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Piero di Cosimo, il grande pittore “più simile a una bestia che a un uomo”

 

piero di cosimo

Gli Stati Uniti hanno presentato una mostra dedicata aPiero di Cosimo, lavorando sull’eccentricità del maestro, il cui genio fu oscurato da altri giganti, tra i quali certamente Botticelli. “Gli artisti possono essere eccentrici -scrive il New York Times – ma i capricci del maestro del Rinascimento italiano di Piero di Cosimo sono leggendari. Si dice che fosse terrorizzato di temporali e così pirofobico- aveva cioè un orrore per il fuoco – che raramente cucinava il cibo, nutrendosi principalmente delle uova sode che si preparava a 50 alla volta, mentre riscaldava la colla per la sua arte. Egli non ha mai pulito il suo studio e non potava o tagliava gli alberi nel suo frutteto. Giorgio Vasari, il biografo del Rinascimento, ha descritto Piero come vivente “più simile a una bestia che un uomo.”‘

Dopo aver sottolineato l’osservazione attenta, da parte di Piero di Cosimo, della pittura di Leonardo, Vasari evidenzia l’intensa inventiva dello stravagantissimo artista, la cui genialità poteva essere collegata a un modo diverso di vedere il mondo, svelandone così i lati meno evidenti a tutti coloro i quali mostrassero equilibri psichici più consolidati. Tra le stranezze elencate da Vasari, il fatto che Piero di Cosimo amava osserva i muri sui quali i passanti sputavano. Il pittore si avvicinava alla parete per ricavare, da quelle macchie e da quei disegni casuali, forme compiute, con cavalieri e soldati in battaglia o favolose città (leggi e confonta il nostro articolohttp://www.stilearte.it/quando-una-macchia-suggerisce-la-struttura-del-dipinto/   ).
Ma i comportamenti eccentrici, che stanno divertendo tanto gli americani non finiscono qui. Leggiamo il passo di Vasari:
“E bene lo dimostrò meglio dopo la morte di Cosimo,
che egli del continuo stava rinchiuso, e non si lasciava
veder lavorare, e teneva una vita da uomo piuttosto
bestiale che umano. Non voleva che le stanze si spaz-
zassimo; voleva mangiare allora che la fame veniva; e
non voleva che si zappasse o potasse i frutti dell’orto,
anzi lasciava crescere le viti e andare i tralci per terra;
ed i fichi non si potavono mai ne gli altri alberi, anzi
si contentava veder salvatico ogni cosa, come la sua na-
tura; allegando che le cose d’essa natura bisogna lassarle
custodire a lei, senza farvi altro. Recavasi spesso a ve-
dere o animali o erbe o qualche cosa che la natura fa
per istranezza ed a caso di molte volte, e ne aveva un
contento e una satisfazione che lo furava tutto a se stesso,
e replicavalo ne suoi ragionamenti tante volte, che ve-
niva talvolta, ancor che e se n’avesse piacere, a fastidio.
Fermavasi talora a considerare un muro, dove lunga-
mente fusse stato sputato da persone malate, e ne ca-
vava le battaglie de cavagli e le più fantastiche città e
più gran paesi che si vedesse mai: simil faceva de nuvoli
dell’aria.”

UN VIAGGIO TRA LE OPERE DI PIERO DI COSIMO

http://www.youtube.com/watch?v=j2Q2OKTZFHk

LEGGI INTERAMENTE, QUI SOTTO, LA BIOGRAFIA DI PIERO DI COSIMO SCRITTA DA VASARI

LE VITE

DE’ PIU’ ECCELLENTI

PITTORI SCULTORI ED ARCHITETTORI

SCRITTE

DA

GIORGIO VASARI

PITTORE ARETINO

seconda edizione

PIERO DI COSIMO
PITTOR FIORENTINO

( Nato nel 1462 ; morto nel 1521 )

