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L’arte dei primitivi. Gli psicanalisti: “Serviva a contenere l’angoscia”




La proiezione di porzioni di sogno sulla pietra, ma pure la rappresentazione come creazione di un mondo degli uomini di mezzo, intermedio tra sé e la realtà, un luogo nel quale evocare fantasmi, compensare il distacco dalla madre, lenire la sofferenza della morte, introiettare l’immagine degli animali, fissare i punti di partenza per una conoscenza condivisa. Non esisterebbe un movente unico dietro l’atto di produzione di pittogrammi, ideogrammi e psicogrammi, ma una concatenazione di eventi psichici che possono essere comunque sintetizzati dalla necessità, da parte dell’uomo primitivo, di rappresentare il rapporto tra sé, gli altri e la natura, nell’elaborazione di un piano che diviene, nel tempo, visione del mondo.

Una visione che però si compone attraverso la mancanza, l’oggetto sottratto. Psicologia e psicoanalisi si sono addentrate così nel territorio complesso delle incisioni rupestri, al Valcamonica Symposium 2007, organizzato dal Centro Camuno di studi preistorici. In particolare il convegno si è riferito alla metodologia interpretativa offerta dalla micropsicoanalisi, una modalità di ricerca derivata dalla psicoanalisi freudiana, che non si ferma allo studio dell’uomo in rapporto esclusivo con la sua infanzia, ma che porta l’indagine a tutta la sua ontogenesi e la sua filogenesi, “come lo studio dell’inconscio e in particolare di ciò che lo precede e lo sostiene”. Di fatto gli psicanalisti si sono mossi dagli studi sull’arte rupestre compiuti da Emmanuel Anati, affrontando non tanto una lettura iconologica, quanto l’illustrazione dei meccanismi psichici che portarono i primi uomini a incidere la pietra. Nicola Peluffo, psicologo, micropsicanalista didatta, ha evidenziato elementi convergenti tra “l’essenza della grafica preistorica e le immagini oniriche attuali”. “Il quantum energetico mobilitato e non immediatamente scaricato – ha detto – crea una compressione che può essere espressa, durante il sonno, con le rappresentazioni oniriche. Se non esaurita in sonno viene elaborata da svegli con attività varie, compresa l’arte che traduce le vibrazioni non scaricate in oggetti onirici e artistici.

In definitiva è sempre un’utilizzazione cinetica dell’energia aggressivo-sessuale che nella preistoria, un mondo in cui l’intelligenza sensorio-motoria era la principale maniera di rapportarsi al reale, doveva avere anche una grande importanza pratica”. Di fatto, ha sostenuto in sintesi Pelucco, le funzioni delle rappresentazioni oniriche sono immutate nel tempo, in quanto l’Es, secondo Freud, è collocato al di là della dimensione temporale. Anati ha invitato comunque a distinguere tra le stelle fisse e il sistema cognitivo, che muta nel tempo. Manuela Tartari, micropsicanalista didatta, ha affermato che “il contributo principale della psicoanalisi alla comprensione delle immagini incise sulle pietre dai nostri antenati risiede nel modello di spiegazione dei processi di generazione, memorizzazione ed elaborazione delle immagini psichiche”. Tartari, sottolineando la presenza di creature fantastiche nell’ambito della produzione artistica degli uomini primitivi, ha parlato della condensazione, ottenuta attraverso la costruzione di figure che contengono parti di diversi animali ed esseri umani. Citando lo studio di Marinov (1986), ha ricordato che la creazione di chimere appare come il frutto di “un’operazione psichica che ha rimosso, cancellato un’immagine a forte contenuto angoscioso, il fantasma della scena primaria, vale a dire l’unione sessuale dei genitori, che il bambino percepisce e fantastica associandovi importanti vissuti di invidia, esclusione e abbandono”. La rappresentazione artistica sarebbe pertanto un’immagine compensativa capace “di contenere l’angoscia tramite una trasformazione e uno spostamento degli affetti concomitanti”.


Lenire un dolore è farsi ragione della morte, ha detto Salomon Resnik: e non è un caso che tra gli oggetti artistici prodotti dall’uomo vi siano i vasi per contenere le ceneri dei defunti, come, del resto, le incisioni rupestri somigliano ai primari, dolci o violenti, ma indelebili segni – il rumore del vento, il seno della madre ecc. – che incidono la mente del neonato. Ma l’arte rupestre non si misura esclusivamente con il senso della perdita. L’uomo arcaico avverte anche la necessità di capire dove passa la linea di demarcazione tra sé e il mondo. “Il tentativo di separare le azioni mentali reali da quelle illusorie – ha detto Pier Luigi Bolmida dell’Istituto italiano di micropsicoanalisi e specialista in psicopatologia clinica – si configurerebbe come prima delle costanti universali che hanno caratterizzato la specie fin dalle sue origini mantenendosi, per continuità ereditaria, inalterata sino ai nostri giorni”. Bolmida ha quindi citato un’affermazione di Anati, il quale ha sostenuto che “nell’arte rupestre, la tematica è ristretta e sempre uguale a se stessa”. “La rappresentazione mentale di un’azione che ha avuto successo, anche in modo casuale e non voluto tramite la ripetizione sistematica del gesto stesso, sembra dunque costituire il secondo elemento portante dell’eredità arcaica che caratterizza la specie umana – ha commentato lo psicanalista -. I meccanismi di incorporazione dell’oggetto esterno tramite assimilazione di alcune delle sue caratteristiche principali si pone come ulteriore elemento principale di quell’eredità psichica che stiamo considerando”. Lo studioso ha poi evidenziato “la tendenza dell’apparato psichico a ‘legare’ i singoli moti pulsionali, stabilendo collegamenti e connessioni”. Le incisioni rupestri dimostrerebbero allora “la capacità di rappresentare il reale e di ricostruirlo in modo soggettivo: l’arte si porrebbe quindi come ultima delle tendenze arcaiche che si sono considerate”. Ambrogio Zaia ha esaminato la possibilità che la pittografia abbia svolto la “funzione generatrice di aiutare l’uomo primitivo nella costruzione di una realtà sulla base di rappresentazioni psichiche coscienti e riprodotte simbolicamente nelle pitture rupestri; dunque la pittografia come strumento di rappresentazione affettiva per transitare dal passato al presente e poi al futuro attraverso un contenimento dell’angoscia che fissa i processi ripetitivi primitivi in un processo evolutivo”.

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