnascialesca, presentano una voluta ambiguità. Non sono tanto – o soltanto – una critica ai vizi e agli eccessi, come avviene nel Carnevale, l’esaltazione. Questo concetto ambivalente è ripreso dallo stesso Erasmo da Rotterdam che nel suo notissimo libro satirico ascrive alla follia la perpetuazione del genere umano, l’autoconservazione, il desiderio di creare e di affrontare imprese. Senza Follia il mondo non potrebbe crescere. Essa vitalistica insita nella natura umana.


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