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L’abate e Fragonard nel paese della seduzione


Fragonard, “Ingresso del Fontanone di Villa d’Este a Tivoli”, sanguigna su carta, 1761

Fragonard, “Ingresso del Fontanone di Villa d’Este a Tivoli”, sanguigna su carta, 1761

La più grande sciagura che possa capitare a un viaggiatore in Italia è di avere a che fare con i vetturini, soprattutto con i vetturini napoletani…”: disagio tuttavia velocemente ripagato dalla splendida vista che si gode dai terrazzi del quartiere di Chiaia, una volta approdati nella grande città partenopea, vivace e trafficata quanto Parigi. Un calice di “Lacrima Christi” farà dimenticare tutto il resto, le lunghe ore di cammino e le scomodità del viaggio. Così descrive l’arrivo a Napoli uno fra i più curiosi ed intriganti viaggiatori in Italia del XVIII secolo, autore di un diario recentemente scoperto e pubblicato grazie agli studi del grande Pierre Rosenberg.

Più vicino ad un “routard” ante-litteram, considerando la sua libertà di giudizio, e di movimento, in un secolo che all’etichetta ed alle buone maniere guardava parecchio, il personaggio in questione è l’abate di Saint-Non, figura centrale nella Parigi di Luigi XVI, cooptato dopo alterne – e non sempre pulite – vicende come Libero Associato Onorario all’“Académie royale de Peinture”, incisore e collezionista, protettore e “talent scout” di tanti giovani artisti che scalpitavano al seguito dell’onnipotente Boucher. Alcuni di questi, “pensionnaires” all’Accademia di Francia a Roma, il nostro abate se li portò con sé, chiedendo loro di immortalare, con matita e sanguigna, i paesaggi e le opere d’arte che via via si offrivano ai loro occhi lungo le tappe di un viaggio che “…ci si propone di rifare ma che difficilmente si ripete due volte nella vita”. Meglio di eccellenti macchine fotografiche, i suoi giovani pupilli copiavano istantaneamente Veneri ellenistiche e volte affrescate, macabre crocifissioni e ridenti pianure, cascate, grotte e grottesche, la purezza di Raffaello e la lascivia di Tiepolo, le tele di Luca “fa presto” Giordano e quelle di Tintoretto “tutto fuoco”. Fra questi, Fragonard fu quello che seguì con più entusiasmo, e comprensione, il peregrinare dell’abate lungo l’Italia. In realtà le loro strade si erano incrociate a Roma, quando Saint-Non era già a metà del suo percorso, durato “…due anni meno quattro giorni”: partito da Parigi, passato per Ginevra per fare un saluto a Voltaire, il nostro abate approdava a Torino attraversando le Alpi; da lì, il tragitto era stato tradizionale: attraverso Bologna e Loreto si scendeva fino a Napoli, per risalire poi, naturalmente, a Roma, dove fermarsi due mesi, e proseguire con Siena, Firenze e Pisa fino a Venezia. Il percorso piegava allora verso est, dove l’ultima città da visitare era Genova, da cui salpare infine per la Francia. Fu un vero e proprio “boom” la moda dell’Italienreise nel XVIII secolo.

Fragonard, “Venere e Amore che dormono spiati da un satiro”, 1761, matita su carta (da pittore caravaggesco del XVII secolo):  da questo disegno di Fragonard, Saint-Non trasse nel 1768  la sua prima acquaforte da un’opera moderna

Fragonard, “Venere e Amore che dormono spiati da un satiro”, 1761, matita su carta (da pittore caravaggesco del XVII secolo):
da questo disegno di Fragonard, Saint-Non trasse nel 1768 la sua prima acquaforte da un’opera moderna