Mentre che il Giorgione ed il Correggio con grande
loro loda e gloria onoravano le parti di Lombardia, non
mancava la Toscana ancor ella di belli ingegni, fra’ quali
non fu de’ minimi Piero figliuolo d’un Lorenzo orafo
ed allievo di Cosimo Rosselli, e però chiamato sempre
e non altrimenti inteso che per Piero di Cosimo: poiché
in vero non meno si ha obligo e si debbe riputare per
vero padre quel che c’insegna la virtù e ci dà il bene
essere, che quello che ci genera e dà l’ essere semplice-
mente. Questi dal padre, che vedeva nel figliuolo vivace
ingegno ed inclinazione al disegno, fu dato in cura a
Cosimo, che lo prese più che volentieri: e fra molti di-
scepoli eh’ egli aveva, vedendolo crescere con gli anni e
con la virtù, gli portò amore come a figliuolo, e per tale
lo tenne sempre. Aveva questo giovane da natura uno
spirito molto elevato, ed era molto stratto e vario di
fantasia dagli altri giovani che stavono con Cosimo per
imparare la medesima arte. Costui era qualche volta
tanto intento a quello che faceva, che ragionando di
qualche cosa, come suole avvenire, nel fine del ragiona-
mento bisognava rifarsi da capo a raccontargniene , es-
sendo ito col cervello ad un’altra sua fantasia. Ed era
similmente tanto amico della solitudine, che non aveva
piacere se non quando pensoso da se solo poteva andar-
sene fantasticando e fare suoi castelli in aria. Onde aveva
cagione di volergli ben grande Cosimo suo maestro, per-
chè se ne serviva talmente nell’opere sue, che spesso
spesso gli faceva condurre molte cose che erano d’im-
portanza, conoscendo che Piero aveva e più bella ma-
niera e miglior giudizio di lui. Per questo lo menò egli
seco a Roma, quando vi fu chiamato da papa Sisto per
far le storie della cappella, in una delle quali Piero fece
un paese bellissimo, come si disse nella Vita di Cosimo. 1
E perchè egli ritraeva di naturale molto eccellentemente,
fece in Roma dimolti ritratti di persone segnalate, e
particularmente quello di Verginio Orsino e di Ruberto
Sanseverino, i quali misse in quelle istorie. Ritrasse an-
cora poi il duca Valentino, figliuolo di papa Alessandro VI:
la qual pittura oggi, che io sappia, non si trova; ma bene
il cartone di sua mano, ed e appresso al reverendo e
virtuoso messer Cosimo Bartoli proposto di San Gio-
vanni. Fece in Fiorenza molti quadri a più cittadini,
sparsi per le lor case, che ne ho visti de’ molto buoni;
e così diverse cose a molte altre persone. È nel novi-
ziato di San Marco, in un quadro, una Nostra Donna
ritta col Figliuolo in collo, colorita a olio: e nella chiesa
di Santo Spirito di Fiorenza lavorò alla cappella di Gino
Capponi una tavola, che vi è dentro una Visitazione di
Nostra Donna con San Nicolò e un Sant’Antonio che
legge con un par d’occhiali al naso, che è molto pronto.
Quivi contrafece uno libro di cartapecora un pò vecchio,
che par vero; e così certe palle a quel San Niccolò, con
certi lustri, ribattendo i barlumi e riflessi l’una nell’al-
tra, che si conosceva infino allora la stranezza del suo
cervello, ed il cercare che e’ faceva delle cose diffìcili.”
E bene lo dimostrò meglio dopo la morte di Cosimo,
che egli del continuo stava rinchiuso, e non si lasciava
veder lavorare, e teneva una vita da uomo piuttosto
bestiale che umano. Non voleva che le stanze si spaz-
zassimo; voleva mangiare allora che la fame veniva; e
non voleva che si zappasse o potasse i frutti dell’orto,
anzi lasciava crescere le viti e andare i tralci per terra;
ed i fichi non si potavono mai ne gli altri alberi, anzi
si contentava veder salvatico ogni cosa, come la sua na-
tura; allegando che le cose d’essa natura bisogna lassarle
custodire a lei, senza farvi altro. Kecavasi spesso a ve-
dere o animali o erbe o qualche cosa che la natura fa
per istranezza ed a caso dimolte volte, e ne aveva un
contento e una satisfazione che lo furava tutto a se stesso,
e replicavalo ne suoi ragionamenti tante volte, che ve-
niva talvolta, ancor che e se n’avesse piacere, a fastidio.
Fermavasi talora a considerare un muro, dove lunga-
mente fusse stato sputato da persone malate, e ne ca-
vava le battaglie de cavagli e le più fantastiche città e
più gran paesi che si vedesse mai: simil faceva de nuvoli
dell’ aria.

