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Santa Maria delle Grazie – La spaventosa macchina del Bene e del Male


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di Stefania Mattioli

Io veggo e temo in cor lo stretto laccio: ma quando penso che tu l’hai disciolto, ribenedico il tuo pietoso braccio”.

martello votoCosì recita una delle quarantun iscrizioni ancora leggibili impresse sull’impalcata del santuario di Santa Maria delle Grazie a Curtatone, in provincia di Mantova. Un luogo certamente insolito, che desta tutt’oggi la curiosità del visitatore.
Siamo nel 1399 quando Francesco Gonzaga affida a Bartolino da Novara (architetto di corte) i lavori per la costruzione dell’edificio dedicato alla Vergine Maria. Lo fa per dimostrare la sua personale devozione e gratitudine alla Madre di Cristo, meritevole di aver posto fine all’epidemia di peste diffusa all’epoca in quel territorio. Pochi anni dopo – nel 1406 – la consacrazione ufficiale e l’inizio di affollati pellegrinaggi di cui è rimasta traccia nelle cronache del tempo e dei secoli successivi, sino all’800.
Qual è la ragione per cui, ancora oggi, questo luogo di culto viene considerato unico? Perché molti fra i personaggi più illustri – Napoleone compreso – non mancarono di farvi visita? A renderlo senza eguali è il curioso corpus scultoreo costituito da cinquantatré pezzi (in origine erano ottanta) e l’atmosfera surreale ed esoterica che vi si respira.
Sebbene nessun artista conosciuto o degno di nota vi mise mano, le figure a grandezza naturale che abitano le pareti dell’unica navata colpiscono per l’insolita, e a tratti cruenta, iconografia.
Collocate all’interno di due ordini di nicchie scavate in una struttura lignea appositamente progettata nel 1517 da fra Giovan Francesco d’Acquanegra “per fare ordine”, esse sono nella maggior parte dei casi identificate come ex voto. Un esempio di artigianato popolare, certo, al quale è opportuno avvicinarsi lasciando da parte pregiudizi o colte riserve.

Anzitutto va precisato che gli ex voto sono una forma di espressione – e dunque di arte – che ha origini molto antiche. Gli esempi conosciuti risalgono a prima degli etruschi e dei romani. Venivano realizzati per ringraziare le forze soprannaturali di una guarigione avvenuta o di uno scampato pericolo. In tal senso l’ex voto rappresentava una promessa di fede per il miracolo ricevuto: a contare è sempre stato il significato simbolico attribuito all’oggetto donato, non il suo valore materiale. Se vogliamo, essi si sono fatti interpreti di una sorta di teatralizzazione della sofferenza ma anche della speranza dell’uomo. Ecco perché – e questo accade anche a Curtatone – gli ex voto non mettono in scena il miracolo ma il momento che lo precede, quello dell’evento infausto, fungendo così anche da ammonimento per fedeli.

 



Non a caso per le statue di Santa Maria delle Grazie si è fatto cenno ad un’insolita e a tratti cruenta iconografia. Entrando (sulla destra) a colpire lo spettatore, ad esempio, è un uomo in ginocchio, con il capo chino, appeso per le braccia ad una fune. Accanto un altro, calato in un pozzo con una pietra al collo, sta per essere salvato da due cherubini apparsi miracolosamente alle sue spalle. Poi, un terzo uomo (Giuanin d’la masola), regge nelle mani una mazza di dimensioni considerevoli mentre ai suoi piedi giacciono la gogna e la testa del condannato. Soprattutto se osservate nell’insieme dell’intero complesso architettonico – dipinto a forti tinte dove a predominare è un intenso rosso pompeiano – fanno una certa impressione. Anche ad occhi inesperti l’apparato iconografico dell’impalcata risulta assai articolato e colmo di significati sottesi.
Procediamo con ordine. Delle 53 statue oggi rimaste (a cui vanno aggiunte 26 armature), quelle ubicate nelle nicchie del primo registro sono le più antiche. Inoltre non tutte sono ex voto. Vi sono anche ritratti di benefattori, dame, cavalieri e religiosi. Senza dubbio l’opera, nella sua interezza, deve ritenersi frutto di interventi a più mani susseguitisi nel tempo, con costanza e dedizione.
Con ogni probabilità gli artefici furono proprio i frati, che non solo realizzarono le statue, ma si occuparono della loro sorte sostituendo i pezzi consunti attraverso un rudimentale ma efficace restauro. La tecnica utilizzata è povera, come i materiali impiegati, anche se l’abilità degli anonimi autori risiede nell’aver ottenuto risultati di pregio, connotati da forti suggestioni persuasive e didattiche; in alcuni casi supportate da una ricerca espressiva e anatomica nella resa dei volti, spesso emozionati ed emozionanti. Il recente restauro ha rivelato (contrariamente a quanto si è sempre pensato) che non si tratta di manufatti in cartapesta bensì di una stratificazione di tele e fogli di carta incollati e fatti aderire con un legante organico e gesso. Anche gli abiti originali furono ottenuti con il medesimo assemblaggio. Le stoffe vennero applicate successivamente, in modo sempre più approssimativo e con tessuti via via di minor pregio. Le più antiche presentano una struttura corporea a tutto tondo.
Le più recenti sono semplici impalcature di legno alle quali – come fossero marionette – venivano aggiunti testa e mani (queste spesso ottenute con guanti imbottiti e dipinti).
Altro particolare curioso è rappresentato dalle decorazioni applicate all’impalcata: occhi (onniscienza e giustizia divine), mani (opere dell’uomo e presenza divina), seni (nutrimento spirituale) e cuori (attributi di carità) ossessivamente ripetuti su tutta la superficie: particolari anatomici che simboleggiano le umane tribolazioni, inguaribili senza l’aiuto della Madonna e della fede quale elemento indispensabile per la salvezza.
Realizzati in produzione seriale attraverso la fusione delle centinaia di ex voto lasciati al santuario dai pellegrini durante il XV secolo, furono incollati mediante uno speciale preparato ottenuto dai frati attraverso le loro abilità di speziali. Un rimando alle statue polimateriche, ossia alla vita terrena, e all’iniziale progetto iconologico che pare mirasse a riprodurre l’immagine gerarchica della società: dal Papa (Pio II) all’Imperatore (Carlo V), dai personaggi illustri sino ai soldati, dai popolani ai contadini e i condannati a morte. Il messaggio volto ai fedeli è chiaro: la Vergine soccorre tutti coloro che si rivolgono a lei. Lo scopo, raggiunto attraverso la visione dei miracolati, è quello di confortare i pellegrini invitandoli alla speranza e all’aiuto celeste.
Il tutto serviva a creare un contatto esplicito fra ciò che si vede (mondo terreno) e ciò che non si vede (divino).
In passato, ad incrementare l’aspetto meraviglioso e al contempo promiscuo di questo luogo a dir poco singolare erano anche altri elementi: bandiere, gonfaloni lungo le pareti, modelli di imbarcazione di ogni forma lasciate cadere dal soffitto insieme alla carcassa di un esotico coccodrillo incatenato (la fede vince il male), unico superstite e testimone del tempo che fu.
Non è tutto. A destare la curiosità degli studiosi sono anche una serie di putti che accompagnano sistematicamente le decorazioni dell’impalcata.
La stravaganza risiede nella loro manifesta e inusuale connotazione sessuale (alternativamente maschile e femminile). Un particolare che rimarca l’unicità di questo peculiare apparato rappresentativo, per certi aspetti eco della cultura umanista e per altri in netto contrasto con l’aulicità dell’arte ufficiale.

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