L’abate parigino non voleva tuttavia redigere una guida precisamente esaustiva, né riunire una serie di lettere scritte nelle varie tappe del cammino. Arrivato in Italia, Saint-Non sentiva semplicemente il bisogno di scrivere per ricordare, spontaneo e incantato quanto il guardare ed il vivere nelle nostre contrade. Evitiamo allora di sottolineare imprecisioni e dimenticanze, e lasciamoci condurre dalla penna vivace di un viaggiatore sui generis, abbastanza coraggioso da lasciarsi andare a liberi sfoghi contro le strade impraticabili o l’incuria urbanistica di alcune città, appassionato al punto da intrecciare tenere amicizie lungo il cammino, sempre pronto ad infiammarsi davanti ai plastici furori michelangioleschi ed alle squilibrate prospettive barocche. Dalle pagine del suo diario ammiccano qua e là donne e fanciulle: quelle di Gaeta “…per le loro acconciature e il loro grazioso aspetto”; dalle maschere veneziane di Carnevale sbirciano sguardi femminili, elettrizzati per la libertà di “concedersi di fare ciò che vogliono, grazie all’incognito del travestimento”, mentre dai conservatori della laguna, orfanelle “di grande finezza” donano ai passanti concerti di mottetti e sinfonie – anche Casanova, guarda un po’, si era soffermato a parlarne… Da buon girovago, l’abate assisteva con l’entusiasmo di un bambino a feste popolari e religiose: il gioco del ponte di Pisa, gara violenta fatta qualche giorno dopo Pasqua, in cui si fronteggiavano a colpi di mazza e bastone due squadre di giovani combattenti; il magico sposalizio del doge con il mare a Venezia; l’esaltante miracolo di San Gennaro a Napoli, la cui descrizione costituisce indubbiamente una delle pagine più intense del diario. Sa stupire, Saint-Non, soprattutto quando dà libero sfogo al suo anticlericalismo, descrivendo sarcasticamente la Basilica di San Pietro in occasione della festa del Corpus Domini come un tripudio di decorazioni in grado di coprire la distanza fra Roma e Frascati; ma anche Santa Maria Maggiore, pronta a trasformarsi in una sala da ballo quando il Papa vi celebra messa ed il suo seguito pare una “bizzarra mascherata molto simile a quelle dei Cinesi”! Con la stessa disarmante libertà di giudizio, Saint-Non lancia strali e stende elogi sull’arte e l’architettura del nostro Paese. Da buon seguace di Caylus ammira il Pantheon, visita Portici, Ercolano e Pompei, prende parte al dibattito sulla superiorità della pittura antica sulla moderna, ritenendo la prima inferiore “…per merito alle Statue, ai vasi e alle altre opere di scultura…”.

Fragonard, “La Rotonda palladiana a Vicenza”, 1761, matita su carta

Fragonard, “La Rotonda palladiana a Vicenza”, 1761, matita su carta

 

 


Si accanisce contro il gotico, perciò visita Pisa velocemente, snobbando il Duomo ed il Camposanto – solo la torre pendente è “davvero una cosa singolare”-; così inorridisce davanti alla Basilica di San Marco, “più simile ad una moschea che ad una chiesa, con quelle cupole quasi tutte alte uguali e quella serie di piccole piramidi che non assomigliano a niente”. Amante di un’architettura spoglia, lineare, Saint-Non esalta Palladio e non tollera le arditezze del Fuga e del Borromini, uomini pieni di fuoco, ma anche di vuote stravaganze. Ci trasmette il fascino di alcune città attraverso il colore della pietra con cui sono costruite: Verona è dolcemente rossastra come il marmo locale impiegato nelle sue chiese e Firenze si offre malinconica nella pietra scura che la avvolge, mentre Tivoli si scioglie in un ricordo cristallino e verdeggiante, di cascate e fontane, giardini e umide grotte. In due parole riesce a tratteggiare il carattere e ad abbozzare un giudizio su numerosi artisti italiani, ovviamente a partire da quelli rinascimentali: fra i veneti, Tintoretto è geniale entusiasmo e furia pittorica mentre Tiepolo buon gusto e facilità, anche se a volte commette qualche scivolone e si confonde in inutili arditezze; fra i fiorentini, Raffaello è semplicemente divino, Michelangelo genio fiero e terribile. Alcune volte Saint-Non ci lascia di stucco, leggendo un’opera ai nostri occhi conturbante, quale la Santa Teresa in estasi del Bernini, come piena di grazia e dall’espressione tenerissima, altre invece ci stupisce per la modernità delle posizioni prese contro l’incuria in cui sono tenuti gli splendidi palazzi romani, o per il disordine in cui vengono esposte le opere nella maggior parte delle gallerie. Saint-Non in Italia rivendica il diritto di essere soprattutto un uomo, prima che un abate o un personaggio politico: un uomo e un viaggiatore che si infervora e si annoia, si interroga e si invaghisce, e ad un viaggio chiede, come tutti noi, una riserva di sogni e di immagini “…per nutrirsi il resto della vita”.

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