Diede opera al colorire a olio, avendo visto certe cose
di Lionardo fumeggiate e finite con quella diligenza estre-
ma, che soleva Lionardo quando e voleva mostrar l’arte;
e così Piero, piacendoli quel modo, cercava imitarlo,
quantunque egli fusse poi molto lontano da Lionardo,
e dall’altre maniere assai stravagante, perchè bene si
può dire che e’ la mutasse quasi a ciò eh’ e’ faceva. E se
Piero non fusse stato tanto astratto, e avesse tenuto più
conto di se nella vita, che egli non fece, arebbe fatto
conoscere il grande ingegno che egli aveva, di maniera
che sarebbe stato adorato; dove egli per la bestialità
sua fu piuttosto tenuto pazzo, ancora che egli non facesse
male se non a se solo nella fine, e benefizio ed utile con
le opere all’ arte sua. Per la qual cosa doverebbe sempre
ogni buono ingegno ed ogni eccellente artefice, ammae-
strato da questi esempli, aver gli occhi alla fine. Ne la-
sciare di dire che Piero nella sua gioventù, per essere
capriccioso e di stravagante invenzione, fu molto ado-
perato nelle mascherate che si fanno per carnovale, e
fu a que’ nobili giovani fiorentini molto grato, avendogli
lui molto migliorato e d’ invenzione e d’ ornamento e di

grandezze e pompa quella sorte di passatempi. E si dice
che fu de’ primi che trovasse di mandargli fuora a guisa
di trionfi, o almeno gli migliorò assai con accomodare
l’ invenzione della storia non solo con musiche e parole
a proposito del subietto, ma con incredibil pompa d’ac-
compagnatura di uomini a pie ed a cavallo, di abiti ed
abigliamenti accomodati alla storia: cosa che riusciva
molto ricca e bella, ed aveva insieme del grande e dello
itìgegnioso. E certo era cosa molto bella a vedere, di
notte, venticinque o trenta coppie di cavalli ricchissima-
mente abigliati, co’lor signori travestiti secondo il sug-
getto della invenzione; sei o otto staffieri per uno, ve-
stiti d’una livrea medesima, con le torcie in mano, che
talvolta passavano il numero di quattrocento; e il carro
poi o trionfo pieno di ornamenti o di spoglie, e bizzar-
rissime fantasie: cosa che fa assottigliare gli ingegni, e
dà gran piacere e satisfazione a’ popoli.

Fra questi, che assai furono ed ingegniosi, mi piace
toccare brevemente d’uno che fu principale invenzione
di Piero già maturo d’anni, e non come molti piacevole
per la sua vaghezza, ma, per il contrario, per una strana
e orribile ed inaspettata invenzione di non piccola sati-
sfazione a’ popoli; che come ne’ cibi talvolta le cose agre,
così in quelli passatempi le cose orribili, purché sieno
fatte con giudizio ed arte, dilettano maravigliosamente
il gusto umano: cosa che apparisce nel recitare le tra-
gedie. Questo fu il carro della Morte, da lui segretissi-
mamente lavorato alla sala del Papa, che mai se ne
potette spiare cosa alcuna, ma fu veduto e saputo in un
medesimo punto. Era il trionfo un carro grandissimo
tirato da bufoli, tutto nero e dipinto d’ossa di morti e
di croce bianche; e sopra il carro era una Morte gran-
dissima in cima, con la falcie in mano; ed aveva in giro
al carro molti sepolcri col coperchio: ed in tutti que 1 luo-
ghi che il trionfo si fermava a cantare, s’aprivano e
uscivano alcuni vestiti di tela nera, sopra la quale erano
dipinte tutte le ossature di morto nelle braccia, petto,
rene e gambe, che il bianco sopra quel nero, ed appa-
rendo di lontano alcune di quelle torcie con maschere
che pigliavano col teschio di morto il dinanzi e dirieto
e parimente la gola, oltra al parere cosa naturalissima,
era orribile e spaventosa a vedere; e questi morti, al
suono di certe trombe sorde e con suon roco e morto,
uscivano mezzi di que’ sepolcri, e sedendovi sopra, can-
tavano in musica piena di malenconia quella oggi nobi-
lissima canzone:

Dolor, pianto e penitenzia, ec.

Era innanzi e adrieto al carro gran numero di morti
a cavallo sopra certi cavagli con somma diligenzia scelti
de’ più secchi e più strutti che si potessin trovare, con
covertine nere piene di croci bianche; e ciascuno aveva
quattro staffieri vestiti da morti con torcie nere, ed uno
stendardo grande nero, con croci ed ossa e teste di morto.
Appresso al trionfo si strassinava dieci stendardi neri; e
mentre camminavano, con voce tremanti ed unite diceva
quella compagnia il Miserere, salmo di Davit.

