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L’amarcord di Pomodoro, tra Stravinskij e Fellini


Proponiamo, di seguito, un ampio stralcio dell’intervista di Enrico Giustacchini ad Arnaldo Pomodoro, contenuta nel volume Permette, maestro?

 

Pomodoro, ci dica della sua infanzia.

A casa mia, era la nonna a dominare. La ricordo come donna grande e forte. La mia famiglia era socialista, di quel socialismo che, dalle nostre parti, nel Montefeltro, si innestava nella tradizione repubblicana risorgimentale. Sulle pareti della cucina erano appesi i ritratti di Mazzini e di Garibaldi: ed il Crocefisso. La nonna era persona di fede incrollabile. Di recente, all’inaugurazione della chiesa di Padre Pio progettata da Piano, per la quale ho realizzato la croce, dicevo alla sorella di Renzo: “Se mia nonna fosse qua, a vedere tutto questo!”. Io sono laico, ma certe testimonianze ti segnano.

Mio padre era un affascinante fannullone, un poeta a modo suo, tutto preso dai suoi cavalli, dal suo vagabondare… morì ancor giovane, stroncato dagli eccessi di una vita disordinata. Mia madre deve averlo amato molto, per accettare questo, per sopportarne le assenze. Sapeva essere energica e coraggiosa. Una volta le capitò una squadraccia in casa, volevano dare una “lezione” ai suoi fratelli, militanti antifascisti: non li trovarono, mia madre bevve l’olio di ricino al posto loro.

Io mi rivedo piccino, con i capelli rossi, il viso pieno di efelidi: se aggiungiamo il fatto che mi chiamavo Pomodoro, ci si può immaginare le canzonature! La mia infanzia è comunque piena di ricordi felici: il legame che mi unisce alla mia terra natale è tuttora saldissimo. Ho ricevuto il dono di venire alla luce in un luogo meraviglioso, dove la bellezza della natura e la bellezza creata dall’uomo, già così sublimi, si fondono armoniosamente. Che si vuole di più?

Quando ero negli Stati Uniti, dove mi fermai a lungo, più volte considerai seriamente di trasferirmici in via definitiva: ma ogni volta la nostalgia si faceva così intensa che mi rendevo conto dell’impossibilità di un taglio definitivo alle mie radici. In America mi guardavo attorno, vedevo spazi sconfinati, e mi sembrava di perdermi…

Arnaldo Pomodoro con Igor Stravinskij

Arnaldo Pomodoro con Igor Stravinskij

Eppure lei ha viaggiato molto, in tutto il mondo. Ed ha conosciuto tanti protagonisti della cultura e dell’arte dell’ultimo mezzo secolo. Ci vuole raccontare di qualcuno di questi incontri, a cominciare magari proprio dagli artisti?

In Italia ho conosciuto più o meno tutti. Faccio però qui solo tre nomi. Baj, con il quale ho avuto un’entratura meravigliosa. Boetti, di cui conservo, nella mia casa di campagna, due stanze colme di opere.

E Fontana.

Fontana è stato come un padre per me. Quando, esattamente cinquant’anni fa, mi trasferii a Milano con mio fratello Giò, ci sostenne in ogni modo. Il nostro studio era vicino al suo, all’angolo tra via Visconti di Modrone e corso Monforte, in uno scantinato, che ci indicò lui stesso.

La generosità di Fontana è risaputa, e si stabilì subito un rapporto molto cordiale e affettuoso. Ci capitava spesso di invitarlo nel nostro studio per discutere con lui e ricevevamo sempre consigli molto positivi. Ricordo ancora il suo modo di muoversi, di gestire e di parlare con grande semplicità ma grande acume.

 

E fuori dall’Italia?

Grandi amici sono stati Georges Mathieu, David Smith, Louise Nevelson. Tra me e Louise, una donna robusta e volitiva, la simpatia fu immediata. David era una persona straordinaria. Mathieu mi introdusse in molti ambienti artistici di primo piano, durante il mio soggiorno a Parigi.

 

Fu Mathieu a farle incontrare Giacometti e Dalí?

Proprio così. Gli incontri si svolsero nel 1959, ad un giorno di distanza l’uno dall’altro. I due maestri non potevano essere più diversi, direi antitetici.

