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Le 600 copertine dei dischi dipinte o disegnate dai grandi autori, Warhol compreso. Quali sono, come trovarle

Nel secondo dopoguerra un numero sempre maggiore di artisti, in virtù della convergenza tra le arti avviata all’inizio del Novecento, lavorò per creare le copertine a dischi, Lp o singoli, prodotti da cantanti, complessi e cantautori che si ponevano su una linea di rottura della tradizione. Andy Warhol, che aveva un passato da grafico e che, in fondo, avrebbe sviluppato la propria attività artista in modo parallelo rispetto alle evidenze di quel mercato, fu tra i principali interpreti, sotto il profilo qualitativo, di questo fenomeno come risulta dal pregevole libro Art Record Covers, che celebra, appunto, l’unione di artisti, fotografi e musicisti dal 1955 a oggi. Una buona abitudine, interrotta,in buona parte, ora, dal diretto recupero on line dei tracciati musicali stessi, senza confezione.

 

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L’autore del libro Art record covers, Francesco Spampinato, evidenzia che fu nel 1940 l’avvio cospicuo di questa tendenza artisticamente produttiva, che sbrecciava i muri tra generi espressivi, secondo i sogni delle avanguardie d’inizio secolo. E protagonista risulta fu la casa di incisione e produzione americana Columbia Revords che ritenne che copertine d’autore potessero portare ad un aumento delle vendite di dischi d’autore. La copertina veniva intesa non come un semplice abbellimento del contenitore, ma come la facciata di un libro – e usiamo il termine architettonico, per sottolinearne la fondamentale importanza – . Spampinato, nel volume, ha selezionato 600 tavole che costituiscono anche una lezione nel campo della promozione creativa del prodotto. Ordinate per artista, le copertine rivelano come l’arte moderna, postmoderna e concettuale, nonché la Pop Art e la street art, abbiamo permeato questo settore collaterale della produzione visiva e accompagnato la distribuzione di massa della musica con immagini caratterizzanti che evocano istintivamente un’esperienza sonora. Lungo il percorso, troviamo i geroglifici urbani di Jean-Michel Basquiat per la propria casa discografica Tartown, gli stencil di Banksy per i Blur, il teschio sineddotico di Damien Hirst per The Hours e la farfalla infilzata da un palo di Salvador Dalí per Lonesome Echo di Jackie Gleason. Ciascuna copertina è accompagnata da una breve analisi e da una scheda contenente il nome dell’artista e del musicista, il titolo dell’album, la denominazione della casa discografica, l’anno di uscitaanno di uscita e informazioni sull’opera. Inoltre, le interviste a Tauba Auerbach, Shepard Fairey, Kim Gordon, Christian Marclay, Albert Oehlen e Raymond Pettibon offrono resoconti e informazioni di prima mano sulla collaborazione tra artisti visivi e musicali.

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Art Record Covers
 

 

CULTURA VISIVA PER I BEATLES
LO STUDIO DI LUCA BEATRICE

Mark Ryden, cover di Uncle Anesthesia degli Screaming Trees

Mark Ryden, cover di Uncle Anesthesia degli Screaming Trees

Il 12 marzo del 1967 i Velvet Underground pubblicano il loro primo album, il “disco della banana”, prodotto e illustrato dal pigmalione Andy Warhol. Nel giugno dello stesso anno, Peter Blake realizza la copertina di Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, ottavo, sovversivo lavoro dei Beatles: dopo l’incontro con il Flower Power (la cultura hippy), i Baronetti stravolgono le convenzioni discografiche britanniche con le loro uniformi da circo in raso rosa, azzurro e giallo. Infine, in autunno, a Roma, le esecuzioni live del Piper vengono riprese in chiave prog-pop-jazz da un insolito gruppo, Le stelle di Mario Schifano: mentore è lo stesso artista, che cura anche la cover del disco con un suo dipinto coevo. Anche il critico Luca Beatrice si è occupato dI questo argomento, evidenzianDo, in particolar modo, le matrici stilistico-semantiche, dei dipinti.


Il 1967 segna la definitiva affermazione del Pop che, con la sua carica eversiva, travalica ogni limite, giungendo a profanare gli spazi sino ad allora padroneggiati dall’avanguardia. I criptici esperimenti di John Cage, autore concettuale e performer degli anni Cinquanta, diventano l’emblema di una cultura anacronistica ed elitaria, travolta da una nuova forma di commistione tra le arti, più immediata e propensa alla prevalenza dell’immagine sul testo.

Un libro di Luca Beatrice, Visioni di suoni ripercorre le tappe di questa rivoluzione analizzando le più celebri interazioni tra musica e arte: dall’incontro dei Fab Four con Blake sino alle epidermiche esibizioni pittoriche e canore di Pete Doherty.

Stile arte intervista Bianca Martinelli, autrice del libro ”Andy Warhol Music Show. La prima discografia illustrata dedicata al genio della Pop Art”.

Iniziamo con una domanda di rito, come nasce l’idea di questo lavoro?