Questo duro spettacolo, per la novità, come ho detto,
e terribilità sua, misse terrore e maraviglia insieme in
tutta quella città; e sebbene non parve nella prima giunta
cosa da carnovale, nondimeno per una certa novità, e
per essere accomodato tutto benissimo, satisfece agli
animi di tutti; e Piero, autore ed inventore di tal cosa,
ne fu sommamente lodato e commendato, e fu cagione
che poi di mano in mano si seguitassi di fare cose spi-
ritose e d’ingegnosa invenzione; che in vero per tali
suggetti e per condurre simil feste non ha avuto questa
città mai paragone; ed ancora in quje’ vecchi che lo vi-
dero ne rimane viva memoria, ne si saziano di celebrar
questa capricciosa invenzione. Senti 1 dire io a Andrea di
Cosimo, 1 che fu con lui a fare questa opera, ed Andrea
del Sarto, che fu suo discepolo e vi si trovò anche egli,
che e’ fu opinione in quel tempo, che questa invenzione
fussi fatta per significare la tornata della Casa de’ Me-
dici, del dodici in Firenze; perchè allora che questo trionfo
si fecie erano esuli, e come dire morti, che do vessino in
breve resuscitare; ed a questo fine interpretavano quelle
parole che sono nella canzone:

Morti siam, come vedete;
Così morti vedren voi :
Fummo già come voi siete;
Vo’ sarete come noi, ec,

volendo accennare la ritornata loro in casa, e quasi come
una resurrezione da morte a vita, e la cacciata ed abas-
samento de’contrarj loro: oppure che russe, che molti
dallo effetto che seguì della tornata in Firenze di quella
illustrissima Casa, come son vaghi gli ingegni umani di
applicare le parole e ogni atto che nascie prima, agli
effetti che seguon poi, che gli fu dato questa interpre-
tazione. Certo è che questo fu allora oppinione di molti,
e se ne parlò assai.

Ma ritornando all’arte ed azioni di Piero, fu allogato
a Piero una tavola alla cappella de Tedaldi nella chiesa
de Frati de’ Servi, dove eglino tengono la veste ed il
guanciale di San Filippo lor frate; nella quale fìnse la
Nostra Donna ritta, che e rilevata da terra in un dado,
e con un libro in mano, senza il Figliuolo, che alza la
testa al cielo, e sopra quella è lo Spirito Santo che la
illumina. We ha voluto che altro lume che quello che
fa la colomba lumeggi e lei e le figure che le sono in-
torno, come una Santa Margherita ed una Santa Cate-
rina che la adorano ginocchioni ; e ritti son a guardarla
San Pietro e San Giovanni Evangelista, insieme con San
Filippo frate de 1 Servi e Sant’Antonino arcivescovo di
Firenze; oltra che vi fece un paese bizzarro e per gli
alberi strani e per alcune grotte. E per il vero, ci sono
parti bellissime; come certe teste che mostrano e disegno
e grazia, oltra il colorito molto contino vato: e certa-
mente che Piero possedeva grandemente il colorire a
olio. Fecevi la predella con alcune storiette piccole, molto
ben fatte; ed in fra l’altre ve n’è una quando Santa
Margherita esce del ventre del serpente, che per aver
fatto quello animale e contraffatto e brutto, non penso
che in quel genere si possa veder meglio, mostrando il
veleno per gli occhi, il fuoco e la morte in uno aspetto
veramente pauroso. ‘ E certamente che simil cose non
credo che nessuno le facesse meglio di lui, ne le ima-
ginasse a gran pezzo; come ne può render testimonio
un mostro marino che egli fece e donò al magnifico Giu-
liano de’ Medici, che per la deformità sua è tanto stra-
vagante, bizzarro e fantastico, che pare impossibile che
la natura usasse e tanta deformità e tanta stranezza
nelle cose sue. Questo mostro e oggi nella guardaroba
del duca Cosimo de Medici; così come è anco, pur di
mano di Piero, un libro d’animali della medesima sorte,
bellissimi e bizzarri, tratteggiati di penna diligentissi-
mamente, e con una pazienza inestimabile condotti; il
quale libro gli fu donato da messer Cosimo Bartoli pro-
posto di San Giovanni, mio amicissimo e di tutti i nostri