Era in corso una mostra, mia e di mio fratello Giò, alla Galerie d’Art Contemporain. Giacometti venne all’inaugurazione: mi colpì la “tranquillità”, la definirei proprio così, ed insieme la profondità con cui seppe leggere il mio lavoro. I complimenti che mi rivolse furono il massimo per me, che lo ammiravo incondizionatamente (tra l’altro, avevo visto da poco le sue sculture alla Guggenheim, e ne ero stato folgorato).

Dalí, invece, mi deluse abbastanza. Io apprezzavo una certa parte almeno della sua pittura: mi affascinava, ad esempio, la surrealtà di un Cristo che poteva fluttuare nello spazio… La realtà fu diversa. L’uomo Dalí mi parve soprattutto preoccupato di ricevere omaggi universali: lo ricordo quando mi apparve davanti drappeggiato in un mantello chiassoso, tirandosi in continuazione i lunghi baffi…

 

E con Barnett Newman, come andarono le cose?

Con lui ci fu subito un’affinità. Fin da quando a New York si provò a commentare una mia scultura, una colonna violata da uno strappo, una crepa. Rammento che pensai che avrebbe potuto essere un suo quadro in rilievo. Interpretò la mia opera nel senso giusto: la curva spezzata, l’idea di una linea che continuasse all’infinito nello spazio.

 

A proposito di grandi maestri. Lei ha dichiarato più volte che la lezione di Brancusi è stata decisiva per il suo lavoro. “Osservando le sue sculture – ha affermato – sento che esse mi danno tutto l’amore ma anche una voglia di distruzione, e le vedo come tarlate e corrose; e mi viene quindi l’idea di inserire tutti i miei segni all’interno dei solidi della geometria, dentro la sua immagine astratta”.

Ci racconti di come riuscì a “visitare” il mitico atelier brancusiano.

Fu nel 1957. Dopo la morte dell’artista, lo studio era stato chiuso, sigillato, e risultava perciò inaccessibile. Io avevo conosciuto lo scultore che aveva l’atelier vicino al suo. Grazie a lui, potei non certo entrare, ma almeno “origliare” nella stanza. Quell’immagine è ancora vivissima in me. Era uno spazio non grande, tutto cosparso di un velo di polvere di gesso, con le sculture in parte coperte dai panni… Fu un’emozione forte, decisiva per me.

Dennis Oppenheim

Dennis Oppenheim

 

Nella sua opera, fondamentale è l’influsso della musica e della letteratura. Cominciamo dalla prima. Le sue sculture rivelano un costante gioco di rimandi con il “dato” musicale.

Sì, io adoro la musica, e considero il ritmo musicale alla base della mia produzione artistica. Ho sempre avuto il massimo rispetto per il lavoro di chi compone musica. Mi sono immedesimato in questo sforzo, arrovellandomi per capirne la dinamica creativa, anche nella sua difficoltà.

 

Tra i suoi autori preferiti c’è Stravinskij…

…che ho avuto la fortuna di conoscere. Fu nel 1955, al vernissage della mia mostra alla galleria dell’Obelisco di Roma. Stravinskij arriva in compagnia della moglie, comincia a girare tra le opere esposte. Guarda una piccola scultura, una sorta di T con una sfera sopra che poteva anche ricordare una croce. “Che bella!” commenta. Io di slancio, la prendo e gliela regalo. Il compositore chiede un foglio e mi fa una dedica tracciando le prime note della Sagra della Primavera. Conservo ancora quella carta, tra le mie cose più preziose.

 

Accennavamo al ruolo della letteratura.

All’inizio della ricerca, avvertivo la necessità di un “supporto” poetico. Stentavo a vedere sino in fondo dentro di me, ad esprimere quel che sentivo e a far capire qual era il mio mondo. La letteratura mi aiutava a decifrare il lavoro. Penso a Kafka: la lettura della Metamorfosi ossessionò a lungo i miei sogni.

Con la poesia il feeling fu ancora più forte.

I più importanti poeti italiani, quelli che erano stati i miei miti di ragazzo di provincia, divennero a Milano presenze concrete, amici cari: Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli. In seguito avrei incontrato – grazie all’attivissima amica Fernanda Pivano – i protagonisti della Beat generation, a cominciare da Allen Ginsberg.