La copertina del libro

La copertina del libro

L’idea alla base del libro coincide sostanzialmente con due dei miei interessi personali: l’arte contemporanea e la musica. In questo senso ho iniziato le prime ricerche durante gli anni liceali, quando scoprii l’esistenza di quelle che forse sono le due cover più conosciute firmate dalla mano di Andy Warhol ovvero The Velvet Underground & Nico (la celeberrima banana cover), album d’esordio della band omonima, e Sticky Fingers dei Rolling Stones. Nel corso degli anni, attraverso cataloghi, mercatini dell’usato e internet, ho poi scoperto che in realtà la produzione di copertine da parte di Warhol non si limitava a quelle due cover ma era ben più vasta… Da qui l’idea di tentare di ricostruire un elenco o una cronologia di questa produzione.

Ne è nato quindi saggio che prova a raccontare le compenetrazioni e le contaminazioni avvenute, a partire dalla fine degli anni Quaranta del Novecento, tra il settore delle arti visive e quello musicale, che indaga la discografia come fenomeno dalle evidenti qualità artistiche, che narra di come la cover musicale si sia fatta espressione di una cultura, di una società e dei suoi target.
Altra questione a mio avviso degna di nota è l’analisi di come la storia della musica possa essere considerata anche una storia di immagini e di come queste ultime abbiano giocato un ruolo fondamentale nel processo di cambiamento dei termini di fruizione del prodotto musicale.
Ovviamente, come s’intuisce dal titolo, il caso da me preso in considerazione quale esempio concreto è quello di Andy Warhol.

Perché scrivere quello che potrebbe essere considerato l’ennesimo libro su Warhol?

Diciamo che più che un libro su Warhol è un libro su un particolare filone della produzione di Warhol che ad oggi risulta ancora sconosciuto a molti. Forse non tutti sanno che, oltre ai due celeberrimi lavori sopraccennati, Warhol ha ideato e realizzato copertine musicali dal 1949 al 1987 (anno della sua morte), la sua è dunque una produzione lunga quasi una quarantina d’anni e in grado di abbracciare stili e generi musicali assai diversi come, ad esempio, il rock, il jazz, la pop music, la lirica o balletto classico mentre, tra le icone del panorama musicale mondiale che vantano una collaborazione con lui, mi piace ricordare Miguel Bosè, Diana Ross, John Lennon, Aretha Franklin e l’italiana Loredana Bertè… Direi che quantità e qualità parlano chiaro.

Bianca Martinelli accanto a un'opera di Judd

Bianca Martinelli accanto a un’opera di Judd

Dicevi, dal 1949 al 1987, è quindi possibile parlare di evoluzione? Cosa cambia nell’arco di un così considerevole lasso di tempo?

In effetti cambiano molte cose, cambia soprattutto l’approccio dell’artista alla progettazione del lavoro. Se infatti nelle copertine degli inizi, realizzate per case discografiche come la Columbia e la RCA da un Warhol poco più che ventenne e con una forte necessità di sbarcare il lunario, si scorgono palesemente quelli che sono dei “vincoli d’immagine” dettati dalle case discografiche paganti, negli anni della maturità, e in concomitanza con l’affermazione della Pop Art su scala mondiale, anche nelle copertine si riscontra maggiore autonomia stilistica e risultati decisamente più in linea con l’estetica Pop.

BIANCA MARTINELLI RITRATTO

Una curiosità sul libro che non hai mai detto a nessuno…

Molte delle copertine visibili all’interno del libro sono mie personali!

Un’ultima domanda: se è abbastanza condivisibile il fatto che si possa raccontare la storia della musica attraverso le immagini, nel libro tu ti poni la questione inversa e ovvero se sia possibile fare la storia dell’arte contemporanea attraverso le copertine musicali…

Conclusioni?
Questo non posso svelarlo! Per saperlo dovrete leggere il libro…


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Andy Warhol music show. La prima «discografia» illustrata dedicata al genio della pop art
di Bianca Martinelli

Padre nobile del pop e autentica fabbrica di icone visive destinate a incidere con particolare efficacia sull’immaginario contemporaneo, Andy Warhol non fu soltanto un artista in grado di infiammare il pubblico delle gallerie, ma, grazie al suo personale e coinvolgente rapporto con la musica, estese la potenza del suo segno al mondo della discografia, firmando copertine memorabili e facendo la storia di questo genere. Dalla storica “banana” del celebre Lp dei Velvet Underground fino all’artwork dedicato ai Rolling Stones di “Love You Live”, passando per immagini meno note come quelle create per Loredana Berte e Miguel Bosé, “Andy Warhol music show” ripropone la sterminata produzione “musicale” firmata dal geniale artista statunitense. Oltre sessanta copertine, realizzate tra il 1949 e il 1987, per un impatto visivo di rara potenza e incredibile forza comunicativa.

http://www.libreriauniversitaria.it/andy-warhol-music-show-prima/libro/9788876156007?a=439031

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