artefici, come quello che sempre si è dilettato ed ancora
si diletta di tale mestiero. 1 Fece parimente in casa di
Francesco del Pugliese intorno a una camera diverse
storie di figure piccole; ne si può esprimere la diversità
delle cose fantastiche che egli in tutte quelle si dilettò
dipignere, e di casamenti e d’animali e di abiti e stru-
menti diversi, ed altre fantasie, che gli sovvennono per
essere storie di favole. Queste istorie, doppo la morte
di Francesco del Pugliese e de 1 figliuoli, sono state le-
vate, ne so ove sieno capitate. E così un quadro di Marte
e Venere con i suoi amori e Vulcano, fatto con una
grande arte e con una pazienza incredibile. Dipinse Piero
per Filippo Strozzi vecchio un quadro di figure piccole,
quando Perseo libera Andromeda dal mostro; che v’è
dentro certe cose bellissime: il qual è oggi in casa il
signor Sforza Almeni, primo cameriere del duca Cosimo,
donatogli da messer Giovanni Batista di Lorenzo Strozzi,
conoscendo quanto quel signore si diletti della pittura e
scoltura; e egli ne tien conto grande, perchè non fecie
mai Piero la più vaga pittura né la meglio finita di
questa, atteso che non e possibile veder la più bizzarra
orca marina ne la più capricciosa di quella che si im-
maginò di dipignere Piero, con la più fiera attitudine di
Perseo che in aria la percuote con la spada. Quivi fra ‘1
timore e la speranza si vede legata Andromeda, di volto
bellissima; e qua innanzi molte genti con diversi abiti
strani sonando e cantando, ove sono certe teste che ri-
dano e si rallegrano di vedere liberata Andromeda, che
sono divine. Il paese e bellissimo, e d’un colorito dolce
e grazioso; e quanto si può unire e sfumare colori, con-
dusse questa opera con estrema diligenzia.

Dipinse ancora un quadro, dov’ e una Venere ignuda
con un Marte parimente, che spogliato nudo dorme so-
pra un prato pien di fiori; ed attorno son diversi amori,
che chi in qua chi in là traportano la celata, i bracciali
e l’altre arme di Marte. Evvi un bosco di mirto, ed un
Cupido che ha paura d’un coniglio: così vi sono le co-
lombe di Yenere e l’altre cose di amore. Questo quadro
è in Fiorenza in casa Giorgio Vasari, tenuto in memoria
sua da lui, perchè sempre gli piacquer i capricci di questo
maestro. Era molto amico di Piero lo spedalingo de-
gl’Innocenti; e volendo far fare una tavola che andava
all’entrata di chiesa a man manca, alla cappella del
Pugliese, la allogò a Piero, il qual con suo agio la con-
dusse al fine: ma prima fece disperare lo spedalingo, che
non ci fu mai ordine che la vedesse se non finita; e
quanto ciò gli paresse strano e per l’amicizia e per il
sovvenirlo tutto il dì di danari, e non vedere quel
non gliele voleva dare se non vedeva V opera : ma minac-
ciato da Piero che guasterebbe quel che aveva fatto,
fu forzato dargli il resto, e con maggior collera che
prima, aver pazienza che la mettesse su. E in questa
sono veramente assai cose buone. 1 Prese a fare per una
cappella una tavola nella chiesa di San Piero Gattolini,
e vi fece una Nostra Donna a sedere, con quattro figure
intorno, e due Angeli in aria che la incoronano: opera
condotta con tanta diligenzia, che n’acquistò lode ed
onore: la quale oggi si vede in San Friano, sendo rovi-
nata quella chiesa. 2 Fece una tavoletta della Concezione
nel tramezzo della chiesa di San Francesco da Fiesole;
la quale è assai buona cosetta, sendo le figure non molto
grandi. 3 Lavorò per Griovan Vespucci, che stava dirim-
petto a San Michele della via de’ Servi, oggi di Pier Sal-
viati, alcune storie baccanarie che sono intorno a una
camera; nelle quali fece sì strani fauni, satiri e silvani,
e putti e baccanti, che è una maraviglia a vedere la di-
versità de’ zaini e delle vesti, e la varietà delle cere ca-
prine, con una grazia ed imitazione verissima. Evvi in
una storia Sileno a cavallo su uno asino con molti fan-
ciulli, chi lo regge e chi gli dà bere; e si vede una letizia
al vivo, fatta con grande ingegno.