Restando in Italia, non dimentico ovviamente Montale (una delle mie opere più significative, The Pietrarubbia Group, riporta infatti una citazione dai Mottetti, lo splendido verso: “Lo sai: debbo riperderti e non posso”). Anche se i rapporti con lui non erano facili: era sempre serio, taciturno, quando gli si parlava rispondeva quasi a monosillabi… Ma è stato certo uno dei più grandi.

 

Lei ha frequentato spesso pure il mondo del cinema. Fellini, Antonioni, Olmi – per limitarci ad alcuni nomi – sono state presenze importanti nella sua vita.

Indubbiamente. Tra me e Federico c’era molto affetto. A volte ci addentravamo in animate discussioni: io, che mi considero assai più freudiano che junghiano, gli esprimevo con sincerità il mio disaccordo, persino il mio fastidio, per certe immagini delle sue opere, per un certo modo di trasporre sogni e memorie… ma sempre, appunto, con tanto affetto e rispetto.

Nel 1990 ricevemmo insieme a Tokyo – lui per il cinema, io per la scultura – il Praemium Imperiale. Fellini era già malato allora, stanco e amareggiato. Mi confessò la difficoltà a trovare i finanziamenti per il nuovo film: io stentavo a credere che ciò fosse possibile. Poi aggiunse: “Vedi, Arnaldino (mi chiamava spesso così, Arnaldino), le tue sculture rimarranno nel tempo, le mie pellicole invece sono destinate a deteriorarsi, a morire”.

Il giorno stesso, il proprietario della Sony ci condusse nei suoi laboratori, per mostrarci l’avvenuto restauro di Lawrence d’Arabia; e fece dono ad entrambi di uno dei primissimi modelli di lettore cd. Interpretai ciò come un segno del destino, una sorta di risarcimento per un genio del cinema che stava per andarsene.

“Ti sbagliavi, Federico – gli dissi, – ora sai che anche un film può durare nel tempo”.

 

Yoko Ono

Yoko Ono

E Antonioni?

Con lui ho condiviso l’approfondimento del tema dell’incomunicabilità. Abbiamo percorso insieme ampi tratti di strada. Questa frequentazione ha dato luogo, tra l’altro, ad un episodio curioso e divertente, che voglio raccontare.

Ci trovavamo entrambi negli Usa: io insegnavo, lui stava girando Zabriskie Point. Mi chiese un favore: potevo scegliergli a Berkeley due bravi artisti e condurli da lui sul set? Gli servivano per dipingere il famoso aeroplanino che appare nel film. Scelsi i due artisti (uomo e donna) e li accompagnai fino al luogo delle riprese. Antonioni fu molto soddisfatto della scelta: anzi, promosse la donna ad attrice, assegnandole una piccola parte.

E, sempre parlando di maestri del cinema e restando in America, ho incontrato spesso Francis Ford Coppola. Gli proposi anche, in un’occasione, la regia di un’Aida per la Scala con mie scenografie. Purtroppo la cosa non andò in porto. Peccato, sarebbe stato senza dubbio un evento di eccezionale rilievo. (…)

 

Un’ultima osservazione. Giovanni Raboni – un altro poeta da lei molto amato – ha definito le sue sculture “solenni messaggeri di esattezza e di mistero”. Ed in effetti, nell’eterno contrasto tra pieni e vuoti, perfezione delle forme ed erosione della materia, emerge una “fedeltà” a quei segni che sono cifra inconfondibile della sua produzione.

I miei segni… Ne avverto la ripetitività. Il segno a volte si allarga, si dilata; a volte, al contrario, diviene calligrafia minuta, fittissima. Ma è comunque una presenza imprescindibile, una costante del mio lavoro. Così come l’elemento della torsione – risolto in modo insuperabile da Michelangelo -, è per me strumento attraverso il quale la materia prende vita.

E che la materia debba venire assoggettata alla necessità della leggerezza, che il suo peso debba scomparire è indiscutibile. In modo che talvolta una scultura può fluttuare: in realtà il movimento non è necessario, ma è un sintomo di quella necessità.

Per me, la scultura va “proiettata” nello spazio, togliendo quanto si può il peso alla materia e la base fissa. Io ho quasi un bisogno, mentre sono nel mio centro che è l’opera, di andarmene attorno, come a conquistare con l’opera stessa un posto, in un mondo mio multilaterale, con un sogno di altre opere vicine. (settembre 2004)

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