E, nel vero, si conosce in quel che si vede di suo uno
spirito molto vario ed astratto dagli altri, e con certa
sottilità nello investigare certe sottigliezze della natura
che penetrano, senza guardare a tempo o fatiche, solo
per suo diletto e per il piacere dell’ arte. E non poteva
già essere altrimenti, perchè, innamorato di lei, non cu-
rava de’ suoi comodi, e si riduceva a mangiar continua-
mente ova sode, che, per rispiarmare il fuoco, le coceva
quando faceva bollir la colla; e non sei o otto per volta,
ma una cinquantina; e tenendole in una sporta, le con-
sumava a poco a poco : nella quale vita così stranamente
godeva, che l’altre, appetto alla sua, gli parevano ser-
vitù. Aveva a noia il piagner de’ putti, il tossir degli
uomini, il suono delle campane, il cantar de’ frati: e
quando diluviava il cielo d’acqua, aveva piacere di veder
rovinarla a piombo da’ tetti e stritolarsi per terra. Aveva
paura grandissima delle saette, e quando e’ tonava straor-
dinariamente, si inviluppava nel mantello, e serrato le
finestre e l’uscio della camera, si recava in un cantone fin
che passasse la furia. Nel suo ragionamento era tanto
diverso e vario, che qualche volta diceva sì belle cose,
che faceva crepar dalle risa altrui. Ma per la vecchiezza,
vicino già ad anni ottanta, era fatto sì strano e fanta-
stico, che non si poteva più seco. Non voleva che i gar-
zoni gli stessino intorno, di maniera, che ogni aiuto per
la sua bestialità gli era venuto meno. Venivagli voglia di
lavorare, e per il parletico non poteva, ed entrava in
tanta collera, che voleva sgarare le mani che stessino
ferme ; e mentre che e’ borbottava , o gli cadeva la mazza
da poggiare, o veramente i pennelli, che era una com-
passione. Adiravasi con le mosche, e gli dava noja infìno
a l’ombra. E così ammalatosi di vecchiaja, e visitato pure
da qualche amico, era pregato che dovesse acconciarsi
con Dio: ma non li pareva avere a morire, e tratteneva
altrui d’oggi in domane; non che e’ non fussi buono e
non avessi fede; che era zelantissimo, ancora che nella
vita fusse bestiale. Ragionava qualche volta de’ tormenti
che per i mali fanno distruggere i corpi, e quanto stento
patisce chi consumando gli spiriti a poco a poco si muore:
il che è una gran miseria. Diceva male de’ medici, degli
speziali e di coloro che guardano gli ammalati e che gli
fanno morire di fame; oltra i tormenti degli sciloppi,
medicine, cristieri, e altri martori, come il non essere
lasciato dormire quando tu hai sonno, il fare testamento,
il veder piagnere i parenti, e lo stare in camera al buio:
e lodava la giustizia, che era così bella cosa l’andare
alla morte, e che si vedeva tant’aria e tanto popolo,
che tu eri confortato con i confetti e con le buone pa-
role; avevi il prete ed il popolo che pregava per te, e
che andavi con gli Angeli in paradiso; che aveva una
gran sorte chi n’usciva a un tratto. E faceva discorsi e
tirava le cose a’ più strani sensi che si potesse udire.
Laonde per sì strane sue fantasie vivendo stranamente,
si condusse a tale, che una mattina fu trovato morto
appiè d’una scala, l’anno 1521; ed in San Pier Mag-
giore gli fu dato sepoltura.

S’ io strano , et strane fur le mie figure ;
Diedi in tale stranezza et grazia et arte;
Et chi strana il disegno a parte a parte ,
Dà moto, forza, et spirto alle pitture ».

Molti furono i discepoli di costui, e fra gli altri An-
drea del Sarto, che valse per molti. Il suo ritratto s’è
avuto da Francesco da San Gallo, che lo fece mentre
Piero era vecchio, come molto suo amico e domestico:
il qual Francesco ancora ha di mano di Piero (che non
la debbo passare) una testa bellissima di Cleopatra con
uno aspido avvolto al collo, e dua ritratti, l’uno di Giu-
liano suo padre, l’altro di Francesco Giamberti suo avolo,
che paion vivi.

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